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LA QUIETE

IL TABELLONE

Dopo la tempesta. La gara di coppa contro la Reggiana ha riportato un po’ di sereno, in attesa che tra la rosa di allenatori al vaglio del City Group, venga fatta la scelta giusta. Questo stato di immobilità da parte della nuova dirigenza sta spazientendo la tifoseria, ma oltre il dovuto. Dal mio punto di vista, quella che sembrava cosa fatta (la nomina di Eugenio Corini), in un primo tempo l’ho accolta con piacere, ma a freddo ha destato le sue perplessità. Non per lo spessore, umano e tecnico, di un uomo che conosciamo bene: inappuntabile, professionale, conoscitore dell’ambiente come pochi. Neanche il curriculum da tecnico, meno brillante del ‘Genio’ ammirato in campo, mi interessa più di tanto. L’esito di una stagione dipende da fattori che travalicano i pronostici: a volte, l’uomo giusto al posto giusto risulta proprio quello che sembrava il meno adatto. Il punto fondamentale, è piuttosto un altro. Questo Palermo, scende in campo da un bel pezzo con un modulo redditizio, che ha fatto rendere al meglio i suoi interpreti. Su tutti, il fenomeno con il numero nove. Le vittorie in serie nel finale di stagione (che ci ha permesso una posizione più favorevole del previsto nei playoff) e le affermazioni a Trieste, Chiavari, Salò e Padova hanno fatto la differenza. In più, l’imbattibilità al Barbera, che perdura quasi da un anno e mezzo: un record. Sono dati che non possono essere messi in discussione da una rivoluzione copernicana. Per intenderci: non si può andare a Marassi a fare le barricate, lasciando San Matteo a predicare nella solitudine. Sarebbe un errore madornale. Contrariamente alle dichiarazioni di Baldini, il gruppo c’è ancora, come c’è la squadra. Che bisogna sfoltire e rinforzare: su questo, non ci piove. Ai giovani appena arrivati, deve seguire l’apporto di elementi di comprovata esperienza, soprattutto nel settore nevralgico: a centrocampo, la coperta è troppo corta. Ma serve un’alternativa anche davanti, che magari accenda gli animi di un popolo che ci mette poco a prendere fuoco. Il profilo migliore, per la panca che mica scotta (non siamo più nell’era Zamparini) e che invece alletta, è quello di un giovane senza grilli per la testa. Che non faccia della sua esperienza una sorta di palestra: alla De Zerbi, per intenderci. Sconfitte in serie, prevedendo un gioco che partiva dal basso come il tasso tecnico a disposizione: se non è presunzione, questa. Quindi, niente fretta. Basta un po’ di pazienza: la svolta, è dietro l’angolo.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

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PUGLIA

FERNANDO

In Brasile era noto con il semplice cognome: già, questa, è un’eccezione. Forse, perché il nome della regione suonava bene. Ma nel destino di José Ferdinando Puglia c’è la Sicilia: meglio per il Palermo, soprattutto. Il virgulto si segnala in patria nell’ex Palestra Italia, ovvero il Palmeiras di San Paolo. Nel Verdão, la mette per ben ventidue volte: non è una punta di razza, ma affianca un purosangue del goal. Lui sì che l’apelido se lo porta dietro: ‘Mazola’, per la somiglianza col celebre ValentinoJosé Altafini non ha bisogno di presentazioni, ma è la rivelazione di un giovanissimo Pelé nel mondiale in Svezia a segnare la svolta: il primo trionfo iridato della Seleção, è il vaso di Pandora che racchiudeva i fenomeni del Fútbol bailado. Inizia l’invasione, ma di quelle che fanno bene. A tanta manna, non rinuncia un Palermo che vuol farsi bello. Ed ecco il primo brasiliano in assoluto ad indossare la maglia Rosanero. Il colpo è grosso, poiché Fernando, come verrà unanimemente ribattezzato, alza di non poco l’asticella: giostrando tra le linee, ma mostrando una dote fondamentale, per distinguere i buoni giocatori dai fuoriclasse. Il suo governo a centrocampo è impreziosito dal tocco magico negli ultimi metri, probabilmente dovuto alle origini di una carriera troppo onesta e nulla più. Un moto d’orgoglio, il rifiuto della corte di una Beneamata guidata da un Mago che non l’ha impressionato più di tanto. A rimanere sorpreso, lo stesso Helenio, scornato dal fiuto del goal riconosciuto ad un giovane di bell’aspetto e non solo: perché vederlo in campo alla Favorita, era spettacolo garantito. L’aneddoto con Herrera è stato raccontato a più riprese, facendo passare in secondo piano la sostanza. In abbondanza, per un giocatore che disputa all’ombra del Pellegrino la sua stagione migliore, sulla falsariga delle gran prestazioni con lo Sporting di Lisbona. Per intenderci, quando totalizzava una media di una rete a partita. Poi, succede qualcosa: le sirene bianconere, che non portano bene. Un fuoco di paglia, visto che Puglia indosserà la casacca della Vecchia Signora in una sola occasione: trasferta in coppa, in quel di Brescia. Il Fernando che torna subito al Palermo non è più lo stesso. Ci aveva visto giusto, in quell’aereo che dal Portogallo lo stava portando fino alla Conca d’Oro. A volte, basta un tocco lieve, un incedere breve, senza grilli per la testa: piuttosto che il passo più lungo della gamba. Con questo giocatore si apre una tradizione importante: quella dei brasiliani in salsa rosa. A seguirlo ed accompagnarlo, un non altrettanto brillante Faustinho. C’era anche la ciliegina: al già presente Rune Börjesson, si aggiunge un altro svedese d’eccezione. Un fuoriclasse, ma Nacka Skoglund farà soltanto sei apparizioni: la stagione del salto di qualità, finisce nel baratro. Nel nuovo millennio, si rivede un po’ di samba con Marco Aurélio. Il picco, con Amauri e Fábio Simplício: tanta roba. Non me ne vogliano: ma a Palermo, nonostante tutto, preferiamo il tango.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

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PAROLA DI MATTEO

Ne abbiamo sentite tante. Troppe, nel gran rifiuto di fine Luglio: con tutto il bene che ti voglio. L’addio di Silvio lascia un nervo scoperto, inutile nasconderlo. Non mi ha convinto più di tanto, soprattutto per i tempi. Dai proclami sbandierati al vento ad un soffio scaturito dal malcontento, il passo è stato troppo breve. Ce ne faremo una ragione. E mentre dalla stanza dei bottoni si sfoglia l’ampia rosa dei papabili allenatori, riecco i colpi di Brunori. Denari ben spesi, per un attaccante ancora più forte di ogni ottimistica previsione. In spaccata, di testa, dal dischetto: un repertorio completo, che lo porta alla prima tripletta in maglia rosa. Si spalanca anche la porta di casa, dove entrerà il pallone. Tra fiumi di parole e fulmini a ciel sereno, il tuono ha il suo rombo: altro che percorso. La parabola dei Rosanero è scandita dalla parola di MatteoStefano Di Benedetto schiera il Palermo con lo stesso modulo di Baldini: saggio, ci mancherebbe altro. Ma è su questo punto che bisogna battere il chiodo: che stia ben fisso. Il profilo di Eugenio Corini, prima certo e adesso soltanto in pole, garantisce serietà e professionalità, la conoscenza giusta dell’ambiente ed una dose di riconoscenza non indifferente. Ma non convince, ammettiamolo. In panca, il Genio non ha impressionato. Mi ha colpito, d’altro canto, il non voler agire in fretta. Il City Group sta vagliando: è cosa buona e giusta. Spero tengano conto anche del modulo che ci ha portato in alto: le vittorie in serie in trasferta nascono dall’approccio tattico e psicologico. La mentalità: un altro punto da tenere in considerazione. Battuta l’onesta Reggiana dell’ex Aimo Diana, ci si appresta ad una gara dal sapore dolce della massima serie. Godiamocela, perché la festa di un Giugno indimenticabile, nella nostra testa, non è ancora finita.

Dario Romano
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IL GENIO

EUGENIO CORINI

Il capitano nei pressi della bandierina del corner. È gialla, ma è come fosse bianca. Al triplice fischio, la vede come sventolare sul ponte di comando: è la resa. Rabbia e frustrazione prendono il sopravvento. Nessun colpo di Genio, stavolta. Prevale la passione Corini alza il pallone: lo calcia in alto, verso il firmamento. Ha perso, il Palermo. Lui non ci sta. Sa riconoscere la sconfitta, ma vorrebbe già una nuova disfida. Perché un vero capitano tiene la rotta e scansa la deriva. La disfatta come una risacca, ma è il preludio alla rivalsa. Ordine, dovere, disciplina e talento. Sono le stimmate del leader ed il giovane calciatore di Bagnolo Mella le ostenta precocemente. Alla Juve affina lo stile: quello DOC, non il contraffatto. Alla Samp, tale carisma è mal digerito, poiché il Mancio mette i paletti: comanda lui. E allora Eugenio pianta i suoi: si prende la penisola, da nord a sud. Templare e pirata, per terra e per mare. Fa del Chievo la sua Gerusalemme, per poi sbarcare alla Nassau del mediterraneo. Col Sacro Graal, Palermo è L’Avana e andiamo a saccheggiare. Quanti bottini, caro Corini. Vessillo nero al vento con l’Aquila che fa spavento. Terrorizza più di un teschio e la ciurma ha il rosa dentro. Onde, tempeste: poca cosa. Piuttosto, tanta roba a iosa. Crapa pelata, sulla spalla la bestia alata: finiranno bendate. L’isola non è più come prima: ‘qui è come Hiroshima!’. Ma non abbandoneranno mai la nave. Piuttosto, ci si affonda. I tesori? In laguna, sull’altra sponda. Va bene, mio capitano. Con te, il naufragar m’è dolce in questo mare. Eroe di due Italie. Sfrego la lampada, ed esce ancora, il mio Genio. Rimasto incastonato, nella memoria. Come un diamante, gemma rara. Infinitamente, è per sempre. Non è una rispolverata, neanche una minestra riscaldata. Io ci credo. Non altrettanto alle parole di Silvio: non mi ha convinto. Finisce qui il percorso dell’uomo di marmo. Gli dobbiamo molto, tanto. Non mi pronuncio: a caldo, la ferita fa più male del dovuto e le parole, a questo punto, contano poco. I fatti, ci dicono che Eugenio Corini sarà il nuovo allenatore del Palermo. Stavolta, la bomba atomica, non lo disturberà più di tanto: è scoppiata ieri.

Dario Romano
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LA STORIA SIAMO NOI

IGNAZIO MAJO PAGANO

Non è un vero e proprio allenamento. Siamo agli albori del football: giunto un po’ in ritardo, nello Stivale. Mentre al Nord si assegna già il titolo nazionale, nel meridione si inizia con lo scoprire, lo sperimentare. Il tempo per rimediare, non manca. Ignazio Majo Pagano, in tenuta da caccia ed in bianco candido in mezzo al campo di via Notarbartolo, è intento nel rudimento. Ha portato i palloni da Albione, mentre le maglie sono invece un insieme di bianco, rosso e blu. Ne scaturirà il primo completo che con i colori del Portsmouth FC non aveva nulla a che vedere. Ebbene, tenetevi forte, se ancora non lo sapete: i Pompey indossavano, guarda caso, una casacca rosa salmonato, ispirata ai colori dei tram in uso nella città portuale. Il resto, è storia. I primi calci nel terreno concesso dai Whitaker, la scelta azzeccata di una combinazione cromatica inconfondibile, le sfide della LIPTON CUP, assegnata definitivamente ai Rosanero dopo il disastro tremendo che colpì lo stretto. Poi il debutto, in una massima serie che si era data un nome: SERIE A. A lungo, un’ossessione: a tratti, lo zenit della nostra passione. Il trofeo del magnate del tè è stato fuso: un Sacro Graal che non figurerà mai nella sala coppe. A qualcuno verrà da ridere: non siamo mica il Milan, l’Inter o la Juve. Eppure, vi posso assicurare che il Palermo vanta una bella collezione. Cimeli accumulati in più di un secolo di storia: tra doni e scambi, tornei improvvisati e trionfi meno roboanti delle competizioni ufficiali. Io li ho visti: al Barbera, in una stanza che racchiude un tesoro che prima o poi rivedrà la luce. Per non parlare dei collezionisti, possessori dei pezzi più pregiati. Del resto, fate un po’ di conto: ad esempio, uno sportivo qualunque, anche un semplice dilettante. Che fatica a trovare spazio per i riconoscimenti vari ed eventuali: ne hanno accompagnato partecipazioni più o meno lusinghiere. Paragonate il tutto alla parabola di un sodalizio più che centenario ed il gioco è fatto. Pensate alla Pro Vercelli: in rete potrete ammirare qualcosa del genere. Le Bianche Casacche che figurano orgogliosamente nell’Albo d’oro del campionato italiano: la punta di diamante del celebre ‘Quadrilatero’ piemontese. Sette titoli, ma una sbirciata alla loro raccolta toglie il fiato: impressionante. Giù il cappello: per questo, quando il Palermo si appresta a scendere in campo, la prima sensazione che mi investe è il rispetto per l’avversario. Il blasone che porta, anche se vive tempi di vacche magre: ci siamo passati, li abbiamo vissuti ripetutamente. Partiti da quel terreno spelacchiato, con quei fiori di campo che lo rendevano macchiato e più ingiallito del dovuto. Nel mezzo, il nostro padre putativo. Da via Notarbartolo a Boccadifalco, il passo è un viaggio nel tempo lungo 122 anni. Tanta acqua, sotto i ponti. E tanta storia: quella, siamo anche noi.

Dario Romano
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PRENCE

HELGE BRONÉE

Vecchi tempi, ma gli echi li sentiamo ancora. Purtroppo, sono rimasti in pochi, tra coloro che hanno visto Helge Bronée giocare ed impazzare (e pure impazzire, anche fuori dal campo) nel Palermo. Ci racconterebbero di un autentico fuoriclasse, bizzoso e allo stesso tempo ardimentoso. Raimondo Lanza di Trabia se ne innamorò, come capiterà a tutti gli astanti della Favorita. Dalla fredda Danimarca alla calda Palermo, il passo può sembrare lungo ma è anche breve: come diceva Johan Cruijff‘i danesi hanno uno spiccato spirito di adattamento, inoltre imparano presto le lingue e ciò rende tutto più facile’. Parole sante, Olandese Volante. Galeotta fu la partita Nancy-Grenoble: tra il Principe e l’amletico ‘Prence’ è colpo di fulmine. Un viaggio di piacere del nobile in Francia, si trasforma in uno sfizio da togliere: d’altronde, la classe non è acqua per entrambi. Raimondo, non se ne pentirà. Ed il Palermo ‘rischia’ di far la voce grossa. Ma è un fuoco di paglia: il progetto della ‘Juve del Sud’ tramonta per la dipartita improvvisa di un uomo tormentato. Si rompe anche il suo giocattolo preferito, quella valvola di sfogo che, nel suo piccolo, ha fatto la storia del calcio: un uomo nudo, la vasca da bagno ed un modo nuovo di concepire il mercato. Non dico altro. Perché, a questo punto, gli aneddoti si sprecherebbero: fiato sprecato. Sul personaggio, ho già detto in passato. Su Bronée, invece, qualcosa da dire resta. Immaginate una sorta di Ibra nel mondo che c’era una volta. Quello spirito vincente che prende il sopravvento: contro tutto. A costo di rimetterci il posto. Helge le ha provate pure tutte: si è cimentato in ogni ruolo, tranne in porta. In campo dava il massimo, dimenticando un concetto semplice semplice: che il calcio, innanzitutto, è un gioco di squadra e che quelli come lui potevano fare la differenza, a patto di saper aspettare il momento giusto. Ma la pazienza, in quella capa bionda, non alberga: neanche quando gli capita l’occasione della vita. Prima la Lupa, poi la Vecchia Signora: qualche lampo, mai il colpo di fulmine che colpì il Principe. Essere o non essere: è questo il dubbio che il biondo non ha risolto. Un biscotto danese da gustare ogni tanto, oppure un ribelle irrequieto, dallo spirito indomito. Capace comunque di lasciare il segno. Perché, non dimentichiamo: Bronée la mette per ben 55 volte in massima serie. E allora concludiamo: c’è del buono, in Danimarca.

Dario Romano
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UN LOGO IN PIÙ

ETTORE BANCHERO

Quando il Palermo scende in campo per la stagione 1979-’80, indossa un completino che ha fatto storia: è griffato pouchain. Ma a spiccare è soprattutto quel loghetto, che ci ha fatto tutti innamorare. La testa d’Aquila che la testa ancora continua a far girare. Vintage, ma tremendamente moderna e per sempre attuale. L’autore di tale eccezione: Piero Gratton, il designer recentemente scomparso che si è dilettato da par suo lasciando il segno anche nel mondo del calcio. Non solo per il Palermo: il lupetto della Roma, il galletto della Bari ed altri piccoli capolavori. La novità, ben gradita, è durata poco: perché per rivedere un logo, sulla maglia Rosanero, abbiamo dovuto aspettare gli anni ’90. Per tornare al precedente, bisogna fare un bel salto: indietro, di mezzo secolo.

Ettore Banchero arriva dall’Alessandria e contribuisce alla storica promozione: l’attaccante realizza diciotto reti e per la prima volta si sale in SERIE A. Siamo ai primi seri vagiti del nostro calcio e, nel torneo nazionale per eccellenza, stagione 1932-1933, ci siamo anche noi. L’ITALIA si appresta a vincere il suo primo campionato del mondo: seguirà il secondo, prima che il mondo non sarà più lo stesso. Mentre nella massima serie, il Palermo, dimostra di poterci stare: arriva un dodicesimo posto, in condominio con la Pro Vercelli, a distanza di sicurezza dalla zona retrocessione. Ma c’è anche un’altra lieta novella: un rapace che fa sfoggia. L’Aquila domina la maglia, possente e imperiale, come epoca comanda. Non è un crest ufficiale, ma lo stemma comunale. Comunque da annoverare. Pur sempre un logo, comparso per un’occasione speciale. Dimenticato, andrebbe rivalutato. Perché è anche da qui che abbiamo imparato: a volare.

Dario Romano
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L’EVOLUZIONE

Undici loghi, per sempre. Dal 1920 ad oggi, tanta acqua sotto i ponti. Refusi compresi, a partire proprio dalla prima realizzazione. Voluta dal Presidente Valentino Colombo, che omaggia il Racing F.B.C. riportandone i colori. Si riparte dopo la Grande Guerra, in tutti i campi: per il calcio, non poteva essere altrimenti. Lo stesso per il Palermo, che rinasce grazie al cambio di denominazione del piccolo club cittadino. Colombo, sotto il logo, fa riportare la dicitura ‘Costituito nel 1898’. La scritta persiste nella versione seguente, che almeno è a tinte Rosanero. Ma, come sappiamo, lo statuto parla chiaro: il sodalizio viene fondato il primo giorno di Novembre nell’anno del Signore 1900. Rendiamo grazie, soprattutto nel 1907: per la prima volta, ci si sposa con la combinazione cromatica che ameremo per tutta la vita. Nella gioia e nel dolore. La pietra sopra, l’abbiamo messa da un bel pezzo su un abbaglio: il rossoblù delle origini, non ha nulla a che vedere con i colori del Portsmouth FC. Da Albione, Ignazio Majo Pagano porta un’idea e la mette in pratica: ma non ruba nulla. Forse, perché il rosa salmonato del Pompey non può essere mica un caso. Il grande passo, è merito di Giuseppe Rizzo: un viaggio nel futuro. Quel rombo attira l’occhio: il pallone, fa il resto. Il risultato è fuori dal tempo: siamo appena nel 1929. Una precisazione è necessaria per la realizzazione successiva: quando il Palermo, sospinto dalle reti del lungagnone Carlo Radice, raggiunge la massima serie. L’aquila che fa bella mostra sulla maglietta, non è questa che vediamo protesa in volo. Nel ’32, compare un rapace di stile imperiale ispirato all’emblema comunale. Il logo ufficiale, il quarto parto della serie, è meno maestoso. Secondo altre fonti, pure postumo: riconducibile a Francesco Paolo Barresi, risalirebbe al 1937. Il periodo bellico è un bel guazzabuglio anche per il Palermo, che rinasce dalle sue ceneri come altri gloriosi club di un continente messo a ferro e fuoco. Era cambiato tutto, con il fascismo: che impone nomi e colori. Un pugno in un occhio, quel giallorosso. Di buon auspicio, il ritorno dell’aquila, resa reale dal barone Stefano La Motta, il neo presidente che fa le cose in grande. Impossibile non notare il particolare: S.P.Q.P. che sta per Senatus Populus Que Panormitanus. Giù il cappello, per lo stemma più longevo del gruppo: dal 1947 al 1979. Poi, è standing ovation. Si chiude l’era del ‘Presidentissimo’ Renzo Barbera e si entra nell’età moderna pallonara. Soprattutto, si comincia a far davvero l’amore con il calcio e non soltanto per il successo inaspettato nel Mundial spagnolo. In Italia, la riapertura delle frontiere fa nascere il campionato più bello del Mondo, mentre a Palermo è la fine: di tutto. Sarà che il vero tifoso è più di un vero amico: si vede nel momento del bisogno. Palermo ascensore e, nonostante un plotone d’eccezione, non sale mai al primo piano, ma scende spesso fino al terzo. Nel baratro che l’attende, la famigerata radiazione, resta una fioca luce. Il barlume è opera di un designer che fa centro: Piero Gratton ci regala un logo che definire un semplice capolavoro risulterebbe riduttivo. Ed il plauso, proviene da ogni dove: il lupetto della Roma, il galletto per la Bari, il delfino del Pescara e non solo. Fino alla testa d’aquila rivolta a destra che fa sfoggia nel completino azzeccato della Pouchain. Un logo vintage, ma tremendamente moderno. La rinascita è simboleggiata da uno scudo: la testa del rapace volge lo sguardo orgoglioso a sinistra, stavolta. Il taglio col passato, è netto. Le ali spiegate del marchio che caratterizza la società passata a Giovanni Ferrara e Liborio Polizzi, riportano più che altro all’artistico. Il risultato è discutibile, come i tempi che corrono. Le vacche magre, tuttavia, ci regalano un sogno: quando si ritorna al passato, con il simbolo comunale a farla da padrone. Ad imperversare, anche il ‘Palermo dei picciotti’. Il logo è quello che meno amo, ma al cuore non si comanda. Poi, è rivoluzione: in tutti i Sensi, compreso Franco. Si apre l’era targata Zamparini ed il Palermo entra nel nuovo millennio quatto quatto e poi col botto: un decennio così non l’avevamo mai visto, accompagnato da quel brand uscito dallo studio di Ferruccio. Il buon Barbera realizza un’aquila dorata così bella che potrebbe volare anche da sola. Per il Daily Mail, c’è da rifarsi gli occhi. Purtroppo, sappiamo tutti com’è andata a finire: dall’Europa alla terza finale di coppa, fino allo smantellamento coatto ed al fallimento. Hera Hora si presenta con un crest discutibile. Di primo acchito, fa storcere il naso: a molti, ma non a tutti. Compreso il sottoscritto, che sembra averlo già visto da qualche parte. La somiglianza con il simbolo dell’Istituto LUCE istituito dal Duce, è disarmante. Nulla di sospetto, per carità: ma nonostante la direzione opposta della testa d’aquila, la foggia sembra la stessa. Sarà una coincidenza. Una possibilità, invece, riguarda il cambiamento epocale che ci apprestiamo a vivere. L’avvento del City Football Group potrebbe coinvolgere anche l’aspetto del logo che ha accompagnato le notti magiche e le gesta degli eroi di Silvio Baldini. L’opera di Danilo Di Muli, controversa anche per altri aspetti, potrebbe finire racchiusa in un cerchio. Per il colosso dello sceicco, una sorta di marchio a fuoco. Ad incendiare le nostre aspettative: oro, incenso e Mirri. Ho accompagnato il viaggio nel tempo con le varie denominazioni del sodalizio: un intervento forse invasivo, ma doveroso. Spero risulti altrettanto esaustivo. L’evoluzione è anche storia e l’universo non ha mai smesso: di essere creativo.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

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THE NORMAL ONE

CLAUDIO RANIERI

Con tutto il rispetto per il crucco, sia ben chiaro: Jürgen Klopp ci si definisce e in un libro così intitolato finisce. Per me, invece, la definizione si addice ad un altro Signore. Nella foto, un giovanotto cui il rosa sta tanto bene. Anche il giallorosso, gli ha sempre donato: sicuramente, la combinazione che senz’altro ha preferito. Le origini al Testaccio, il debutto con la Lupa, una carriera passata più che altro al Catanzaro. Otto anni in Calabria ne fanno il recordman di presenze nella massima serie con la Regina del Sud. Poi la Sicilia, fino alla punta: dello Stivale. Da Catania a Palermo: un bel salto, nel buio che più buio non si può. La parabola pedatoria di Claudio Ranieri si chiude con un termine che il tifoso Rosanero della mia generazione odierà per sempre: radiazione. Una punizione esemplare: per pochi, non per tutti. Nel calcio, come nella vita, son in tanti a farla franca. Io ricordo un difensore pulito negli interventi, che dei trucchetti del mestiere avrà fatto tesoro come tanti altri: se dello sporco c’è stato, non lo abbiamo visto. Anche questo è un merito: senza l’occhio indiscreto di una telecamera di troppo, il proibito non era semplicemente dietro l’angolo, ma dappertutto. Mi fido delle dichiarazioni di chi ha appeso le scarpette al chiodo da un bel pezzo: come il nostro, che dal momento fatidico indossa la tuta e comincia la scalata. Dopo la discesa, risale per il Belpaese nelle nuove vesti: parte da Lamezia Terme, la nuova avventura. Prosegue con la Campania Puteolana, una denominazione che rimanda al calcio che c’era una volta, fino all’approdo in Sardegna: questa, me la segno. Una promozione a discapito proprio del Palermo. Se tratteggiamo con i puntini il suo percorso iniziale da allenatore, ne esce un viaggio straordinario per un bel pezzo di Mediterraneo: ma Claudio non è Ulisse. Non va in guerra, non ha una Penelope ad aspettarlo e neanche la sua Itaca. Per la corona, è ancora presto. Non ha ancora smesso e son passati trentacinque anni: tranquilli, non ve li racconto mica tutti. Ma un po’ di pazienza: perché solo una sbirciata, sarebbe poca cosa. Saprebbe di affronto. L’approfondimento, invece, chiama a gran voce: nel momento che non è altro. Come una svolta: si chiama Valencia. Una sorta di pioniere: l’avvento di un italiano su una panchina straniera e per giunta spagnola. Ranieri aveva fatto molto bene alla Fiorentina: la riporta in massima serie e fa doppietta con coppa e supercoppa. Un segnale che viene ben accolto altrove: in Iberia, la conferma. La spunta in una finale senza storia: un tre a zero netto, che abbatte l’Atlético Madrid di Radomir Antić. Uno squadrone, Els Che. Che non vince altro per l’altissimo livello raggiunto da altre incomode: una su tutte, il Superdépor del decennio d’oro. Oltre, ovviamente, alle due solite note. Quella stonata, è l’etichetta: che arriva in fretta. Chi arriva dopo di lui, fa meglio: ed ecco il perdente di lusso. Indigesto, quando altri han goduto della sua tavola ben apparecchiata. La torta, arriva quando lui è già andato. Non è poco ed è ingiusto: sarà il tempo, a mettere le cose a posto. Ranieri non finirà come ‘el hombre vertical’: all’uomo tutto d’un pezzo cui non si abbina il trionfo. Héctor Cúper ha già perso una finale al cospetto della Lazio: al Mallorca, sfugge una coppa purtroppo cancellata dalla UEFA ed altrettanto mai dimenticata. Ma l’eterno secondo non è ancora nato: saranno Real e Bayern, a battezzarlo di brutto. In seguito, la Beneamata gli riserverà l’inevitabile scomunica. Claudio, al contrario, è ancora immacolato. Nonostante tutto, non si sente ancora quel dito puntato contro. Un giorno, anche dove ha fallito tornerà: per una ritoccata e fuga. Dopo l’annata disgraziata ai Colchoneros e quella voglia di cambiare aria che lo porta a Londra. Il Chelsea che gli tocca non ancora luccica: il lustro, ancora una volta, si materializza quando il Mister saluta. Sembrerebbe una maledizione: quando s’insedia lo Special OneRanieri torna a casa. In tutti Sensi: c’è pure la Roma di Rosella, dopo aver ceduto alla corte di Madama. Subentra a Luciano Spalletti e salta all’occhio qualcosa di diverso: il tecnico è meno introverso, più battagliero. Sbotta, rispondendo a tono in sala stampa ai torti arbitrali, alle critiche maliziose. Vanta una collezione di panche altisonante, ma il piatto piange comunque. In bianconero e giallorosso, il colpo grosso resta ad un posto: quel gradino più in alto. In basso, ti ci spinge una pressione insostenibile: l’occasione da sfruttare è l’aria più salubre di un ambiente a misura d’uomo che, soprattutto, trasuda un altro calcio. Il club del Principato è scivolato a mal partito e per un Ranieri, questo è troppo. Al capezzale, ne arriva un altro: quello giusto. Son le prove, a miracol mostrare. Il Monaco risale dalla seconda serie al primo colpo e non è finita: mette tutte in fila, tranne la parigina ulteriormente arricchita. Che è ancora più forte dell’anno precedente: impossibile, fare meglio. Almeno, han sentito il fiato monegasco sul collo. Parlavo di Ulisse, del viaggio straordinario narrato da Omero: figurati se poteva mancare, la Grecia. Ebbene, c’è pure una Nazionale, nel curriculum di un allenatore che si appresta, finalmente, a vincere. Non in un torneo qualunque, non con lo squadrone di turno e nemmeno contro avversari di chissà quale basso rango. È la dorata PREMIER LEAGUE, la squadra è un ‘normale’ Leicester City e le avversarie si chiamano Manchester United e CityTottenham ed Arsenal, staccato di ben dieci lunghezze. È stato un successo col botto: come se il destino avesse deciso di ripagare l’uomo, prima che lo sportivo, con tanto di interessi. Lui un po’ si sminuisce, attribuendo buona parte del trionfo a tutta una serie di fattori che nel football risultano spesso determinanti. L’ottima condizione fisica dei giocatori chiave, l’esplosione oltre ogni immaginazione degli stessi protagonisti, i risultati altalenanti delle avversarie, compresa la campione in carica: un Chelsea inguardabile. Ed il crederci anche quando i più scettici sembravano aver avuto ragione. Senza fare i conti col cuore, che ad un certo punto va oltre l’ostacolo. L’evento ci riporta ad un viaggio a ritroso nel tempo: il Verona di Osvaldo Bagnoli, la Samp di Vujadin Boškov. Quelle favole a lieto fine che sono anche il sale, del calcio. L’oltre, di un Davide che batte Golia: questo capita una volta ogni tanto, mica in un torneo così lungo. Il viaggio del romano, invece, continua. In Italia, in Francia, ancora in terra d’Albione. Alla ricerca di qualcosa che non deve essere, per forza, la vittoria. Quella più bella, il Mister l’ha vissuta sulla propria pelle. L’uomo, che di speciale ha proprio il suo essere normale, la riceve a gran voce. Perché non è una coppa, non ha le grandi orecchie. È un applauso spontaneo: all’Olimpico, quando il suo volto appare sul grande schermo. Parte la standing ovation e non può esserci niente di più bello, nel vederlo commosso. C’è proprio il Leicester, in campo, contro la Roma di Mourinho. Nell’immaginario di un collettivo che affolla la testa del portoghese, il buon Ranieri ha fatto parte della lunga schiera dei nemici: poca roba, qualche battuta. Il rumore è un’altra cosa. Idem il boato scaturito da un’impresa miracolosa. In Inghilterra, c’è un nuovo Re: che non sarà speciale, ma neanche un pirla. Altro che perdente. Da quella maglia a tinte Rosanero in poi, Claudio ne ha viste di tutti i colori. Daje e ridaje, ha sfornato l’ennesima favola che ci lega ad un mondo per eterni bambini. Ma questa è diversa dalle altre: è storia. E non è ancora finita.

Dario Romano
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DO UT DES

Una galassia lontana lontana. Prima, sempre più vicina. Ora, sbarcata in pompa magna nella Conca. Che non sarà d’Oro come una volta ma, a questo punto, poco importa. Il passato è passato e bisogna guardare al futuro. Senza telescopio: la forza sia con noi, con tutto il suo potere. La potremo toccare, dopo una sbirciata doverosa. La holding finanziaria del City Football Group, che fa capo allo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, ha acquisito il pacchetto di maggioranza del Palermo FC: manca l’ufficialità, ma tranquilli. Pulcinella, qui non alberga. Oro, incenso e Mirri: un plauso al buon Dario, il mio omonimo per eccellenza. Buon sangue, non mente: il nipote del Presidente che più issimo non si può, ha fatto centro. Ci ha riportato dal basso verso l’alto in un batter d’occhio, commettendo sì degli errori, ma vaglieli a rinfacciare. Un argomento da approfondire, a tempo debito. E detto, fatto: a Palermo, di arabi non ne abbiamo visto. Ma stanno arrivando, questo è certo. Gli incontri ravvicinati tra gli assiepati del Renzo Barbera ci hanno fatto fiutare l’aria del cambiamento: prima gli emissari, mentre il resto, avviene in campo. Con una missione compiuta alla faccia del mondo pallonaro che ci circonda. Hanno gufato in troppi: non dimentichiamolo. Del resto, faremo tesoro. I Re Magi controllano una rete che convoglia nel colosso denominato Manchester City FC. La casa di Pep Guardiola, alla caccia disperata di una coppa dalle grandi orecchie sempre più sfuggente. Il fiore all’occhiello come una chimera: a dimostrazione che, nel calcio, spendere troppo non equivale a vincere. C’è da riconoscere che al City non fanno collezione di figurine, come a Parigi. Il progetto tecnico, a Manchester, viene prima di tutto. Il resto, è anche fortuna: che nel calcio non guasta. Aiutati, che prima o poi Dio ti aiuta. Tanta manna è controllata da un pozzo con tanto di fondo: ma sterminato. La Abu Dhabi United Group lascia alla China Media ed alla CITIC Capital il 12% delle quote. Il football, con il rientro nei ranghi degli oligarchi russi, svolta definitivamente ad Oriente. Il pacchetto dei club controllati, comprendendo il Palermo, arriva ad undici. Si sono fatti la squadra di calcio con le squadre, gli sceicchi. In Europa, oltre ai Citizens, gli spagnoli del Girona, i francesi del Troyes ed i belgi del Lommel. Il New York City negli Stati Uniti, Montevideo City Torque in Uruguay, Melbourne City in Australia, Mumbai City in India, Sichuan Jiuniu in Cina, Yokohama Marinos in Giappone. Il Mondo gli appartiene, ad un Gigante tutt’altro che fagocitante. È questo, l’aspetto più importante. Perché non dobbiamo considerare lo sceicco e tutto il management che gli ruota attorno come dei buoni samaritani disposti a spendere e spandere per la felicità altrui. Da uno e nessuno a ben più di centomila: il Barbera, ha fatto impressione e la promozione ha accelerato il passo. E adesso, calma. Abbiamo fatto la nostra parte, ma non è finita. Nessuno pretende che ad ogni partita accorrerà allo stadio il pubblico delle grandi occasioni, ma neanche il ritorno dei soliti quattro gatti. Ovvio, il palermitano non è stupido: niente prese in giro. Ci siamo passati e non abbiamo guardato in faccia a nessuno, compreso un patron che abbiamo ringraziato più volte e forse troppe. Ma io c’ero e c’eravate anche voi: lo zoccolo duro. Ed eravamo in pochi, in gare non tra scapoli ed ammogliati. Era l’Europa. Facciamo i conti al patrimonio dello sceicco, ma non dimentichiamo la nostra parte. È un do ut des. Per chi non lo sapesse: ‘io do affinché tu dia’. Una sorta di patto non scritto. La cavalleria potrà cambiare la denominazione: ce ne faremo una ragione. Palermo City FC non è altro che il Città di Palermo che ci ha accompagnato a lungo. Vedremo maglie ben griffate e con tante meno scritte: su questo, ovviamente, ci conto eccome. Ma andatele a comprare e assicuratevi un posto al sole: batterà forte, come il nostro cuore. Tra gli spalti del Renzo Barbera, il cielo sarà sempre più rosa. Altrimenti, stavolta, il nero si prenderà tutto: come un buco. Quello sì, senza fondo.

Dario Romano
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GLI IMMORTALI

Calza bene l’affermazione del capitano, Francesco De Rose. Li chiama così, i suoi compagni: autori dell’ennesima prestazione da incorniciare. Il fiore all’occhiello in un finale di stagione semplicemente perfetto. ‘Tutto molto bello’, direbbe Bruno Pizzul: ne avrebbe ben donde. E dire che l’ammonizione a Dall’Oglio in avvio e la spinta in area su Brunori, ignorata dall’arbitro Perenzoni, mi ha riportato alla mente le streghe di Frosinone. Restando sul paranormale, quella serata è mutata in un fluido ectoplasmatico che, prima o poi, finirà col turbare i miei sonni. Forse da questa estate, che inizia nel migliore dei modi: la realizzazione di un sogno, figlio di una mentalità vincente inculcata da un allenatore che definire ‘il migliore’ sarebbe riduttivo. Silvio Baldini è il protagonista assoluto dell’agognato ritorno in cadetteria. Ha trasformato una squadra subissata da critiche feroci ed incapace di esprimersi anche a livelli accettabili. Ma dalla vittoria di Avellino in poi, nel Palermo è cambiato tutto. Come a tutti, è rivolto il dovuto ringraziamento: al Presidente Dario Mirri ed ai suoi uomini fidati, che hanno costruito la squadra sulla fiducia accordata. E ovviamente loro, i protagonisti in campo. Undici eroi e passa che non hanno mollato di un centimetro, attaccando a più non posso, anche quando difendere sarebbe stato più sensato. Su tutti, un plauso particolare allo sposo novello: Matteo Brunori, un attaccante di categoria superiore, che si è sentito in dovere di portarci a suon di reti dove ci compete. Il minimo indispensabile, per una piazza come Palermo. Che è tornata a farci l’amore, con la squadra del cuore. Notti magiche che non dimenticheremo mai. Dai, centotrentamila in pochi giorni: una roba mai vista. Mi auguro che si tratti davvero di un nuovo inizio e non mi riferisco alle vicende societarie. Chi ha partecipato in massa alla corsa per accaparrarsi un biglietto prezioso, avrà realizzato che vivere un match allo stadio è un’esperienza che val la pena di essere vissuta. Se il City Group giocherà bene le sue carte, lo sceicco non si pentirà della scelta. La speranza, è questa: che ci sia un progetto serio. Qualche vittoria e la scoperta di nuovi campioni non basta. Come non basteranno le sirene del mercato, ad ogni giocata del nuovo talento apparso in campo: è questo, che ci ha stancato, ai tempi del patron che tutto ha divorato. Pace all’anima sua: tutto sommato, il friulano voleva bene a Palermo ed al Palermo. Forse, da lassù, ci avrà anche dato una mano. Ma io penso a loro: allo zoccolo duro. Che ha vissuto dall’inizio alla fine l’era Zamparini e la buona riuscita dell’operazione Hera Hora, come le ultime generazioni. Ma, alle spalle, ne ha viste così tante che definirli immortali non risulterebbe affatto fuori luogo. Il rosa ed il nero: dagli anni ’80, una successione di eventi da lasciare cicatrici indelebili. C’erano loro, c’ero anch’io, alla Favorita non intitolata ancora a Renzo Barbera. Quel secondo anello sembrava poterci far volare, come il rapace che ci rappresenta meriterebbe. Poi, l’incubo del baratro che non vuol dire retrocessione: ci potrebbe anche stare. Ma radiazione. Un’altra di quelle parole che odierò per sempre: come Frosinone. Eppure, abbiamo scoperto che anche il gradino più inferiore può regalare soddisfazione: il Palermo della rinascita è sangue fresco che affiora nelle vene. Il Mondiale ci restituisce un impianto più capiente, dall’aspetto imponente. Troppo grande certe volte, troppo piccolo per le occasioni speciali. Quando ci rendono visita le strisciate e altre blasonate, per una serata di gala o per qualche scoppola in coppa, come questa contro i Viola. Troppi anni senza il calcio che conta, hanno spostato le attenzioni verso gli squadroni: una spiegazione che non mi ha mai sfiorato. Per me, per i vecchi cuori Rosanero, esiste solo il Palermo: non scherziamo. Quello dei picciotti è orgoglio: quanti pianti di gioia in curva. Ignazio Arcoleo e Speedy Vasari mi hanno fatto toccare il cielo con un dito, fino a precipitare come un Icaro squagliato al sole. Il piatto piange: ci ha pensato Franco Sensi, a far tornare i conti. Fino all’avvento del nuovo millennio. Dove abbiamo visto cose che il tifoso del Palermo non avrebbe mai potuto immaginare. Nel bene ed anche nel male. L’ingresso in Europa e l’invasione di Roma non son bastate: finisce tutto in brace. Un fallimento sportivo, oltre che societario: una sfilza infinita di timonieri, la maggior parte allo sbaraglio. Fino al nubifragio, dopo che si è venduto tutto. Un tesoro perduto, senza aver vinto nulla e con diverse rose che ci hanno invidiato in tutta Italia. Espugnata ed impaurita da un Palermo tremendo, soprattutto quello di Francesco da Castelfranco. E poi divorato da una conduzione scellerata. L’ennesima favola senza lieto fine: un buco nero che tutto quel rosa inghiotte. Le parole dette da Delio Rossi, mi vengono in mente: come aveva ragione. ‘Passano i tecnici, passano i presidenti, ma il Palermo resterà sempre’. L’Aquila come la Fenice, caro Delio: che risorge dalle sue ceneri. Con il suo esercito di immortali. Ed una schiera di eroi: lasciata a briglie sciolte dal suo condottiero. L’uomo di marmo, quello buono. Da Massa Carrara, il buon Silvio. Il nostro Mourinho. Meriterebbe una statua, immortalato mentre arringa la folla. Alla vigilia dell’atto finale, a scacciare i tanti, troppi gufi: quel rumore dei nemici che abbiamo cancellato col boato di un Barbera sontuoso e corretto. Per intenderci, senza scagliare palloni in campo. ‘A me interessa il percorso’: era quello giusto. Di tutto il resto, non ce ne frega un cazzo.

Dario Romano
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QUELLA SPORCA DOZZINA

UNIONE SPORTIVA PALERMO 1990-1991

Quando il gioco si fa duro, occorre che i duri comincino a giocare. C’è una rosa da sistemare, per realizzare il minimo sindacale. Una piazza come Palermo non può stare in terza serie. Succede: perché, a volte, al peggio non c’è fine. Dopo la rinascita, per compiere la missione, il Palermo di Giovanni Ferrara si affida ad una sporca dozzina: ovviamente, nel senso buono del termine. Guardate: quei volti scavati, concentrati su un unico obiettivo. Gente, qui non si passa: abbiamo fretta. A Franco Liguori si affida una truppa di prim’ordine. Il ritorno, innanzitutto, di Giacomino Modica, talento precoce in origine e adesso pronto e maturo al punto giusto. Un giocatore di altra categoria: per il terzo gradino del calcio nostrano, un lusso. Silvio Paolucci e Giorgio Lunerti rappresentano una garanzia: il primo serve ad allargare le maglie strette delle difese arroccate, il secondo per le stoccate. Un centurione, Giorgione: dalla Campania Puteolana arriva con furore e saranno reti, di quelle pesanti. La difesa è collaudata, con Roberto Biffi lancia in resta tra i vari Pietro De Sensi e Giampiero Pocetta terzini e Fabrizio Bucciarelli nel mezzo. Il centrocampo è in buoni piedi (Massimiliano Favo e Rocco Cotroneo mordono e rilanciano), l’attacco punge sulle fasce (alla opposta di Paolucci ci pensa Donato, ad aprire i Cancelli) e azzanna l’area col centravanti di turno. Se non c’è Giorgio, ecco SandroCangini è un cavallo: a volte dal piccolo trotto, a volte purosangue. Se tirato a lucido, non conosce ostacolo. In regia, regna Sua Maestà: la mia ammirazione per Modica è così svelata. Una corazzata, questa schierata in salsa Rosanero degli ‘Angeli dalla faccia sporca’. Eppure, mai dare nulla per scontato, nel calcio. L’amichevole con la Juve è un omaggio a Totò Schillaci ed alle notti magiche. Paolo Alberto Faccini va a segno e poi al Baracca Lugo: la classica toccata e fuga. Un assaggio di Roberto Baggio, di un altro livello e mi accontento. Poi, ci si cala nella parte che ci tocca, ma l’atmosfera si fa cupa: questo Palermo, non ingrana. Strano, perché l’inizio non è male: Siracusa battuta alla Favorita e vittoria sul campetto del Nola. Ma è il Catanzaro a far scattare l’allarme: tre schiaffi seguiti dal pari a reti bianche in casa con la Torres. Per la dirigenza, occorre una scossa. Ed ecco il ritorno di Enzo Ferrari. Da giocatore, autore di una stagione, tra le altre, da incorniciare. Cambio al timone e si cambia marcia. Parte indenne dalla città del Palio un cavallino rampante, che ne vince cinque e pareggia anche a Perugia. Poi, cede al Cibali e riparte da par suo. Eppure, il finale del girone e l’inizio del ritorno fan gridare allo scandalo: vuoi vedere che lo squadrone si scioglie come neve al sole. Giusta, l’impressione, ma stavolta si fa quadrato e si rinuncia allo scossone: nonostante un rendimento altalenante, che rischia di mettere ancora tutto in discussione. La verità è questa: regna l’equilibrio. Puoi vincere o perdere contro chiunque e puoi arrivare in vetta come precipitare in fretta. CampaniaBattipagliese, il Catanzaro penalizzato di tre punti fatali e la Torres non evitano il baratro, ma tra il Giarre salvo a quote trentadue ed il Casarano terzo a quaranta, contiamo soltanto otto punti di differenza. Dietro la capolista Casertana, la spunta proprio il Palermo. Che ha messo abbastanza fieno in cascina da resistere alle vacche magre. Dopo l’inopinata sconfitta di Battipaglia, che segue la disfatta di Caserta, bastano tre vittorie e cinque pari per staccare l’agognato biglietto per il torneo cadetto. Cinque anni di assenza, dal calcio che meno conta ma che da queste parti contava eccome. E due partite che ti restano nel cuore: il tre a zero al Catania ed il pari con l’Andria. In una Favorita stracolma e piena di gioia. Riguardo il derby di ritorno contro gli etnei, rifatevi pure gli occhi: c’è il Tubo, a racchiudere il ricordo. Di un agognato salto in alto e poi di un viaggio: nel tempo.

Dario Romano
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L’UOMO DI MARMO

SILVIO BALDINI

‘Non me ne frega un cazzo, a me interessa il percorso’. Tanto colore, nelle parole di un allenatore. Ma Silvio Baldini da Massa si segnala per ben altro. Non vende fumo: piuttosto, regala arrosto. Tornato dove fu esonerato, ha trovato un Palermo di mattoni e ce lo ha restituito di marmo. Non è poco, per un novello Augusto. Non ancora imperatore, ma è ad un passo anche per questo. Comunque vada a finire, il plauso è meritato e doveroso. Perché quanto ha realizzato non è altro che un miracolo sportivo, un capolavoro che ha cambiato tutto. Il suo tocco non riguarda soltanto il Palermo, inteso come squadra. Avvolge una città intera ed i suoi figli lontani, dispersi ovunque ma attaccati per sempre alla loro terra di origine. Il mondo Rosanero ne fa parte, ovviamente. Per quanto mi riguarda, finché morte non ci separi. Chissà, magari si andrà anche oltre. Intanto mi accontento, di non aver perso uno come Silvio. Dicono che l’allenatore, nel calcio, conti fino ad un certo punto. Tutte minchiate: scusate le mie, di parole. Siamo tutti d’accordo che personaggi come Mourinho, oltre che gran comunicatori, sappiano spremere i limoni oltre ogni limite concesso dalla natura. Ma non è un trucco: c’è tutto il resto. L’arte di stravolgere gli schemi e quindi i risultati. Baldini c’è andato eccome, oltre. Non ha un percorso vincente, non si è portato la cavalleria: ha accettato la sfida e si è calato da par suo. Il suo tesoro, sono gli eroi che ha plasmato a suo piacimento. Sì, sei un uomo di marmo, Silvio. Perché quelli che vediamo vincere ad Avellino, Monopoli, Bari, Trieste, Chiavari, Salò e Padova son gli stessi uomini che le prendevano di brutto a Picerno e non solo. E allora avanti così, per la tua strada. Maestra come questa: da uno, nessuno e quattro gatti, hai riempito il Barbera fino a centomila e oltre nell’arco di qualche settimana. Questa, è già una vittoria. Potrei dire che di tutto il resto, non me ne freghi un cazzo. Non è così: ci tengo troppo. Ma grazie lo stesso: in un periodo duro come questo, anche un semplice sogno può bastare. Un altro piccolo blocco ad incastro e sarà storia: per la leggenda, basta un’intervista come questa. Pensavo di aver visto tutto, nel mio percorso da tifoso: che abbaglio. Come, ad esempio, il salvataggio sulla linea di Marconi. C’è tutto il tuo Palermo, in quel gesto disperato. Plasmato da te, Silvio: appunto, con il marmo.

Dario Romano
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IMMENSO

MATTEO BRUNORI

Quando Matteo Brunori sbarca a Palermo, non pochi esprimono il proprio malcontento. Del resto, dopo l’addio di Lorenzo Lucca, ci si sente depredati di un tesoro venuto improvvisamente allo scoperto e presto monetizzato per giusta causa. Impossibile trattenere il nuovo lungagnone: ce ne siamo fatti una ragione. Il nuovo arrivato non sembra proprio l’attaccante di categoria tanto invocato: l’italo-brasiliano di proprietà bianconera ha l’età giusta per una completa maturazione, ma i numeri non sono dalla sua parte. L’ultima stagione con l’Entella lo dimostra: la mette soltanto tre volte. Il resto della carriera parla di un buon intermezzo all’Arezzo e poco altro. E sì, Pietro Cianci sarebbe stato meglio: anch’io ci casco, ma ho preso un abbaglio. Poi ci si mette anche Giacomo Filippi, che in conferenza stampa sembra spararla grossa: per lui, Matteo è l’attaccante più forte del torneo. Punto e accapo: poi, si apre il cielo e non solo. Perché il nostro entra in gioco dopo il terremoto, quando dall’alto comincia anche a piovere. Con il ritorno di Silvio, l’avvento: perché il portento si materializza con una carrettata di reti. I meriti di Baldini vanno riconosciuti: gliene diamo atto e lo faremo a tempo debito. Intanto, commento il momento d’oro che sta vivendo il giovanotto: che trasforma in oro tutto ciò che tocca. Una dote innata, ammirata con un’altra rivelazione sbocciata all’ombra del Pellegrino. Anche Luca Toni, con i Rosanero, è esploso. Il lungagnone per eccellenza è stato il capostipite dei grandi centravanti e di tutti coloro che gli gravitavano intorno, nel Palermo di inizio millennio. A parte i numeri, che con Brunori impongono il rispolvero del pallottoliere, le differenze tra i due si sprecano. Le categorie c’entrano fino ad un certo punto: sono le caratteristiche a porli su due piani diversi. Più finalizzatore il primo, autentico panzer dell’area di rigore e opportunista al punto giusto: un po’ come il compianto Pablito. Gianni Agnelli, quando non si distingueva chi avesse avuto la meglio nel metterla dentro, ha confessato che non ci voleva molto a risolvere l’arcano: ha segnato Rossi. Sul pallone sporco, anche Luca ci passava una pezza: ed ecco la palla filosofale, l’invenzione dell’attaccante fenomenale. Gerd Müller e Pippo Inzaghi appartengono alla stessa pasta di cotal fatta. Ma Matteo no, è un’altra roba. Emersa in terza serie, ma che ci vuoi fare: il calcio ha diverse latitudini ed altrettante declinazioni. Non voglio fare paragoni, ma tra eroi della stessa maglia posso trarre le mie conclusioni. Giochi e voli pindarici che svelano cosa sto pensando, quando chi mi sta accanto se lo sta chiedendo: vaglielo a spiegare. Tanto, non possono capire. Che venticinque marcature nella stagione regolare e le altre che ci stan facendo sognare, ti fanno vacillare. Dove può arrivare, Brunori: un giocatore che non vive soltanto nell’area di rigore, ma svaria su tutto il fronte. E lo fa da par suo: rendendo semplici le giocate più difficili, a miracol mostrare perle incastonate che resteranno scolpite. Gli avversari come birilli, saltati con pallonetti e giravolte non fini a sé stesse. Perché il talento non è riservato al tocco morbido, al colpo ad effetto. Matteo la chiude di giustezza: con una bomba, una botta all’incrocio, uno scavetto. Non c’è un marchio: ma un repertorio completo. E quando non è cosa, non si dà per vinto: cambia gioco, cerca lo scambio. Vuoi che succeda qualcosa e allora lancialo: in campo aperto o attorniato, San Matteo è ispirato al punto che fermarlo è proibito. Una trasformazione che potrebbe avere più di una spiegazione: lui ci crede e tutti credono in lui. La motivazione non è tutto: c’è anche la tattica. Chi lo supporta, usufruisce degli stessi spazi che lui dona. Se ne sono avvantaggiati tutti, dalla trequarti. Dove luccica un astro immenso. È questo che penso, del ‘mostro’. Di quel volto da bambolotto con il taglio mai scomposto. Forse, avrà un pettine nascosto. Probabile, ma scherzo, perché non la prende quasi mai di testa: non è un limite. La capoccia, fuori area, serve più che altro a pensare. Calcio, ma quello di alto livello. Dove vorrei continuare ad ammirarlo: ovviamente, con la maglia giusta addosso. La casacca, come si diceva una volta, rigorosamente Rosanero: son questi i colori, per Matteo Brunori.

Dario Romano
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BIFFI & SODA

UNIONE SPORTIVA PALERMO 1993-1994

Per una volta, una bella coccarda sulla maglia. Fa sfoggia per la relativa doppietta: promozione e coppa. Ma Angelo Orazi lascia: è questa la notizia che sconvolge l’ambiente. Si parla di un presunto accordo raggiunto con l’Udinese: non se ne farà niente, ma ciò è sufficiente per un addio a malincuore. Un peccato, perché si giocava bene e, con qualche ritocco, si poteva fare altrettanto nel gradino più alto. Si corre ai ripari, ma la scelta del nuovo timone si rivelerà affrettata. La partenza, è da brividi. Che la Fiorentina fosse di passaggio, si dava per scontato. I Viola sono una corazzata: vantano Gabriel Omar Batistuta in rosa, ma il lusso per la categoria è anche il crucco Stefan Effenberg. Un cliente scomodo, per il debutto casalingo: Enrico Nicolini ha da poco appeso le scarpette al chiodo e dopo un breve rodaggio si siede sulla panca del Palermo. Un bel trampolino, ma il rischio è lo scotto. Pagato a caro prezzo: tre reti a domicilio alla prima, ma nulla di allarmante. Nell’ultimo torneo che assegna due punti a vittoria, anche a piccoli passi la classifica può muoversi. Ma a Cosenza è calma piatta, fino al golletto dei Silani. Col Ravenna, la Favorita rinuncia già: non si veste a festa. A festeggiare, è l’avversaria: la rete di Francioso è più di una sentenza e frutta il benservito. Sancito anche da numeri inequivocabili: tre gare senza punti e senza reti. Enrico si è bruciato. Per domare l’incendio che minaccia il Palermo, arriva l’uomo giusto: Gaetano Salvemini. Nomen omen: il resto, è soprattutto esperienza. Che a questo punto conta, vista l’aria che tira. Non gli si chiede mica la promozione, ottenuta alla Bari, ma almeno una salvezza che in Puglia ha centrato due volte nel gradino superiore della massima serie. Serve mettere fieno in cascina, prima dei ritocchi da apportare a Novembre: la squadra, non è adatta alla serie cadetta. Eppure reagisce. La mano del nuovo allenatore si intravede un po’ in Toscana: col Pisa, quarta sconfitta consecutiva maturata solo nel finale. L’attacco è ancora a secco, ma dopo appena tre minuti si sblocca in casa contro il Verona: la firma è di Sasà Buoncammino. A chiuderla, un giovane terzino. Pietro Assennato lo conosciamo: aveva già debuttato in Rosanero. Un soldatino, il palermitano, che negli anni novanta si guadagna meritatamente più di cento presenze con la casacca del cuore. La doppia casalinga è da sfruttare: alla Favorita arriva il Pescara e diluvia. Piovono anche reti: un rigore per parte, ma Bivi e Borgonovo non bastano agli ospiti. Torna il Rizzolo di una volta: Antonio fa doppietta e c’è anche una buona novella. La rete di un difensore con un cognome importante: non è Gianni, ma Gaetano, gioca tutt’altro che in attacco ma va a referto: De Rosa è nato in Germania, ma è uno scugnizzo niente male e con i piedi ci sa fare. Due vittorie consecutive fan ben sperare, ma ad Ancona la difesa cede: si rivede Felice Centofanti, che ci riporta giù tutti quanti. La picchiata definitiva è una doppia sberla targata dal Condor Agostini. Quando Buoncammino risolve il match col Bari, sembra di rivedere un film già visto: Rosanero bene alla Favorita e male altrove. Arrivano gli innesti, a cominciare da Federico Giampaolo. Il talento del trequartista è indiscusso, ma in Sicilia il giovane di proprietà Juve non sfonda. Meglio a Novembre, quando arriva la cavalleria: Gianmatteo MaregginiTebaldo BigliardiValeriano Fiorin e Antonio Soda. Un elemento di spicco per ogni reparto, con tanto di clamoroso ritorno. Il portiere non è una saracinesca, ma con i Viola ha fatto esperienza. Una bandiera rosa degli anni ottanta, Bigliardi, scudettato col Napoli di Maradona e consacrato con l’Atalanta. Chi se la scorda, la botta di Fiorin contro i Reds, mentre Soda è l’attaccante di categoria che mancava alla causa. Il tempo di registrare la formazione e si riprende a marciare. Due vittorie e quattro pari, con la sconfitta in Brianza ad opera del Monza che chiude il girone. Di far punti a Firenze, neanche a parlarne: Biffi realizza la rete della bandiera dopo quattro pappine. Poi, è un altro Palermo. Che ad Aprile riscopre il mal di trasferta: fa da contraltare la tripletta casalinga del nuovo attaccante, che schianta l’Ascoli. Inizia Maggio con l’autorete di Davide Campofranco nel finale sfortunato di Acireale, ma che è primavera si avverte da un partitone in casa col Cesena: dove Soda raggiunge quota otto marcature e Sasà timbra per l’ultima volta nel calcio che un po’ meno conta. La paura fa novanta, a quattro gare dal termine. Tre pari a reti bianche, poi quella benedetta punizione che ci allontana di un punto da una bagarre che condanna PisaRavenna e ModenaFiorentina in scioltezza, promossa insieme a BariBrescia e Padova. Il fanalino di coda è deciso da tempo: il derelitto Monza, che strappando un punto inutile ci avrebbe condotto all’inferno. Poi, arriva lui, bello bello. E la mette da par suo: per Roberto, è questo il momento di gridare al vento. Ed è BIFFI GOL.

Dario Romano
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‘COME HAI FATTO!?’

UNIONE SPORTIVA CITTÀ DI PALERMO 1994-1995

Ad un certo punto, nella storia rossonera, alla sconfitta col Palermo ci si farà il callo. Era già successo, ma soltanto all’ombra del Pellegrino. Tra le altre, quando lo sciagurato Egidio riserva al Diavolo l’ennesima amarezza. A San Siro o Meazza che dir si voglia, la prima volta si materializza in una serata di fine estate. L’eccezione si farà regola, ma la fantascienza è ancora materia sconosciuta al tifoso Rosanero. Quando si espugna la ‘Scala del calcio’, il racconto è più che altro biblico: succede che Davide abbatte Golia. Una sensazione non per tutti: riservata a chi non tiene per le grandi. Al primo turno, il Palermo è maramaldo: si espugna del Ravenna il campo. Giallorossi in vantaggio con Antonioli dopo un quarto d’ora nella ripresa, risponde Massimo Cicconi e sentenzia Roberto Biffi nel finale. Un buon segnale, ma a Milano basterebbe uscire a testa alta: non è mica una prova del nove. La formazione che Gaetano Salvemini manda apparentemente allo sbaraglio non è niente male: questo, è un Palermo che fa sognare, almeno sulla carta. Ma di spuntarla col Milan in trasferta non se ne parla. Mi accontenterei di un pareggio, di una sconfitta di misura. Per aggiungere un po’ di sale al previsto match di ritorno: non mancheranno anche pepe e peperoncino. L’undici ospite spicca, sul terreno di gioco: perché il completino della ABM è quasi tutto bianco. Il nuovo arrivato a difendere i pali, Gianmatteo Mareggini, sceglie invece il giallo. Il reparto difensivo è composto da tre centrali: alla coppia ben collaudata da Ciro Ferrara e capitan Biffi, si aggiunge Mirko Taccola. La novità rappresentata da Massimo Brambati si esprimerà a destra, anche se è più lecito aspettarselo maggiormente in copertura che all’avventura. Giovanni Caterino farà da supporto sul lato sinistro in entrambe le fasi, mentre a centrocampo Beppe Iachini farà da chioccia a Masino Pisciotta: tra un tackle e l’altro, farà molto più del previsto. L’inventiva è tutta nei piedi di Lorenzo Battaglia e Pietro Maiellaro: il ritorno dello Zar è gradito, ma l’occhio di riguardo è tutto per Sasà Campilongo. Il vero botto di un mercato succulento, come non si era mai visto. Fabio Capello, per il secondo turno di coppa, pensa all’ordinaria amministrazione, ma non schiera un Milan dimesso più di tanto. Ielpo in porta, Galli e Costacurta centrali, Tassotti e Panucci terzini. Il centrocampo è inedito: Sordo e Donadoni sulle fasce, Albertini in mediana e Gullit a briglia sciolta. Il tulipano fa da spola e da supporto ai due avanti: Simone, autore di una stagione da incorniciare e Lentini. Questi è un’ombra, dopo il recente incidente. Io penso ancora a quel cappotto rimediato in un’amichevole precampionato: ferite ancora aperte che non ho smesso di leccare. Otto reti a domicilio, con il trio olandese in gran spolvero. Rijkaard è ora all’AJAX, mentre il Cigno di Utrecht è al canto: Marco van Basten sta soffrendo le pene dell’inferno. Ruud è tornato, ma l’esperienza alla Samp non è ancora finita: la sua, sarà una ritoccata e fuga. A gara iniziata, lo spartito non sembra riservare sorprese: padroni di casa all’attacco e Palermo chiuso a riccio. Quando la barricata cede, Gullit la cicca o prende la traversa, mentre Panucci alla trave fa la barba: il Diavolo impreca, perde smalto e le Aquile ci credono. Quindi, il volo. Quarantaduesimo: corner sul fronte sinistro d’attacco, dalle parti di IelpoBattaglia e Maiellaro scambiano corto, poi Lorenzo guarda in mezzo e calcia teso un pallone velenoso. Lo è altrettanto l’esito: in un’area affollata di marcantoni, la spunta Iachini. A due passi dal dischetto, l’impatto: la sfera tocca terra a mezzo metro dalla linea di porta e riprende la sua corsa ineluttabile. Nulla da fare per l’estremo difensore: è destinata all’angolo. ‘Ma come hai fatto!? Come ci sei riuscito!?’ Biffi racconta il tormentone che precede il match di ritorno. Ma Beppe non è il solo, a lasciare il segno: nel secondo tempo, lo spreco di PietroZar, come hai fatto, a tu per tu con Ielpo. Temo la legge del goal sbagliato, goal subito: ma per fortuna entra in scena Gianmatteo. Non ruberà l’occhio, ma a San Siro è perfetto: il portiere si esibisce da par suo su Tassotti e Stroppa. Che farà pari e patta in una Favorita fatta bolgia. L’amaro in bocca, a vederlo svettare e colpire, anche lui, di testa. Poi, sempre loro: la maledizione degli anni novanta. Dagli Azzurri ai Rosanero, il trionfo non è ad un passo: dista undici metri. Quegli odiati, maledetti rigori.

Dario Romano
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AD UN PASSO

SOCIETÀ SPORTIVA CALCIO PALERMO 1977-1978

Subentrato nel finale di una stagione con due cambi al timone, l’ex attaccante dal volto intrigante si guadagna la conferma. In panca, siede Nando Veneranda. Potrebbe fare pure l’attore, il lungagnone, ma meglio così. Un signor allenatore, ‘El Gringo’, che al Palermo è al primo atto di un trittico col finale tragico. Tutt’altro all’inizio: si sfiora il botto. Il colpo grosso non si materializza per un soffio: il fiato corto ad un passo dal traguardo ed il sogno è infranto. Un vero peccato, considerando l’andamento in un torneo meno complicato del previsto. Da una retrocessione scongiurata ad una promozione sfiorata: ma alla fine, rimane tutto come prima. Dal Matera, arriva Vito Chimenti: è questa la notizia. Non sarà un centravanti come tanti altri: questo, è per cuori forti. Sedici reti, tanto spettacolo ed un cavallo di battaglia: la bicicletta. Si è alzata l’asticella, in un reparto che resta comunque anemico: si segna poco, un mal comune che di gaudio ha altrettanto. Difese agguerrite ed a volte basta una sola rete: quel che non manca, ogni tanto, al Palermo. I Rosanero partono al piccolo trotto, confermando un limite che ai tempi è la norma: in trasferta, si fa spesso cilecca. PistoieseAscoli e Sambenedettese la spuntano, mentre alla Favorita ci si abitua al pari a reti bianche. Dieci pareggi, nel girone d’andata: troppi e decisivi, considerando che quattro punti in più, al tirar delle somme, avrebbero consentito il salto in massima serie. Al giro di boa, si svolta e Vito si materializza in tutto il suo splendore. Soprattutto ad Aprile, quando il Palermo cambia passo e nulla è più lo stesso. Si espugna Taranto, la terza ed ultima affermazione lontano dal Pellegrino, alle cui falde lo stadio si è fatto fortino: imbattuti in casa, per tutto il campionato. Quattro vittorie consecutive nella bolgia spalancano i sogni di gloria. Con Chimenti, è bandiera rosa ai quattro venti. A quattro giornate dalla fine, si batte la Ternana e si incrociano le dita: che sia la volta buona. Lo scontro diretto col Catanzaro, però, sorride ai Giallorossi, la Cremonese strappa un punto che non gli servirà più di tanto ed in Emilia Romagna la conferma: da rosa, la bandiera del Palermo si è fatta bianca. Due a zero per il Cesena, con i giochi ormai fatti. Coinvolti tutti, escludendo la testa e la coda. Modena fanalino, con appena venti punti. La stessa Cremo ed il Como la distanziano di brutto, ma non evitano il baratro. Lassù, invece, un Ascoli inarrestabile: appena tre sconfitte, ben ventisei vittorie. I marchigiani di RozziRenna e del cannoniere Ambu fanno il vuoto. Chiudono a sessantuno, con Catanzaro e Avellino appaiate seconde e promosse a quota quarantaquattro. I rosa chiudono al sesto posto: a quattro punti dalle premiate. Un piccolo passo, un ultimo sforzo: mancato troppo spesso. Non soltanto per il fiato corto: al primo Palermo di Veneranda non si può rimproverare nulla. Nel calcio, la differenza è fatta da uomini come Vito Chimenti. E da un pallone che non entra. La torta, indigesta: ma la ciliegina resta.

Dario Romano
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UNA SERA DA LEONI

La prima pagina del ‘Giornale di Sicilia’ del 31/08/1995: una reliquia. L’omaggio è per Ignazio Arcoleo, immortalato a fianco di una porta che i Rosanero hanno violato per tre volte. In alto, campeggia il titolo principale: l’attacco della NATO alla Serbia. Sono passati più di vent’anni e la solfa, non cambia: ci sono ancora, i venti di guerra. La pugna andata in onda alla Favorita è di ben altra pasta: ‘una sera da leoni’. Non sarà l’ultima: il ‘Palermo dei picciotti’ ha appena iniziato a dare spettacolo. Non è la prima volta che vediamo Davide abbattere Golia: sempre in coppa, il leone per eccellenza espugnò il Meazza al secondo turno. Meno di un anno addietro, Beppe Iachini mostrò un altro Diavolo a Capello. Che al ritorno vide pure le streghe: partita epica. In sala stampa, Don Fabio apparve proprio stremato, ma sollevato per un esito che sorrise ai Rossoneri dagli undici metri: nonostante l’inferno di una Favorita vestita a bolgia. Stavolta, è gara secca: la vittima, il Parma di Nevio Scala. Che rinuncia al suo mantra: per il debutto di Hristo Stoichkov, giunto in Emilia in pompa magna, l’allenatore dei Ducali detentori della COPPA UEFA, schiera una formazione inedita. Rinuncia al suo punto forte, quella difesa a cinque che è come un marchio di fabbrica. Lascia a briglia sciolta Gianfranco Zola ed è cosa buona e giusta, affida la regia a Massimo Brambilla e appoggia l’unica punta con la brutta copia di un Tomas Brolin tutt’altro che in forma. Lo svedese non è più lo stesso, dopo l’infortunio: presto ai margini, lo attende il Leeds ed un mesto finale di carriera. A Palermo, invece, è tempo di fiori d’arancio. Il matrimonio con l’ex mammasantissima si è materializzato e promette nozze mai viste. Arcoleo ci ha pensato spesso, al suo ritorno: quasi ospite fisso delle emittenti locali, dichiara a più riprese il suo intento, esibendo tanto di prove sul campo. Con il Trapani ha sfiorato il miracolo: quarto posto e salto in alto vietato dal Gualdo. La società di Andrea Bulgarella ha vissuto un sogno: una stagione da incorniciare, nonostante l’esito finale. Sia chiaro, ben oltre le attese. Protagonista assoluto: Nino Barraco, presto in rosa arruolato. Ciccio Galeoto lo sa bene, cosa ci attende. Il terzino giunge dalla ciurma del capitano di lungo corso e avverte: ‘vedrete il Palermo correre’. Me la segno, questa: giunto in curva, mi aspetto una gara tosta e nulla di più. Non avevo fatto i conti col Vasari. I filmati degli Acesi hanno fatto un gran bel giro: ci hanno mostrato una trottola, una scheggia impazzita e dotata di quel talento che non guasta. ‘Topolino’ non corre e basta: salta gli avversari come birilli, ma nella sua città racconterà un’altra storia. Perché la mette pure che è un piacere. La curiosità di vederlo all’opera è tanta, come la gente accorsa. Più di ventiduemila paganti, ma alla Favorita gli spalti vuoti son davvero pochi: siamo circa in trentamila. I Rosanero hanno espugnato Acireale al primo turno: con una rete per tempo, ad opera dello stesso Galeoto e di Massimiliano Pisciotta. I palermitani, abbondano anche in campo. Comunque vada a finire, a spiccare è anche la fame di undici leoni a caccia delle povere pecorelle smarrite. Altro che ‘Dream Team’, per Hristo: il bulgaro, vivrà un incubo. Scornato da gran favorito: lo ha già vissuto ad Atene, con l’imbarcata del Barça di un presuntuoso profeta. Stretto tra le maglie di Robertone Biffi e Ciro Ferrara, i morsi di Iachini, i raddoppi di marcatura: sembrano troppi, gli uomini in rosa. Dalla curva, si nota la stessa cosa. I Rosanero, non solo corrono: pressano di brutto, scambiano di prima, cercano la porta con insistenza. E già al settimo, la sbloccano. I terzini del modulo a zona architettato da Ignazio, arano il campo ma non si limitano a far su e giù dalla fascia. Quando possono, irrompono e fanno danno. Iachini vede l’inserimento di Giovanni Caterino, tutto solo a sinistra. La difesa non intercetta la sfera ed il biondo la stoppa, se la aggiusta, mentre si avvicina sempre di più alla porta. La sua bomba è una saetta che fulmina Luca Bucci nel sette. Il boato assordante accompagna la sua capriola liberatoria. La sberla non rinsavisce il ParmaScala lamenterà la mancanza di condizione, ma la lentezza dei suoi è solo una scusa. La verità sta nel mezzo: è il Palermo, che ha un altro passo. Io mi aspetto una reazione, nonostante tutto. Basterebbe un calcio piazzato, una giocata del tamburino sardo, un’incursione di Dino Baggio, un colpo ad effetto del Pallone d’oro. Ma c’è il mio numero uno, come ultimo baluardo. Gianluca Berti è attento, mentre le sporadiche occasioni degli avversari nascono soltanto da spunti individuali, annebbiati da spazi e tempi sempre più stretti. Mentre mi stropiccio gli occhi, cede Antonio Rizzolo: anche lui sembra incontenibile, come nella stagione maledetta di una retrocessione assurda. Sguscia a sinistra ma prende una botta: al suo posto, entra Giovanni Di Somma. Non c’è una vera e propria cantera, ma è pur sempre un altro figlio della casa. Mentre l’attaccante umbro lascia il campo e non solo quello, il ‘Palermo dei picciotti’ prende sempre più corpo. All’intervallo, le mie preoccupazioni aumentano: a quel ritmo, si pagherà dazio. Ripresa: la favola che si materializza in tutto il suo splendore. Che potesse far male, si era già capito: ma non fino a questo punto. Il funambolo col numero sette sulle spalle onora i grandi del ruolo: è il suo turno. Lo schiaffo arriva ancor prima che nel primo tempo. Al secondo, ‘Speedy’ aggancia in area, resiste al contrasto, se la passa dal sinistro al destro in un millesimo di secondo e tira forte. Sembra una botta alla Totò Schillaci, quelle della non lontana Italia ’90. Ma la serata è ancora più magica perché non è ancora finita. Fila tutto liscio, anche quando Hristo ci prova da distanza ravvicinata: la paratona di Berti toglie ogni speranza al Parma, che alza definitamente bandiera bianca. Bucci anticipa il sempre più indemoniato Vasari di un soffio, ma si arrende ancora nel finale. Da sinistra a destra, Caterino sciabola per Tanino che colpisce al volo. Una spaccata in corsa da vedere e rivedere: per capirci qualcosa. Dalla curva, l’effetto è un flipper che finisce col muovere la rete. Quel tanto che basta per capire: è entrata ed è qui la festa. Sogno o son desto: entrambe, le accendo. La calma è imposta dalla ragione, non dal cuore: siamo soltanto ad inizio stagione. Ma non era un fuoco di paglia. Questi leoni avevano appena iniziato a ruggire. Il loro gregge, a crederci. Perché uno spettacolo del genere, da queste parti, non si era mai visto. Il ‘Palermo dei picciotti’ nasce in una serata di fine agosto. Soltanto per la mia generazione, ha rappresentato uno spartiacque. Non c’è un prima, non c’è un dopo: soltanto perché è durato troppo poco.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

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L’ONTA

SOCIETÀ SPORTIVA CALCIO PALERMO 1983-1984

Prima o poi, doveva capitare. Più di ottant’anni di storia, la metà trascorsa per buona parte nei piani alti. L’attico mai raggiunto, ma un posto nel palazzo buono è spesso guadagnato. Ogni tanto, si è spesso sognato, anche più del dovuto. Ma quando l’ascensore non sale più, prima o poi ti manda giù. E arriva l’onta della prima retrocessione del Palermo dalla serie cadetta. La disdetta, si materializza dopo una salvezza per il rotto della cuffia. Gianni De Rosa saluta: il bomber lascia il promontorio per un vulcano. Dal Pellegrino al Vesuvio, il passo è un addio più deleterio del previsto. Per sostituirlo, arriva un giovanotto che di primo acchito sembra uno straniero. Ma Hubert Pircher è italiano: nato a Bressanone, il virgulto pare un predestinato. Paga qualche infortunio di troppo, ma debutta col botto in quel di Bergamo. Il rodaggio è spesso interrotto, ma il coraggio non manca: alla prima occasione in massima serie, trova la rete e più di un estimatore. Dall’Atalanta all’Ascoli, l’attaccante mostra di saperci fare, soprattutto se tirato a lucido. Sei marcature in pochi mesi gli valgono un presunto viaggio premio in Spagna. Pensateci: se non fosse stato per la pubalgia che lo rimette ai box, al posto di Franco Selvaggi il ‘Vecio’ avrebbe insignito, suo malgrado, proprio Pircher del titolo di campione del Mondo. Il destino, però, gli riserva altro: ovvero, il PalermoGustavo Giagnoni è reduce dal flop col Cagliari. Il tecnico sardo scende in B ma cambia isola. Le premesse sarebbero allettanti: la squadra è valida, l’ambiente bello caldo, in tutti i sensi. Dovrà fare a meno del colbacco che lo contraddistingue, ma anche dei buoni propositi. Si parte male con l’eliminazione in coppa, dove fa ancora bella mostra il mitico sponsor VINI CORVO. Il nuovo, Pasta Ferrara, non porterà fortuna. L’inizio del campionato, invece, è meno sconfortante. Reti bianche a Trieste, debutto in casa di misura sulla Sambenedettese. La porta è inviolata, fino alla terza: il ritorno in Sardegna costa la prima sconfitta, cancellata dall’affermazione contro il Catanzaro. Si segna poco, si subisce ancora meno. Segnali incoraggianti, fino a quando il Palermo ingrana la quarta ed inquadra la porta che è una bellezza. Cinquina al Pescara, due reti alla Pistoiese con Pircher protagonista. La difesa è il punto forte: in trasferta, non si fa voce grossa ma si tiene e basta. E potrebbe bastare, per sognare in grande. Quando, a Dicembre inoltrato, Gianni De Biasi la sblocca in zona Cesarini col Campobasso, i Rosanero salgono addirittura al quarto posto. Dopo, cambierà tutto: perché il Palermo non vince più. Fino a Marzo, quando si strappano due punti all’Empoli. Il reparto difensivo si è fatto colabrodo, la Favorita da fortino a terra di conquista ed in trasferta è spesso bandiera bianca. Il cambio al timone è ormai inevitabile: a Giagnoni, subentra Graziano Landoni. Al cuor non si comanda: l’ex regista dei rosa è un palermitano adottato. Prova la scossa: a Cava, il vantaggio di Massimo De Stefanis arriva vicini allo scadere. C’è un rigore nel finale: per la Cavese, trasforma Roberto AmodioGiuseppe Volpecina vive una stagione particolare: incide sotto rete, a dimostrare che a mancare è proprio lo stoccatore eccezionale. Il capocannoniere sarà De Stefanis, che arriva a quota undici. Non bastano, come qualche bugia che Giampaolo Montesano ci riserva ancora. Fino alla farsa di Cremona: tre reti per parte che destano più di un sospetto. Fatale il pari col Cesena, inutile la vittoria finale col Monza. Un punto in meno equivale al baratro. La classifica è cortissima: AtalantaComo e Cremonese staccano il biglietto, ma senza impressionare più di tanto. Tra i Rosanero ed i Grigiorossi, giunti al terzo posto utile per il salto, il distacco è di undici punti: non sono molti. PistoieseCavese ed il Catanzaro fanalino, ci fanno compagnia al piano più sotto. Io, piango a dirotto: negli anni ottanta, ne vedrò di tutti i colori. Gioie e dolori: non potrebbe essere altrimenti. La storia è scritta da quei colori: dolce e amaro. Scoprirò il senso della mia passione: nel calcio, la serie non conta. Anche dopo l’onta: non sarà nulla, al confronto di un incubo dietro l’angolo.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

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STAZIONE BARBERA

Buona la prima, per il Palermo. Che a Tel Aviv strappa i tre punti e debutta tranquillo alle falde del Pellegrino. Per il secondo turno del gruppo, in Sicilia è attesa una locomotiva partita da molto lontano. Strano: anche il terzo avversario della competizione è rappresentato da un club ubicato a diversi km di distanza. Ma dopo i viaggi a Cipro ed Israele, i Rosanero stavolta attendono. Dalla Russia, ecco un convoglio del tutto particolare: allontanarsi dalla linea gialla. Alla stazione Barbera arriva il Lokomotiv Moskva. Espressione del Ministero per i Trasporti dell’Unione Sovietica, il sodalizio vede la luce nel 1922, accodandosi alle rivali cittadine che nella capitale abbondano. SpartakCSKADinamo e Torpedo spadroneggiano a Mosca e vasti dintorni. Eppure, i Ferrovieri si guadagnano spazio. Sgomitano fino al punto di comparire in un Albo ristretto: due coppe nazionali e poi il botto alla dissoluzione dell’URSS. Il team che sfiderà il Palermo di Gigi Delneri, ha trionfato in patria nel 2002 e nel 2004 e vuol fare bene anche in Europa. Tra gli undici agli ordini di Vladimir Eshtrekov, scorgiamo delle vecchie conoscenze del calcio nostrano, a cominciare da Francesco Ruopolo. In prestito dal Parma, solo una toccata e fuga l’esperienza estera dell’attaccante. La sua stagione migliore è di là da venire: con la Dea, soprattutto. Francisco Govinho Lima arriva in Italia nella stagione 1999-2000. LecceBologna e Roma: con la Lupa, l’esperienza più longeva del centrocampista brasiliano più di lotta che di governo. Vivrà un’annata anomala: biglietto di andata e ritorno per e dal Qatar. Ma nella capitale russa, ad attenderlo, stavolta tocca ai Biancoazzurri della Dinamo. A Brescia, presto gli ultimi sprazzi di un certo livello. In panchina e nel finale in campo ecco il bielorusso Sergej Gurenko. Ex istituzione proprio dei Ferrovieri, fa la meteora coi Giallorossi, col Real Saragozza e col Parma. Torna alla base: per l’auge, attende ancora. Nelle vesti di allenatore, più vice che protagonista. Il capitano è l’estremo difensore: nulla a che vedere col Belpaese, ma Sergej Ovchinnikov suona familiare. Tra LokomotivBenfica e Porto lo abbiamo visto spesso tra i pali in varie competizioni internazionali. Che dire: sta per iniziare una gara niente male.

Con tutto il rispetto per gli avversari sin qui affrontati, i russi sembrano di un’altra pasta. Nel Palermo, il rumeno Codrea rileva il Genio, mentre in attacco è Pepe a far coppia con l’Airone. Partono bene i rosa, con Caracciolo che fa a sportellate senza trovare la rete, ma una botta al naso. Tiene duro, finché non lo rileva, a pochi secondi dall’intervallo, l’evanescente Makinwa. Per il nigeriano, nessun colpo di rilievo: la vetrina internazionale, per le capriole, resta chiusa. Intanto, Mariano rischia grosso: il retropassaggio di González al connazionale Andújar è irregolare. Il portiere la prende con le mani, ma per la conseguente punizione in area di rigore nessun rischio: ribatte la barriera. Scampata bella, anche quando Khokhlov calcia alto a due passi dal dischetto. Nel finale della prima frazione, è Pepe a sfiorare la realizzazione: la testa non è il suo forte, ma il tuffo è opera d’arte. Il resto, è parte di un portiere che respinge da par suo: Ovchinnikov non è Lev Jašin, il mitico Ragno Nero della Dinamo, ma in quanto a presenza non scherza affatto. La ripresa si apre con un’altra opportunità per Pepe, che non inquadra la porta, ma è Izmailov che spaventa: ha solo un ostacolo da superare, l’estremo difensore. Ma spreca la clamorosa occasione a causa della sua imprecisione. Palermo, occhio al contropiede: se non puoi vincere, non la perdere. La Lokomotiv ci crede, mentre nei padroni di casa il solo a tentarci è ancora e sempre lui, Pepe: ma il portierone russo è un ostacolo troppo grosso. Vedo più nero che rosa, nel finale, con Khokhlov che sfiora ancora il vantaggio, ma con la testa di Barone è più preciso: una capocciata di frustrazione che gli costa l’espulsione. Le han prese, i Rosanero, un po’ ammaccati ma imbattuti. Un punto d’oro, rimediato al cospetto di un avversario più esperto, ben messo in campo e pronto a tutto. Resto soddisfatto: con tutto il rispetto per Cipro ed Israele, il primo match che mi fa sentire per la prima volta davvero in Europa è proprio questo. Quando al Barbera si fermò una locomotiva giunta da un Paese pur sempre lontano. Quello che oggi, purtroppo, ci fa tremare oltremodo e tutt’altro che per una partita di calcio.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

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UN GIOCO SEMPLICE

CANGINI E DI CARLO

Domenico Di Carlo arriva al Palermo nell’anno della rinascita. Resta per tre stagioni, lasciando i rosa per Vicenza: proprio in Veneto, arriveranno le maggiori soddisfazioni di una carriera onesta. Non solo una vita da mediano: c’è anche di più. Perché Mimmo, quando occorre, veste i panni del centrale. Lo abbiamo conosciuto così, nei campi polverosi della quarta e terza serie, compresi i terreni spelacchiati del Provinciale di Trapani e di una Favorita che si stava rifacendo il look: gli anni ottanta del nostro calcio, si chiudono con la rassegna iridata che ci riserverà le notti magiche. Ed un Palermo che ci prova, ma non ci riesce: per l’agognato ritorno in cadetteria, bisognava pazientare ancora un po’: giusto un annetto. Nativo di Cassino, in Provincia di Frosinone, Di Carlo si segnala per la correttezza, l’impegno profuso, il vizietto di qualche goal e quella parola che non è mai fuori posto. Un professionista esemplare, innamorato del pallone e di un mondo che continua a frequentare in prima fila: un posto in panca, non glielo si nega. Vent’anni al nord, senza un exploit e qualche flop di troppo: adesso è fermo, ma io ce lo vedo, al timone del Palermo. Dove adesso siede Silvio, che proprio a Mimmo, a bordo campo, ha riservato un bel calcione laddove non batte il sole e, per fortuna, meno duole. Incidenti di percorso: nel suo ruolo da giocatore, il laziale le avrà date e prese altrettanto. Silvio, invece, lo sa bene: per il fattaccio di quel giorno, non basterebbero neanche le scuse. Chiusa parentesi, si riapre il sipario. Nella foto, a portar palla non è un regista, ma un attaccante di quelli vecchio stampo. All’anagrafe, è Cangini Sandro. Un panzer come quelli belli di una volta: l’andamento è lento, ma che portento. Sarà che il calcio di una volta ti resta nelle ossa, ma con un centravanti così, mi son sentito sempre più tranquillo. L’area avversaria la voglio vedere messa a ferro e fuoco, con un carrarmato pronto a spaccare tutto. Il cross giusto e ci pensa il virgulto di turno. Cangini non va a referto spesso: tutt’altro. Undici reti in due stagioni fanno storcere il naso, più che strabuzzare gli occhi. Però mi si sloga la mascella, quando Massimiliano Favo chiude il triangolo e lo mette comodo comodo, a due passi da una porta difesa dal malcapitato portiere del malcapitato Catania di turno: che spettacolo e che boato. La sua annata d’oro era stata alla Vis Pesaro: in Sicilia, soltanto gli ultimi colpi di un certo rilievo. Sandro non avrà mai dimenticato la sensazione del Rosanero addosso. In un periodo dove il calcio era diverso e bastava poco, per affezionarsi ad un giocatore che non avrà reso come aspettato, ma che qualche gioia ti ha lo stesso regalato. Negli anni del tiki taka, delle squadre racchiuse in un fazzoletto, della corsa prima di tutto ed al diavolo tutto il resto, mi resta questo scatto. A ricordarci come il calcio, in fondo in fondo, è e soprattutto era un gioco semplice. Johan Cruijff chiude il concetto da lui espresso in prima battuta e spesso rispolverato a buon proposito, aggiungendo un piccolo dettaglio: che ‘giocare un calcio semplice è la cosa più difficile.’ In effetti, che ci vuole. Sei un mediano, vedi che il centravanti porta palla. Potresti restare a guardare cosa succede, se è il caso devi farti trovare pronto a coprire. Ed invece, Mimmo prende fiato e scatta, come una molla. Sta esercitando la massima espressione che il ‘Profeta del goal’ ci ha lasciato in eredità: il Calcio totale. Tutti che sanno fare tutto. La cosiddetta sovrapposizione creerà superiorità numerica, spazio per sé o per il compagno. Che potrà liberarsi più facilmente al tiro o scegliere l’assist. Questa è mentalità offensiva, vincente. La summa, potete rivederla a ben altri livelli in quel di Upton Park, tempio purtroppo demolito degli Hammers. Dove il Palermo di Francesco Guidolin espugna il salotto londinese del West Ham United con una rete dell’AironeAndrea CaraccioloFábio Simplício soffia di forza il pallone a Benayoun, serve Aimo Diana che scambia con Mattia Cassani. Il terzino si è appunto sovrapposto: ha tolto un probabile controllore al compagno, che adesso è libero per metterla ‘in the box’, proprio come dicono da quelle parti. La sovrapposizione dell’esterno, nell’evolversi dell’azione, è stata determinante. Quel goal è anche frutto del caso, ma di uno schema studiato, figlio della mentalità vincente inculcata da un allenatore che lo era altrettanto. Vedere per credere: in fondo, è così facile. Come giocare a calcio: come ci insegnano Sandro e Mimmo in uno scatto che, ormai, ha fatto i suoi trent’anni. Ma trasuda ancora di calcio: quello semplice. Il più difficile.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

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BASSO LIVELLO

UNIONE SPORTIVA CITTÀ DI PALERMO 1998-1999

L’ultima annata con Roberto Biffi in rosa. Un addio che chiude un’epoca e coincide con un nuovo inizio: al Palermo, sta cambiando tutto. La promozione sfiorata è l’ultimo atto di una proprietà con l’acqua alla gola: ripescata e proiettata verso un obiettivo proibitivo alla vigilia, ma alla portata per un livello della categoria più basso del previsto. Quindici vittorie, undici pareggi ed otto sconfitte. Trentasei reti realizzate e trenta subite. In classifica, il Palermo chiude secondo, a due punti dalla sorprendente Fermana. Terza la Juve Stabia, mentre la quarta piazza sorride al Giulianova. L’ultima posizione utile per la qualificazione ai Playoff è occupata dal Savoia, che otterrà la promozione a discapito proprio dei Rosanero. La compagine di Torre Annunziata termina il campionato a quota quarantanove, in compagnia del Castel di Sangro e della Nocerina, ma ha la meglio sulle avversarie grazie ai confronti diretti. I Playout condanneranno la famigerata Battipagliese, il Foggia e l’Acireale. Salve, invece, Marsala ed Ancona. Un torneo anomalo, per il Palermo, che fino a Novembre disputa le gare interne al velodromo. Massimo Morgia fa dell’impianto un piccolo fortino: gli spazi stretti favoriscono il suo gioco e gli spunti di Luca Puccinelli, la rivelazione assoluta. Ma a mancare è un cannoniere di categoria, infatti lo stesso Puccinelli e Andrea D’Amblè risultano i migliori marcatori con appena cinque centri a testa: se non è un record, poco ci manca. Considerando il benedetto ripescaggio e l’esilio momentaneo al Paolo Borsellino, la sfiorata promozione desta comunque sensazione. Le sconfitte interne contro Battipagliese (arridaglie) e Lodigiani, tuttavia, risultano decisive (proprio a Battipaglia era arrivato il risultato più convincente della stagione, uno 0-3 a favore). Ma non tanto quanto la disfatta alla penultima col Giulianova: costa le ultime speranze per il salto diretto. La capolista, invece, viene battuta sia all’andata che al ritorno, con identico risultato: uno a zero risicato. Ma è il Savoia, la bestia nera. Vince in casa alla seconda giornata con due reti di scarto e cade nel confronto diretto del ritorno: sempre il minimo sindacale, il solito uno a zero. Al momento decisivo, si afferma prima sul neutro del San Paolo e idem alla Favorita, di misura. Palermo a reti bianche, senza un vero attaccante. A fare da contorno, gli scontri sugli spalti: per una di quelle giornate più nere che rosa della nostra storia. Nella foto manca il portiere titolare: Vincenzo Sicignano, sostituito da Luca Aprile. Curiosità finale: a Nocera, prima giornata al giro di boa, tira già brutta aria, poiché si perde e si finisce addirittura in sette. Espulsi VicèBiffiAntonaccio e Picconi. Tu chiamale, se vuoi, picconate.

Dario Romano
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A VOLTE RITORNANO

SOCIETÀ SPORTIVA CALCIO PALERMO 1975-1976

Una salvezza ed una promozione. Il precedente di Ninetto sulla panchina del Palermo fa ben sperare. Ma il ritorno di De Grandi è un fiasco. Succede spesso, nel calcio. Chiamatela pure minestra riscaldata: la sostanza, non cambia. Un pari e tre sconfitte in coppa: si sente forte, l’allarme. Assordante dalle prime botte in campionato: due vittorie e due pari, a fronte di cinque sconfitte, di cui una col Taranto alla Favorita. Per ‘Fiordaliso’, arriva il benservito. A malincuore, ma prevale la ragione. Questo andamento, mostra i rosa allo sbando. Lo scossone porta bene: un altro ritorno, gradito alla piazza ed alla tifoseria. Tonino De Bellis ha chiuso col calcio giocato da quattro stagioni: si meriterebbe un monumento fuori dallo stadio. Pietra a memoria imperitura. Non lascia Palermo, non la lascerà mai: figuriamoci quando il grido d’aiuto giunge dritto ad un cuore Rosanero. Lascia le giovanili e si cimenta nella nuova avventura. E Renzo Barbera gongola: la scelta, si rivela azzeccata. Il Palermo batte la Reggiana, perde di misura al Partenio, ma esce indenne dal Cibali. Torna a vincere con la Sambenedettese, ma ottiene quattro punti nelle restanti sei gare. Si chiude un girone d’andata complicato, ma la squadra sembra più compatta. Malgrado tutto, poiché lo stesso Tonino sente puzza di bruciato. Lo spogliatoio è caldo, ma nel ritorno tanta foga trova sfogo in campo, accendendo gli animi degli astanti: c’è da restare increduli. Il Palermo è trasformato: ne esce un filotto di sei affermazioni e quattro pari, da aggiungere al punto rimediato col Varese a Febbraio, che prelude al giro di boa. La caduta a San Benedetto del Tronto è indolore. Peccato, perché a pensarci bene, con un piccolo sforzo, si poteva anche sognare. Ma il Palermo è pago. Una vittoria, tre pareggi e due sconfitte bastano, per tenere a distanza la zona pericolo. Si chiude al nono posto, undicesimo per la folta compagnia, a meno sei dal baratro e meno sette dal sogno. Salgono in massima serie GenoaCatanzaro e Foggia, mentre lasciano la cadetteria PiacenzaBrindisi e la Reggiana fanalino di coda. L’esplosione di Guido Magherini, prelevato in estate dal Brindisi e mai più così convincente in carriera, le incursioni di Arturo Ballabio e l’esperienza di Aldo Cerantola ed Erminio Favalli hanno sorretto una baracca che stava per crollare. Il resto, ce lo ha messo Tonino. Che torna a sentire quella puzza che non lo convince. Si dimette, poi cede al cuore ma non alla ragione. Riparte in sella, su un Palermo imbizzarrito.

Dario Romano
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PIETRO IL GRANDE

MAIELLARO

Un primo assaggio e ci prendi gusto. Stagione 1984-’85: nel Palermo di Tom RosatiPietro Maiellaro e Antonio De Vitis portano nuova linfa ad una squadra esperta, che sale in carrozza per la serie cadetta. Il fantasista è un giovanotto, ma guardate la foto: non teme nessuno. Sguardo torvo, ma è un attimo e ti uccella di brutto. La coppia pugliese contribuisce a suon di assist e reti e poi saluta: missione compiuta. Faranno strada, questo è sicuro. Per Pietro, il biglietto non è di sola andata: ci sarà un gradito ritorno. Quando mi invaghisco di un fuoriclasse, l’amore è a prima vista: nel caso di Maiellaro, ci avevo visto giusto. Fossi stato il solo: la classe non è acqua, ma sostanza. Che nel suo caso, abbonda. A colpirmi, la postura e le movenze. Sembrava un pezzo di legno, irrigidito quando al possesso palla. Poi partiva la danza, con quel tronco che iniziava ad ondeggiare come fosse a galla, ma in balìa delle onde. Uno spettacolo, impreziosito in seguito dall’esperienza accumulata nei campi caldi del meridione. Pietro, dopo il Palermo, riscalda i cuori degli avventori in quel di Taranto, dove inizia a far sul serio. Agli ordini di Mimmo Renna, i Rossoblù volano, sospinti dalle reti di Nicola D’Ottavio a dal piede destro, sempre più caldo, di Maiellaro. Che ha l’occasione di misurarsi nel campionato che ha conquistato per due volte consecutive. Farà coppia ancora con AntonioDe Vitis, dopo Palermo, è esploso a Salerno ed è solo l’inizio. Gli Ionici conquistano la promozione ed una salvezza sudata, con tanto di appendice felice: agli spareggi, la fanno franca. La palma, se la aggiudicano i trascinatori. L’attaccante arriva a diciotto marcature, mentre Pietro è ormai ‘il Grande’. Per lo Zar, è rivoluzione: da salvatore della patria a traditore, nel calcio, il passo è breve. Si può capire: perché il suo passaggio alla Bari è un colpo troppo basso. Il trasferimento è pagato a peso d’oro: supera i due miliardi di lire. Il giocatore è maturo per il salto in alto: quattro stagioni con i Galletti e la platea più consona al suo talento sopraffino. Son diverse, le perle, ad incastonare il genio racchiuso nel funambolo. Chi se lo è goduto dal vivo, non avrà mai dimenticato: quaranta metri possono bastare, per battere il malcapitato Gianluigi Valeriani, portiere del Bologna. La porta che si spalanca, è adesso quella dal colore ViolaPietro è accolto a Firenze, ma non come il nuovo Messia. Di profeti, la rosa gigliata abbonda. Da Gabriel Omar Batistuta al compianto Stefano: con Borgonovo, l’intesa è perfetta, ma si contempla più nello spogliatoio che in campo. L’esperienza alla Fiorentina non è tuttavia sprecata: riguardo a Maiellaro, ho sempre pensato che la sua stella si sia come accodata, in un firmamento più luminoso del previsto. Poco male, le poesie si possono scrivere anche con la maglia del Venezia o del Cosenza. Il ‘Poeta 2’ (non si spodesta, sua eccellenza Claudio Sala) si divora mezza Viola tra i Lupi della Sila: una rete da antologia. E torna alla Favorita, fiore all’occhiello di uno squadrone che non avevo ancora visto, dalle nostre parti. Un fuoco di paglia: molto meglio il ‘Palermo dei picciotti’. Peccato che il vero Sasà Campilongo si sia visto soltanto a Via del mare, con la cinquina personale: la coppia prometteva faville. Ma Pietro incanta, come ai primi tempi: sfiora la doppia cifra, mostrando che il repertorio è ancora vasto. È anche il canto del cigno: che si concede nuvole e spiagge nel lontano Messico. Los Auriazules del Tigres UANL non se ne saranno accorti più di tanto. Quel nuovo arrivato, lo straniero sceso in campo per qualche scampolo, sembra proprio uno di loro. E lo sguardo torvo non tragga in inganno: è di un uomo fiero, che le ha prese dalle difese più attrezzate ed è giunto fin lì per volersi soltanto divertire. E perché no, monetizzare: se lo merita. ‘Il Maradona del Tavoliere’, forse, non avrà fatto in tempo, nel Nuovo Mondo, a guadagnarsi un altro soprannome. Chissà: da quelle parti, ci mettono poco. L’ennesimo: riservato ai più grandi. Come a Pietro: non a caso e non è da poco. Proprio il Grande.

Dario Romano
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FUOCO DI PAGLIA

SOCIETÀ SPORTIVA CALCIO PALERMO 1969-1970

L’avvio è da tregenda. Al Comunale, contro la Juve, la rete di Troja dopo appena quattro minuti. Soltanto un’illusione: il crucco Helmut Haller pareggia all’undicesimo, ma il Palermo tiene il campo. Poi ancora lui, a ripresa ben inoltrata. Nel finale, Lamberto Leonardi e l’ex Beppe Furino calano il poker. Il calendario non dà una mano: alla Favorita, per la seconda giornata, cala la corazzata nerazzurra. Stavolta è Franco Causio ad illudere: il rigore trasformato da Mario Bertini a due passi dall’intervallo, è un segnale sconfortante. Ci pensa FacchettiGiacinto Magno, a togliere le speranze. Il primo punto arriva alla quinta: clamoroso, sul neutro del Cibali ed al cospetto del Diavolo: porte inviolate. Si racimola anche coi Granata, in una trasferta sfortunata: l’autorete di Angelo Cereser, all’ottavo minuto, dura fino al decreto sancito da un fischietto indigesto. Dagli undici metri, Fabrizio Poletti impatta a venti dalla fine. Si ha la sensazione che i Rosanero non siano proprio da buttare: partono bene, tengono botta, anche di fronte allo squadrone di turno. Ma basta un episodio sfavorevole e ci si scioglie. E quella che sembrerebbe una svolta, non si rivela altro che un fuoco di paglia. Il team di Carmelo Di Bella asfalta la Sampdoria e poi scrive un po’ di storia. L’autore per eccellenza della stagione, si chiama Gigi Riva, che a suon di reti sta ribaltando le gerarchie del campionato. Il complesso guidato da Manlio Scopigno, l’allenatore ‘Filosofo’, è imbattuto. Ma all’ombra del Pellegrino, oltre a ‘Rombo di Tuono’, bisogna fare i conti con ‘il bel saraceno’. A Cagliari si vive una favola, ma a Palermo c’è spazio per la poesia: targata Tanino Troja. Quarantesimo: cross di Sergio Pellizzaro e colpo di testa in tuffo del profeta in patria. Sono attimi, gesti tecnici scaturiti da doti fisiche non comuni ed intelligenza per grazia ricevuta. La Favorita è una bolgia: da terra di conquista, a fortino. All’Olimpico, il solito vantaggio sfumato con la Roma, poi il pari ad occhiali col Napoli, in un derby del Sud avvelenato dal recente passato. Si chiude l’andata con la sconfitta di Firenze, con Silvino Bercellino che realizza il goal della bandiera solo allo scadere. Si riparte con la Juve, ma non c’è storia. Si sogna a San Siro, ma Bonimba e ancora Bertini colpiscono duro in un finale amaro. Il concetto è chiaro: la salvezza, passa dalle gare in casa. Tre vittorie e tre pari non bastano, poiché altrove si ottiene soltanto un punto al San PaoloPalermo e Brescia finiscono staccate di quattro lunghezze dalla Samp, salva al quartultimo posto. Fanalino di coda, i Galletti baresi. Questa, la massima serie che prelude a Mexico ’70, alla partita del secolo. L’Italia pedatoria che s’inchina al Cagliari di Riva, la Nazionale che cede in finale, dopo averci fatto sognare. Un po’ come veder salvare il Palermo: che ha battuto soltanto qualche colpo. Ma il fuoco di paglia, nel calcio, non basta.

Dario Romano
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ALLE FALDE DEL PELLEGRINO

TANINO TROJA

Anche gli Dei s’inchinano, al cospetto degli umani. Cui l’Olimpo non è precluso: quello del calcio, è riservato ai fuoriclasse. Ma le porte a tutti sono aperte. Basta saperci fare e quel coraggio che non guasta: per provare. Il boato a certificare che ci sei riuscito: stai toccando il cielo con un dito e non sei mica il solo. Con te, tutto un popolo: di fede Rosanero‘Il bel saraceno’ è palermitano, si chiama Gaetano ma per gli amici è semplicemente Tanino. Per i tifosi, è Troja: il più forte che ci sia. Nasce a Resuttana e nella Faldese si segnala: un piccolo club che dimora proprio alle falde del Pellegrino. C’è anche dell’altro, ma non è ancora tempo. Il virgulto impazza in PROMOZIONE e si guadagna l’occasione: un biglietto di andata e ritorno per e da Paternò. Una sorta di esame superato a pieni voti: alle falde dell’Etna, la solfa non cambia. Anche in SERIE D, il ragazzo dalla carnagione scura si prende la scena e guadagna il ritorno a casa. Stavolta, il promontorio più bello del mondo se lo godrà da protagonista e da professionista: Troja, è felice come una pasqua. Il debutto con il Palermo è col botto: doppietta alla Favorita alle spese del Trani. Non male, per un debuttante, lanciato col dovuto incoraggiamento dall’allenatore del momento: l’ungherese László Székely. Scorre il Danubio, sulla panca dei rosa, partiti forte nel campionato cadetto iniziato nel Settembre del ’64. Poi, il freno a amano e l’avvicendamento col ritorno di Cesto, per finire con CarloFacchini traghetta il Palermo, già stazionato all’undicesimo posto. La stagione da incorniciare per Giorgio Tinazzi, che supera la doppia cifra, mentre Troja la sfiora. Buona la prima, per la punta, che si erge a profeta in patria, tenendo botta in un torneo da tregenda. Dodici marcature e la salvezza per il rotto della cuffia. La vera notizia è che bisogna fare cassa e per Tanino, è pronta la valigia: destinazione, Brescia. La prima volta, lontano dalla sua terra, nella nebbia lombarda. Con la Leonessa, non si ingrana: per la prima vittoria, bisogna aspettare fino alla decima giornata. La doppietta dell’attaccante è una certifica: per Tanino, l’ulteriore gradino non è di troppo. La massima serie presenta il conto alla seconda stagione, ma non per l’attaccante: agli ordini di Azeglio Vicini, il Brescia arranca, ma non Troja, che fa il suo. È il cannoniere di una squadra che saluta la SERIE A, ma non l’accompagna nella mesta discesa. La buona novella è il Palermo di Carmelo Di Bella, il catanese artefice di una promozione inaspettata. Un’occasione troppo ghiotta: Tanino è il tassello giusto, motivato e ben collaudato. Sembra una favola, ma c’è anche la leggenda. L’ennesima doppietta, stavolta, non basta: Palermo-Napoli si chiude con un il gesto dell’ombrello di un indemoniato Altafini e con un elicottero atterrato addirittura in campo. Si disputa anche la COPPA MITROPA, la seconda e ultima partecipazione ad un torneo europeo, prima delle gioie del nuovo millennio. Ma il bello, sta per arrivare. Non per il Palermo, che ripiomba nel baratro. La stagione che incorona il Cagliari campione, ci vede infatti scivolare: mentre Tanino vola, da par suo. Due sole sconfitte per i sardi: contro l’Inter e alle falde: sempre del Pellegrino. Cross di Sergio Pellizzaro e colpo di testa in tuffo: Gigi Riva che s’inchina, la curva che esulta a squarciagola e Tanino è lassù, proprio a toccare il cielo con un dito. Non è l’ultimo gesto acrobatico: contro il Genoa, un’altra perla nello stesso teatro. Ed ecco la ‘chilena saracena’, dal sottoscritto colorata e narrata. Per il Palermo di Renzo Barbera e ‘Ninetto’ De Grandi, l’ultima risalita. L’ascensore si dirige verso il basso e Tanino saluta: destinazione Campania. Napoli, il Vesuvio. Non è proprio la stessa cosa, per un giocatore che ormai è più che un tifoso. Bollato come un bidone, l’attaccante scende di due categorie, fino in Puglia. Una decina di reti con i Galletti e l’esperienza inusitata al Catania, tentato più dalla ragione e non dal cuore: a guidare i Rossazzurri, c’è lo stesso Di Bella. Ma un Tanino ormai al canto del cigno, non se la sente di giocare contro il Palermo: chiede il cambio. Nulla di clamoroso, al Cibali. Mentre, al ritorno, neanche accetta la panchina e si accomoda in tribuna. Figuriamoci: non se ne parla proprio. Alle falde del PellegrinoTanino ci è cresciuto. E ha toccato il cielo: con un dito.

Dario Romano
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LA PRIMA IN A

Sono passati quattro anni dal cambio di denominazione della competizione: il torneo per eccellenza dello sport più amato e seguito del Belpaese passa da DIVISIONE NAZIONALE a SERIE A. La formula del GIRONE UNICO è la vera rivoluzione: coinvolge tutto lo Stivale in gare di andata e ritorno. Per i tempi, non proprio comodo: stretta e lunga, l’Italia, unita da un pallone a miracol mostrare. Potrebbe bastare, se non fosse per i venti di guerra all’orizzonte. Distraiamo le masse, presto inorgoglite da un cielo sempre più azzurro: il calcio è anche questo. Senso di appartenenza, campanilismo, ma ormai anche propaganda. Lo scopo dei più grandi: aggiudicarsi la coppa, di stile imperialista, che vedete in bella mostra. Non poteva essere altrimenti: felici e contenti, coloro che possono partecipare per la prima volta. È il caso del Palermo, che ha dominato la serie cadetta e debutta. Esito amaro: il dolce arriverà, più buono del previsto. I Rosanero mostrano nel petto un’aquila di tutto rispetto. Non è il logo ufficiale, che resta quello romboidale, davvero niente male. Ma a prevalere, sono i Leoni. Le Bianche Casacche non vivono più l’epoca d’oro, chiusa dieci anni or sono. Ma annoverano un virgulto dal futuro assicurato: il giovanotto da tenere d’occhio si chiama Silvio Piola. Non è il solo lungagnone a spiccare sul terreno di gioco: dalla parte opposta, figura ‘Il Vichingo’. Il brianzolo Carlo Radice, che ha trascinato il Palermo a suon di reti e per i vercellesi rappresenta il pericolo pubblico. Ad innescarlo, il nuovo arrivato: mica uno qualunque. Héctor Pedro Scarone Beretta è un campione. Certificato dal titolo iridato da poco conquistato, ma soprattutto per la fama che si porta appresso. A cominciare dall’apelido, che per un sudamericano vale quanto un passaporto. Lui è un grande: a detta di Giuseppe Meazza, semplicemente il migliore. E quindi i soprannomi si sprecano: ‘El mago’‘el Gardel del fútbol’‘la Borelli’. Sui primi due, facile giungere a semplici conclusioni. Sul terzo, emerge il capriccio: l’uruguayano è un fuoriclasse, ma oltre la ‘garra’ c’è di più. Dalla diva del cinema alla dea Eupalla, il passo è breve, ma Scarone è un colpo che vale da solo il prezzo del biglietto. Un pezzo da novanta, messo a disposizione dalla sagace opera del duo Barresi-Municchi: il Presidente ed il Direttore Sportivo di un Palermo ben attrezzato, dopo il salto in alto. Nel reparto avanzato, un punto fermo è l’argentino Américo Ruffino. Il tango, dalle nostre parti, da tentazione diverrà tradizione. L’ungherese Gyula Feldmann schiera i rosa con il ‘metodo’: è il modulo in voga. Archimede Valeriani in porta, in difesa due terzini d’antan, che non arano la fascia: Plinio Paolini e Luigi ZiroliGuglielmo Piantoni e Alessandro Gambino i mediani, con Gennaro Santillo al centro. La cavalleria è tutta in avanti: lo stesso RadiceGiovanni Chiecchi, ovviamente ScaroneRuffino e Antonio Blasevich. Origine jugoslava, vanta novanta gare e quaranta reti con l’Ambrosiana. L’ex nerazzurro, è un altro fiore all’occhiello. Non figura uno dei protagonisti indiscussi, per questa prima: si tratta di Ettore Banchero, già in campo al secondo appuntamento. L’attacco non è statico: tutt’altro. Anche i ruoli, spesso, svariano: puoi immaginare come punta avanzata Radice, per le caratteristiche fisiche da torre ed ariete. Ed invece, capita che giostri sulla destra: era il calcio di una volta. In Piemonte il Palermo tiene per più di un tempo: poi crolla nella ripresa. Le cronache raccontano di una prestazione all’altezza, ma si paga lo stesso il dazio. Nella ripresa, la Pro passa con Depetrini e Degara. Non segna Piola: non è ancora una notizia. Che arriva da Alessandria: cade la Juve, quella del ‘Quinquennio’. In Piemonte, il ‘Quadrilatero’ non è più forte come una volta: ma batte ancora. I Rosanero sono attesi a Roma, sponda Lazio: poi un altro debutto, nel nuovo Littorio. A Palermo, per il calcio, c’è un nuovo teatro. Ed una squadra nel salotto buono.

Dario Romano
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DR. JEKYLL E MR. HYDE

ANTONIO RIZZOLO

Un tiro al volo, col destro. Il San Paolo di sasso, ammutolito. In vantaggio dal primo tempo con Carnevale, i Partenopei si devono accontentare. Sprecano e scoprono che, a volte, anche Maradona non basta. Per la Lazio in maglia gialla, basta un cambio: fuori Di Canio, dentro un giovane virgulto. Materazzi ci ha visto giusto: vale il pareggio. L’autore della perla non mi è nuovo: a quel tempo, li divoravo, gli almanacchi. A colpirmi, è l’esecuzione: lo spiovente da sinistra e quel gesto tecnico dove c’è tutto. Coordinazione, determinazione, quel pizzico di fortuna che non guasta e una bandiera che non si alza. Questo me lo segno: chissà, se lo prende il Palermo. I sogni son desideri che si possono realizzare, anche al tempo delle vacche magre. Quando arriva l’annuncio, gongolo: arriva Antonio. Cui è legato un ricordo tra i più amari in assoluto, per i tifosi del dolce col retrogusto. La stagione maledetta, con quella retrocessione assurda e ingiusta, sancita dalla classifica avulsa. Poi le stragi: passa tutto in secondo piano. Torno al preludio, di un’annata tutt’altro che rosea: per la città, per i Rosanero. Neri sono pure i capelli del nuovo arrivato. Volto pulito, educato e timido: tutto il contrario del nuovo MessiaFelice Centofanti e allo stadio tutti quanti. E certo, perché in casa non si sgarra: soprattutto, non si passa. Il problema è fuori: neanche una vittoria. Il Palermo double face della stagione lo abbiamo analizzato a dovere. Non vale la pena, ripetersi. Ma su Antonio Rizzolo, impossibile non esprimersi. Faccia d’angelo, tutt’altro che sporca, come gli argentini d’antan. E questo che dovrebbe fare, mica la guerra. Beh, state a guardare, nella Favorita che si fa bolgia. Perché negli spogliatoi ci entra come Antonio, ma in campo ci va Rizzolo: come DR. Jekyll e Mr. Hyde. Un portento ed un avvertimento: chi cala in Sicilia, se la fa sotto. Le domande si sprecano, per gli avversari: come intendete fermarlo. Missione impossibile. A colpirmi, lo stesso dettaglio di quel tiro al volo che colpì il San Paolo e me come un fulmine. Altro che timido: Antonio ha lo zampino del Diavolo. Quando calcia lo fa con cattiveria, come volesse aggiungere l’ineluttabile ad una sentenza già scritta. Poi torna docile, con i piedi per terra, come tutto il Palermo. Il Palermo dei leoni e degli agnelli. L’attaccante parte per via del Mare, non può scendere in terza serie. Torna non appena ritorna la cadetteria. Il goal ancora nel sangue, ma cambiano i volti, le gerarchie: anche i progetti, pur se improvvisati. Nasce il Palermo dei picciotti, mentre Antonio paga dazio ed esce spesso malconcio. Ignazio non lo vede più di tanto: fa le valigie, il preludio ad un lungo peregrinare. E cosa mi fa più male: così preso da quel sogno inatteso, non ci avevo fatto neanche caso. Il tempo è tiranno, nel calcio ancora peggio. Ci si dimentica in fretta, anche della manna, quando tutto gira dalla parte giusta. Con i dolori, ecco invece rimpianti e paragoni. Ne abbiamo visti, fior di campioni, ma credetemi: quel fuoco addosso, al momento del fatidico calcio, non l’ho più visto. Del resto, non è da tutti: trasformarsi negli spogliatoi, lontano da occhi indiscreti, prima di scendere in campo. Da angelo a demonio: per Antonio Rizzolo, era un attimo.

Dario Romano
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A PICCOLI PASSI

SOCIETÀ SPORTIVA CALCIO PALERMO 1970-1971

L’avvio, è da tregenda. Si parte da Massa, in Toscana, con questa formazione che vediamo schierata allo Stadio degli Oliveti. Una rete per parte, un pari e patta come alla Favorita col Monza. Inizia così, per il Palermo, il campionato di SERIE B edizione 1970-1971. Che da Ottobre non lascia adito a speranze: si rischia grosso, con un filotto senza vittorie che perdura fino alla nona giornata. Il perentorio 4-0 ai Galletti scaccia parzialmente fantasmi e streghe. Non si vince e non si perde, si segna poco ma si subisce altrettanto. La sconfitta esterna col Cesena è parzialmente cancellata la domenica successiva. Un’affermazione di misura contro l’Arezzo, che è soltanto la seconda del girone d’andata. Si cade ancora in casa, al cospetto della Reggina, sempre a causa di un golletto: di troppo, anche per un gentiluomo come Renzo Barbera. Che fa la scelta giusta, per il presente e per il futuro: anche immediato. In panca, salta il catanese Carmelo Di Bella e subentra il vice: Benigno ‘Ninetto’ De Grandi. E la squadra si trasforma: si espugna la Puglia. Col Taranto, il giusto giro di boa. Si riparte battendo la Massese e trionfando in Brianza: due a zero al Monza. I Rosanero, hanno imparato a vincere, pur lontano dalle mura amiche. Un fuoco di paglia, ma a piccoli passi poco male, perché si risale. Senza far male, ma uscendone anche indenne: il pari arriva per ben sette volte, con tre reti realizzate e altrettante subite. Lo spettacolo latita: a non mancare, il segno della X, almeno fino alla disfatta rimediata in Puglia, stavolta non amica. La debacle col Bari è cruciale: il Palermo è punto nell’orgoglio e gioca un altro calcio. Tre successi e quattro pari lo mettono al sicuro dalla zona pericolo, ma soprattutto infondono nei rosa maggiore fiducia. La Reggina si conferma bestia nera alla penultima, ma quando i giochi sono già fatti. L’ennesimo pareggio contro il Taranto è il commiato al campionato di una lumaca che De Grandi farà tornare aquila. Il tecnico è un ex: dal ’51 al ’57, con intermezzo lampo alla Sampdoria. Un mediano vecchio stampo, abile in copertura ma dal piede educato. Non mancano i suoi assist, come il vizietto del goal. Si prende due soprannomi: nel bene e nel male, vuol dire che hai fatto rumore. Nel suo caso, per ragioni lusinghiere. Aldo Boffi, celebre attaccante dei Rossoneri pre guerra, lo chiamava Fiordaliso: fuori dal terreno di gioco, Ninetto sprizzava eleganza. Durante la sua militanza al Milan, per Gianni Brera era ‘il quarto svedese’: dopo il Gre-No-Li, c’era De Grandi. Il Palermo lo preleva proprio dai meneghini e lo promuove come primo allenatore, colto dalla disperazione. Una rivelazione: mattone dopo mattone, la luce e fuori dal burrone. Fino al colpo grosso. Le premesse non mancavano: ventuno pareggi, un’infinità, ma appena nove sconfitte, non tante come quelle delle tre promosse. MantovaAtalanta e Catanzaro sanno soprattutto pungere. Un dettaglio da aggiungere nel bagaglio: ci vuole un mostro. Ci sarebbe già: si chiama Enzo. Ci farà fare un bel giro, a bordo della sua Ferrari. Dai piccoli passi al salto in alto: l’ultimo, fino al nuovo millennio.

Dario Romano
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BUONA LA PRIMA

Dopo Cipro, Israele. Mete suggestive, per la prima campagna europea dell’Aquila Rosanero. Che vola fino a Tel Aviv, ma non per fare una gita. Il Palermo di Delneri si è calato nella parte, partendo bene sia in campionato che che in coppa. Dopo il sorteggio della fase a gironi, scopriamo che il primo avversario si chiama Maccabi. Da non confondere con il più celebre sodalizio connazionale: i Verdi dell’Haifa. Il più modesto Petah Tiqwa ha appena raggiunto il suo apice storico: il secondo posto, proprio alle spalle dei più blasonati appena menzionati. Gli vale l’accesso in Europa ed un sogno di gloria. Ma la prima, è buona per gli ospiti.

Delneri lascia in panca Corini ed il sostituto, il romeno Codrea, ne veste i panni come si conviene: geniale, il lancio profondo per Ciccio. Che non si fa pregare: con un diagonale, Brienza porta in vantaggio il Palermo dopo appena undici minuti. L’abbrivio, è tutto per i RosaneroCaracciolo sfiora il raddoppio, ma il portiere locale fa gridare al miracolo. A parte una conclusione dalla distanza di M’bamba, non si rischia nulla. Poi, la beffa, a pochi spiccioli dall’intervallo. Andújar è anticipato in uscita da Golan, pescato bene dal compagno Ganon: tutto da rifare. C’è da tremare, nella seconda frazione. Perché il Palermo ha accusato il colpo, mentre gli avversari sembrano più determinati. Fino alla mezz’ora, il pericolo pubblico è il brasiliano André Caldeira. Il brasiliano non è un goleador, ma fa sul serio. Una botta dalla distanza ed una al volo dal corner: ma il portiere argentino è ben posizionato e sventa. Poi, il segnale: il palo con la capoccia di Pepe, preludio al goal decisivo. Lo serve l’Airone: sarebbe stato meglio il contrario. Meglio ancora, quel che arriva dopo: da chi non ti aspetti. Ovvero Terlizzi, che inquadra la porta da attaccante navigato. Altro che Caldeira: la sua, di botta, è imparabile poiché all’incrocio. Stavolta, il Palermo, resta concentrato. Nell’immediato, un tentativo ancora di Gonan, respinto dall’attento Andújar e lo sguardo volge all’orologio. C’è tempo per Santana e Caracciolo: che ci provano, ma non pungono. Il risultato, è comunque assicurato. Una vittoria meritata, contro un avversario volitivo, ma decisamente alla portata. Il turnover è necessario, ma speravo non se ne facesse abuso. Può costare caro, al cospetto di avversari più quotati. La tendenza, tutta italiana, è quella di rischiare in coppa. Un malcostume che non ho mai digerito: il groppone che mi resterà in gola.

Dario Romano
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IL MIO NUMERO 1

ROBERTO BIFFI E GIANLUCA BERTI

Vedere un portiere volteggiare tra i pali e dispensare qualche ‘miracolo’, non significa necessariamente che ci troviamo di fronte ad un campione o potenziale tale. Sono convinto che, dalla terza serie in su, chiunque, tra gli estremi difensori, avrà delle qualità: ovvio, altrimenti non ci arrivi al professionismo. Sì, perché i fattori che fanno emergere un estremo difensore dalla massa sono molteplici: concentrazione, senso della posizione, abilità nelle uscite e con i piedi, esplosività, sicurezza da infondere a tutto il reparto (ne è la guida), esperienza e continuità. Quest’ultima, la ritengo fondamentale: non puoi prenderle tutte e la partita dopo cacciare le farfalle. Dulcis in fundo, i rigori. Decisivi, poiché fanno la differenza: per il passaggio di un turno o per iscriversi all’Albo. Il compito è delicato, in toto. Provate ad immaginarvi in quei panni, tutto solo per lunghi tratti o attorniato da tutte le parti. Un monumento del ruolo come Zoff, ci spiega che, per mantenersi concentrato nei novanta minuti e passa, faceva la telecronaca mentale del match. Immaginatelo, il taciturno Dino: ‘Ecco Cabrini che avanza sulla sinistra, lo scambio con Tardelli, che evita un avversario e serve Rossi…’. Difficile pensarlo, ma è vero: lo racconta nella sua autobiografia. Un portierone, uno dei più grandi di sempre, ma col limite dei tiri dalla distanza. Non ha iniziato la carriera con una grande e all’inizio prendeva carrettate di reti. Non ne usciva bene, ci stava male. Walter Zengal’uomo ragno: un’autentica molla, improvvisamente arrugginita al momento fatidico e fatale della lotteria dagli undici metri. Angelo Peruzzi, il tarchiato: ma esplosività da vendere. Mi dava sempre l’impressione che si arrendeva soltanto quando non c’era più nulla da fare: non è poco. A conti fatti, il più vicino alla perfezione è Gigi Buffon. Non dico è stato, poiché ancora attivo. Ha avuto la fortuna di iniziare sin dall’esordio con, a supporto, un pacchetto difensivo di prim’ordine. Ma, altrettanto, ha mostrato che delle porte ne possedeva tutte lui le chiavi: erano la sua casa, fin da giovane. Ha raggiunto l’apice proprio quando il fisico iniziava a presentargli il conto del tempo, inesorabile come la sua ascesa. La premessa non è divagazione: arrivo al Palermo, dopo l’omaggio a dei mostri sacri, esclusi gli stranieri: dal pioniere Ricardo Zamora, detto ‘El Divino’, al ‘Ragno Nero’, il più grande di tutti i tempi (a detta di molti), ovvero Lev Jašin, fino a Gordon Banks, che su Pelé si è esibito da par suo nella ‘Parata del secolo’. Da par mio, il luccichio è riservato a Peter Schmeichel: l’essenza, la presenza. Si tratta pur sempre di un elenco infinito, caratterizzato da scelte dettate dai punti di vista. Passando ai Rosanero, la storia ha visto spesso abbassare la saracinesca anche all’ombra del Pellegrino. Una tradizione di prim’ordine, comprese le meteore. Parto dalla più luminosa: Carlo Mattrel, come rendimento di una singola stagione, rimane inarrivabile. Le cronache del ’61-’62 testimoniano una serie di interventi spettacolari, conditi da ben otto rigori parati su dieci. In realtà, sarebbero nove, ma uno fu ribattuto in rete: un mostro. Sorvolo su Alberto ‘Jimmy e Nonno volante’ Fontana e su Salvatore Sirigu. Entrambi sopra la media, ma senza rubare più di tanto la scena e soprattutto il mio cuore. Catturato di più da un Vicè Sicignano: batte forte, ancora e per sempre, anche a costo di bestemmie. Stefano Sorrentino lo conosciamo bene: un leader dentro e fuori dal campo. Dove ha salvato spesso il risultato con interventi sorprendenti. Avrebbe meritato una carriera di ben altro spessore ed un Palermo più forte. Chiudo il sipario con Gianluca Berti: il mio numero uno ideale. Sia nella prima versione capelluta e più guascona, che nella seconda, quella matura della promozione. Il concentrato di tutte le doti che deve avere un vero portiere. Poca accademia, tanta sostanza. Emanava sicurezza: c’è lui, possiamo stare tranquilli. Con quella dose di follia che ci fece impazzire tutti, nel finale più bello di una partita tra le più belle. C’era pure Robertone Biffi, quel giorno, il capitano qui immortalato al suo fianco. Il portiere all’attacco, non l’avevo mai visto: per l’occasione, Gianluca è capellone, ma gli schemi li rompe alla grande palla al piede. La perla arriva per un Palermo-Cesena riacciuffato da Giancarlo Ferrara, dopo la pennellata del Vasari. Il ‘Palermo dei picciotti’ ha stimolato il mio orgoglio più di ogni altro: quel giorno, ho pianto di gioia e non ero il solo. Il resto che verrà dopo: fantascienza trasformata in favola, ma senza lacrime versate a paragone. A mancare, anche, il lieto fine. Che ruolo, quello del portiere. Freddo nella sua solitudine, caldo nell’immaginario collettivo. Dispensatori di papere e miracoli: se ne fanno una serie, trovano la loro collocazione. Al di qua o al di là della sottile linea rossa, che sta tra il campione ed il bidone. Eppure, anche il meno dotato, almeno per una volta, vi avrà colpito. Perché, ricordiamolo sempre: quelli in porta, bravi o scarsi, sempre speciali sono.

Dario Romano
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IL PAREGGIONE

Vero, è soltanto il preludio. Di risultati ancora più roboanti, ma questo non potevamo saperlo. Soprattutto, al cospetto della Vecchia Signora, per giunta nella sua dimora. Questo risultato, col Palermo che resta imbattuto dopo quattro giornate dal suo ritorno nella massima serie, non sarà leggenda, ma ha la sua importanza. Dopo le luci del Meazza, arriva la conferma. Nel calcio che conta, c’è una nuova onda: dai colori Rosanero. Un pareggione, al Delle Alpi, contro una Juve fortissima, che la scampa grazie ad Ibra. Nel ritorno al Renzo Barbera, nulla potrà salvarla dalla botta di Franco BrienzaFrancesco Guidolin deve rinunciare a Luca Toni, mentre i Bianconeri sono a punteggio pieno: sono queste le premesse, da far tremare le gambe. Ma il Palermo non cammina da solo: dopo Milano, si invade Torino. Sarà una costante: il campionato si tinge di rosa. Come il match, che inizia col piglio giusto, fino al colpo gobbo. E i gobbi restano a guardare, quando ‘Genio’ Corini calcia una punizione che sorvola l’area di rigore, ma non la testa di Cristian Zaccardo. Che stacco, del terzino col vizietto del goal, che la infila sul primo palo di un attonito Gigi Buffon. La reazione dei padroni di casa è attesa, ma non arriva: punge il solo Emerson, ma il brasiliano fa soltanto il solletico. Luca, mi mancavi prima e mi manchi ancora: perché Farías, alias El Tecla, non è proprio la stessa cosa. Si avverte, l’assenza del lungagnone: nella prima e nella seconda frazione. Ernesto non Sparalesto, ma piuttosto a salve. Idem Simone Barone: un segnale poco incoraggiante. La brutta sensazione prende corpo all’ottavo del secondo tempo: cross di Pavel Nedvěd per David Trezeguet, che è in fuorigioco, ma non per l’arbitro. Matteo Guardalben respinge ad un metro dalla porta: Zlatan non si fa pregare, infila e ringrazia. A quel punto mi aspettavo il colpo di grazia. Invece, prosegue tutto come prima. Un Palermo attento, vicino al raddoppio ancora con l’argentino e con una conclusione di Massimo Mutarelli, che ho accompagnato speranzoso con lo sguardo, fino a vederla spegnersi di poco sul fondo. Paolo Bertini a parte, queste due trasferte ci restituiscono un Palermo più forte del previsto. Contro l’Inter, poteva succedere di tutto, come del resto è stato: si poteva vincere e si poteva perdere. Ma contro Madama un punto mi sta stretto, per quanto visto. Dopo, subentra la ragione, che mi fa giungere a questa considerazione: la formazione della Juve, l’attacco privo del lungagnone, la paura per il minimo errore. Del direttore di gara, del portiere. Costano punti, di quelli pesanti. Allora mi accontento, soprattutto per il gioco espresso in campo. E per il punto da alto lignaggio: per questo, lo intendo come un pareggione. Ne vedremo di tutti colori: intanto, beccatevi sta bella spruzzata, più rosa che nero.

Dario Romano
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UN ALTRO MONDO

GAETANO AUTERI

L’annata dell’esilio, con una promozione sfuggita per un soffio. Difese arcigne, mura ciclopiche che soltanto un Gigante può scavalcare. Undici colpi posson bastare, per scardinare le porte e rinnovare speranze: fino all’ultimo secondo. Quell’urlo di Guido, l’ultimo, che purtroppo non arriva. Segnava sempre lui: Gaetano Auteri. Prelevato dal Monza, l’avversaria che ci toglie la doppia soddisfazione: nella stagione della rinascita, l’unica delusione è riservata alla coppa di categoria, sfuggita all’ultimo atto. Forti i Brianzoli, che annoverano tra le loro fila anche un giovane attaccante dal futuro assicurato: Pierluigi Casiraghi, un predestinato. Il destino di Auteri, invece, è la maglia del Palermo. Un peccato, non averlo ammirato all’ombra del Pellegrino. Il suo teatro, sarà il Provinciale di Trapani: poco male, a conti fatti. Conti che tuttavia non tornano. La matematica non è un’opinione, quindi i numeri non possiamo metterli in discussione. Ma invitano ad una riflessione: il calcio è cambiato. Se più bello o più brutto, dipende dai punti di vista. Gusti personali differenti, ma convergenti su un unico accordo: il calcio di una volta, apparteneva proprio ad un altro mondo. Non mi riferisco allo spezzatino, ai completini macchiati, alle rose troppo ampie, all’invasione straniera. Su certi aspetti, preferisco non pronunciarmi: su altri, posso soltanto disperarmi. Ma resto ad interrogarmi sul valore dei numeri, che vanno pesati correttamente, anche in base al periodo storico preso in considerazione. In sintesi, ritornando ad Auteri: quanto valgono undici realizzazioni in un’intera stagione, se paragonate alle marcature di Matteo Brunori. Senza dimenticare Edoardo Soleri, che è a quota sette e potrebbe chiudere il torneo attuale in doppia cifra. L’attaccante in prestito dalla Juve è ad appena quattro marcature da quota venti: può raggiungerla eccome, considerando che mancano ancora una decina di gare da disputare. A partire dal nuovo secolo, Luca Toni ha ridefinito il concetto di attaccante prediletto: mi fermo al Rosanero, poiché ha continuato a metterla ovunque e comunque. Trenta marcature in cadetteria, venti nella massima serie: inarrivabile. E allora, perché le realizzazioni di un Auteri, sembravano così tante ed invece non lo erano affatto: questione di peso, spiccioli d’oro. Andando a rivedere i risultati prevalenti a quei tempi, salta subito un dato agli occhi. Occhiali spessi così, con reti bianche col ruolo preponderante. Si segnava poco, in un calcio caratterizzato dal catenaccio, dalla difesa e contropiede che nel Belpaese è stato dogma e manna per successi insperati. Oggi si potrebbe dire che ci ha guadagnato lo spettacolo: partite più avvincenti, spazi da aggredire come prede assetate di sangue. E così, i numeri che possiamo analizzare pure nelle serie maggiori, finiscono con l’impallidire. Lo score di MaradonaPlatini o van Basten, al cospetto di un Immobile. Per non parlare della Pulce o di CR7: gli extraterrestri dei tempi moderni. No, Ciro non è più forte del Pibe, di Le Roi o del cigno di Utrecht. Ha soltanto a disposizione più verdi praterie. Quelle che, in tutte le categorie, erano più spelacchiate e affollate. Per questo lo ‘Special One di Floridia’, che in panchina si è creato il suo nuovo mondo, nel nostro che era ed è tornato piccolo, resterà sempre un Gigante. E chi si dimentica l’urlo di Monastra: amorevolmente assordante.

Dario Romano
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LA RINASCITA

UNIONE SPORTIVA PALERMO 1987-1988

Si risorge, dalle proprie ceneri. Non è un miracolo: nel calcio, di miracoli, ne abbiamo visti e continueremo a vederli. Idem riguardo i fallimenti societari: questo è il peggiore, poiché ci priverà della nostra passione per un’intera stagione. Un occhio dedicato alla Palermolimpia, l’altro languido, rivolto ad una Favorita che resta tristemente vuota. Si rinasce come US Palermo: con Salvino Lagumina alla presidenza, Franco Peccenini Direttore sportivo e Giuseppe Caramanno al timone. Il tecnico di Piana degli Albanesi non ha bisogno di presentazioni: esperienza da vendere, Pino (Zef in albanese), deve ancora spendere il suo credo calcistico. A posteriori, un incompreso: avrebbe meritato ben altro cabotaggio. Per l’avventura in Rosanero, la manna non gli manca. Dalla panca, dispone di una rosa tutta nuova, che bisogna soltanto amalgamare: più semplice del previsto. Il nuovo Palermo, per la categoria, è una corazzata. Diciannove giocatori, ovviamente tutti italiani. Per rivedere lo straniero, di cui potevamo fare a meno, è ancora presto. Per ‘Gnazio, uno strazio. Pietro Pappalardo, estremo difensore puntuale e attento, il più presente, con Daniele Marsan che, sulla fascia sinistra, garantisce qualità e quantità. Claudio Casale e Maurizio D’Este i cannonieri (il centrocampista di Anzio, con tre gare in meno: è ‘il Signor Goal’ che schianterà l’Ajax in amichevole con una tripletta). Santino Nuccio si ferma a quota nove, ma con quella rovesciata alla Juve Stabia, pianta la sua pietra miliare. Giorgio Carrera è il capitano, ma per lui soltanto diciassette presenze a referto (la fascia finisce spesso sul braccio di Mariano Marchetti). L’ex vicentino si presenta con una perla: realizza direttamente dalla bandierina, in coppa contro il Siracusa. Un libero vecchio stampo: Domenico Di Carlo lo sostituisce egregiamente quando occorre, alternandosi con la mediana, mentre Antonio Manicone porta la croce. Primi lampi in maglia rosa per Pietro De Sensi e Giampiero Pocetta. A destra, Angelo Cracchiolo si dedica più che altro alla copertura: in avanti, ci pensano ben altri. L’amichevole contro l’Atlético Mineiro è storia: mai vista una Favorita impazzita fino a quel punto e stracolma oltre il lecito consentito. Al goal di Nuccio, il finimondo. Peccato per la disponibilità ridotta: lo spettacolo apprezzato in precampionato lo rivedremo dopo Italia ’90. Si riparte a Settembre, con la storica affermazione sul campo del Valdiano. L’avversaria del debutto casalingo ci cala nella nuova realtà: si chiama Pro Cisterna. Due vittorie consecutive e poi il campanello d’allarme: a Crotone, la prima sconfitta. Una giornata storta, perché ne facciamo due ma ne becchiamo quattro: un abbaglio, poiché il reparto difensivo si rivelerà un punto di forza. Lo stesso Kroton è l’avversario da tenere d’occhio: l’altro è la Vigor Lamezia. Non a caso, hanno la meglio nel confronto diretto casalingo. Si cade anche con quella che sembra solo la terza incomoda: si rivelerà, oltre che la rivelazione, la compagine più temibile. La seconda promossa è proprio il Giarre, che prevale nel derby su un campo in terra battuta, che è anche d’arresto. Per il resto, una passeggiata. Condita dal quattro a zero con l’Ajax vero: che festa, con un incontenibile D’Este ed il povero Menzo a cacciar farfalle. Ma come dimenticare la quarta rete di Pocetta: una cavalcata trionfale, indice di tutta una stagione, privata soltanto della ciliegina finale. Il Monza apre una nuova maledizione: la coppa di categoria. Riusciremo ad esorcizzarla. Caramanno lascia il Palermo e si accasa in Puglia. Un errore madornale: ci priverà del doppio salto, guidando il Foggia e strappando il decisivo pari a Giorgio Rumignani. Quella sorta di spareggio andato storto. L’esilio a Trapani: abbiamo visto di peggio. Un anno senza calcio.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

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IL MUSEO DEL PALERMO

PALERMO FOOT-BALL CLUB 1907

La destinazione delle foto restaurate e colorate da ilpalermo.netGiovanni Tarantino ha realizzato il sogno di ogni tifoso, perché la memoria storica riconduce al senso di appartenenza. È qualcosa che ci manca. Nel nostro piccolo, gli sforzi saranno incentrati soprattutto a questo scopo. Nel sito e nella pagina troverete una sezione storica, i quadretti, i tabellini delle varie stagioni, senza trascurare l’attualità. Una produzione propria: poiché, ogni post, richiede tempo e passione. La passione che ci lega ai nostri colori. Rosa come il dolce, nero come l’amaro. Lo sono dal 1907.

Dario Romano
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HAKUNA MATATA, MAKINWA

La massima serie ritrovata, dopo più di trent’anni. Subito, un sesto posto che vale la qualificazione alla COPPA UEFA. Palermo sta vivendo un sogno, di quelli che no, non vogliamo proprio svegliarci più. Cambia comunque il timone: la sfiorata qualificazione alla CHAMPIONS LEAGUE induce Francesco Guidolin a lasciare il Palermo’Parlerò dopo…’, afferma, contrariato per la gara contro la Sampdoria a Genova, compromessa da un calcio di rigore inesistente: Fabio Grosso, la provvidenza dell’imminente Mondiale, il protagonista dell’episodio incriminato. Per affrontare la nuova stagione, Zamparini e Foschi attuano la prima rivoluzione: ci faremo l’abitudine. Arriva Gigi Delneri, il fautore del ‘miracolo Chievo’. Cambia il sistema di gioco: sarà zona pura. Lasciano ‘Zizou’ Zauli e Luca Toni, il lungagnone autore di cinquanta reti in due stagioni. Per il friulano, presto imboccherà il viale del tramonto: in realtà, sta svoltando verso quello del trionfo.

Per sostituirlo adeguatamente, arrivano due rinforzi tosti: l’‘Airone’ Andrea Caracciolo ed il nigeriano Stephen Makinwa. Il primo è un emergente: le caratteristiche fisiche sono quelle di Toni, in più aggiunge la velocità in progressione. Farà fatica ad emularlo, oscurato dalla sua ombra: prima incombente, poi sempre più ingombrante. Il secondo stimola di più la curiosità della tifoseria, ansiosa di innalzare il suo nuovo Totem. Le premesse ci sono tutte: Makinwa, tra Genoa ed Atalanta, nell’ultima stagione va a segno dodici volte, denotando fiuto per il goal, opportunismo, una discreta corsa, qualità tecniche e soprattutto ‘fame’. Marchio di fabbrica: la capriola ad ogni realizzazione. Comincia col botto, realizzando una doppietta contro il Famagosta. Una partita che temevo, poiché  all’andata abbiamo prevalso con una sola rete di scarto. Basta un golletto e siamo fritti. L’allenatore dell’AnorthōsīKetsbaia, stavolta smette i panni di giocatore e di capitano: si accomoda in panchina. La crapa pelata, in campo, resta quella del ‘Genio’. Una scelta perdente: si vede da subito che i ciprioti hanno perso la bussola. A Nicosia, pioveranno reti, tutte di marca Rosanero. Un uragano che si abbatte con arte tutto da una parte: la porta dei padroni di casa. A segno Caracciolo da subito, poi si dilaga nella ripresa. Ad intervallare la doppietta di un incontenibile Makinwa, quella di Santana. Ha segnato pure in Europa, l’uomo dei record in tutte le categorie, anche quelle che non mi sarei mai aspettato. Passiamo il turno, siamo nella fase a gironi. Il mese di Settembre si chiude alla grande, per il nigeriano e per il PalermoStephen è autore della terza rete che umilia l’Internazionale di Mancini, sotto di tre reti e poi riabilitata parzialmente dalle due di Cruz, che sciacquano la faccia dell’allora ‘Mister X’. Sembra il preludio di una nuova stagione d’amore: sarà l’anticipo di un film che abbiamo visto e rivisto. Delneri ci mette del suo: schiera sempre la stessa formazione, tra campionato e coppa. E i ragazzi scoppiano. Arriva così il quarto esonero dell’era Zamparini: ne abbiamo perso il conto. Makinwa volteggerà per altre quattro volte, poi viene ceduto alla Lazio. Quello verso la capitale, potrebbe essere il salto definitivo: sarà un volo nel baratro. Non vede più la porta, viene girato in prestito all’estero, persino in LEGA PRO, fino a chiudere in Slovenia. E mentre Luca Toni scala i vertici del calcio internazionale, trionfando in Germania per poi conquistarla tutta, il nigeriano smette i panni da gazzella della savana e si ritroverà sperduto in una giungla che non perdona: quella del Calcio. Hakuna Matata, Makinwa.

Dario Romano
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APRITI CIELO

SOCIETÀ SPORTIVA CALCIO PALERMO 1984-1985

C’è tanto calcio, in questa foto che ritrae la rosa del Palermo edizione 1984-1985, con annessa promozione e tanta commozione. Una stagione da libro ‘Cuore’, conclusa positivamente sul campo per il valore della compagine, completa in ogni reparto, ma anche per la conduzione di un campionato emozionante, condito da scontri vissuti fino all’ultimo respiro. Tutto il negativo, accade durante e dopo il raggiungimento del traguardo: al tifoso Rosanero, non mancherà mai il doppio gusto del dolce e dell’amaro. Un torneo anomalo, dove a prevalere è l’equilibrio: si segna poco, si prevale spesso con il minimo scarto ed il risultato resta in bilico, per la ‘gioia’ delle coronarie proprie ed altrui. Alla fine, un bel sospiro di sollievo, con un primo posto a pari punti con il Catanzaro, che ci relega secondi in graduatoria per una differenza reti dove non c’è storia. Altissimo rendimento per Giuseppe Lorenzo, autore di diciotto marcature, supportato nel reparto avanzato dal ‘genietto di Fuorigrotta’ Gaetano Musella: tanta manna a disposizione per il loro allenatore, G.B. Fabbri. I calabresi raggiungono quota 54, mentre le altre, a stento, superano la trentina di realizzazioni. I Rosanero staccano il biglietto per la cadetteria anche grazie a questo aspetto. L’attacco non risulterà ‘monstre’ come quello della capolista, ma è di tutto rispetto: un referto aggiornato per 44 volte. Per la concorrenza, basta e avanza. A farne le spese, un Messina mai domo, che prevale al Celeste all’andata e cade in quella sorta di spareggio, deciso da Totò De Vitis, nel mese di Maggio. Vittoria decisiva in una Favorita stracolma, in un derby per giunta. Il Messina allenato da Franco Scoglio, con Carmelo MancusoGiuseppe Catalano e Totò Schillaci tra i protagonisti indiscussi. Quelli nostri, abbondano altrettanto. Racchiudono un pezzo di storia e non soltanto a tinte Rosanero. A partire da Claudio Ranieri, che le migliori soddisfazioni le ha raccolte dalla panca: quella che conta, compresa una favola difficile da dimenticare. Un Signore, da giocatore e da grande allenatore. Nella foto lo affianca, guarda caso, Gianni De Biasi. Che ai suoi nipoti, più che le favole, potrà narrare di belle avventure: ne sta accumulando, infatti, di diverse esperienze altrove. Più che altro all’estero, come un missionario: laddove il denaro, ancora, non la fa da padrone. Al suo fianco, ecco un giovincello dal futuro assicurato: Antonio De Vitis. Figlio di Gino, ex capitano del Lecce e padre di Alessandro, ora al Pisa‘Totò’ risulta decisivo, con otto reti e quel movimento continuo a togliere punti di riferimento ai difensori avversari. Crea spazio, dove si infilano che è un piacere gli altri avanti. Lo avrei voluto tenere, perché il talento di questo attaccante si era soltanto cominciato a vedere. Se lo gusteranno eccome, questo cannoniere abile nel gioco aereo: il suo volo parte dal sud e dalle serie minori e si conclude al nord, compresa la massima serie, dove dimostra di poterci stare. Fa molto meno male Hubert Pircher, il bidone. Inutile girarci intorno: un fallimento, il prescelto per sostituire nientemeno che Gianni De Rosa. E pensare che Enzo Bearzot ci aveva fatto più di un pensierino, per portarlo addirittura al Mundial di Spagna: da oggetto prezioso a misterioso. Come quel nome curioso: Tebaldo. Impossibile non pensare a lui, le poche volte che mi torna all’orecchio. Bigliardi inizia ed esplode col Palermo, forgiato a dovere nei primi passi dal boemo Zdenêk Zeman ai tempi delle giovanili. Attento e preciso, si fa baluardo, guadagnando la retroguardia e la ribalta del Napoli scudettato, innalzato in Paradiso da un Diego indemoniato. Sarà colonna dell’Atalanta, prima di un gradito ritorno che lo riporterà ancora a Bergamo. Il palermitano Rosario Biondo è soltanto all’inizio di una lunga carriera ricca di soddisfazioni. Un difensore arcigno, che da Mondello salpa con tanto orgoglio, affinando il bagaglio fino all’esordio nel calcio che conta. Al Via del mare, col Lecce, una sorta d’istituzione. Giovanni Costa ha poco spazio, ma lo sfrutta al meglio: è suo l’assist per De Vitis, nell’occasione del prezioso goal che vale una stagione. Le stagioni di Valerio Majo, invece, sembrano infinite. Il biondo centrocampista, riconoscibile nel terreno di gioco per la folta chioma dorata, c’è sempre: impossibile non scorgerlo nelle schierate tra gli anni settanta e ottanta. La stagione seguente, quando gli eventi divennero travolgenti, stupidamente pensavo che potesse fare qualcosa. Che innocenza: altro che cordata, la mia cavalleria immaginaria era guidata dal mio condottiero, il veterano Valerio. Passo al francobollo: proprio Franco, che di cognome fa Falcetta e che in campo si appiccicava e martellava come i marcatori di una volta. Gli restano poche apparizioni, dopo l’esperienza all’ombra del Pellegrino, dove sfiorerà il centinaio di oneste presenze tra i cadetti. Un capitolo a parte, se lo merita Gabriele Messina: la punta necessaria e imprescindibile, puntuale nello sradicare le difese avversarie. La mette quindici volte. Della serie: ma dove vai, se l’attaccante di categoria non ce l’hai. Passiamo ai seduti: da sinistra, troviamo Giuseppe Testa. Una capa inquieta, uno scugnizzo che, quando mette giudizio, mostra il bacio di un talento sopraffino. Il piccoletto è una valida alternativa del fantasista titolare, seduto dalla parte opposta. Giuseppe Guerini è il punto di riferimento, per un Palermo dove il connubio tra giovani di belle speranze e chiocce scafate funziona alla grande. Quella zazzera riccioluta e confusa, in mediana, si fa braccio e mente, giungendo spesso alla conclusione che gli vale la soddisfazione della rete personale, per otto volte in tre campionati. Tre come i tornei da reietto: sarà squalificato per il ‘Totonero-bis’. Ci riprova col Foggia, ma è poca cosa: appena sette presenze, vissute come una purificazione. Nuccio Barone lo ricordo sulla copertina di ‘Palermo Mio’, quello tascabile e con quel profumo inconfondibile. ‘Carboncino’ finisce coinvolto nel fattaccio, ma la punizione non lo sfiora più di tanto. Più che le scommesse, è proprio lui la scommessa. La trafila Rosanero, una marcatura, una promozione, la squalifica di cinque mesi e si riparte: alla grande. Con Zemanlandia, il Foggia infuoca il calcio dello Stivale e Barone si prende la sua parte. Uno spettacolo che non possiamo dimenticare, come le sue diciassette marcature tra i Satanelli. Tornerà, per una toccata e fuga, dopo una bella carriera da spendere ancora in Campania, per un centrocampista dal tocco fino che ricordo dalla parte sbagliata: con Pino CaramannoNuccio è nel campo avverso, in quello scontro diretto che ci vietò la doppia salita dopo la rinascita. Angelo Conticelli è riserva momentanea: un ruolo soltanto rimandato e già vissuto. Toccherà a Giacomo Violini, il ruolo di vice Paleari. Il baffuto guardiapali, per un centinaio di volte a difendere la nostre porta e le tante altre per quelle di un bel pezzo di Belpaese. Completini all’avanguardia, Franco ha quell’aspetto da esperto e furbo, come un estremo difensore deve essere. Una saracinesca, una sicurezza per il reparto e per gli ansiosi: la raccoglieva dal fondo della rete soltanto quando non c’era proprio nulla da fare. Un portiere da amare, presto protagonista tra i protagonisti di un grande Messina. A Lecce, preparatore d’eccezione al servizio di portieri eccezionali: per Paleari, davvero una vita tra i pali. Marco Cecilli non è un pesce fuor d’acqua, in questa rosa. Un lombardo tra tanti meridionali, che ha assaggiato il Mezzogiorno col Cosenza, ma ha speso gran parte della carriera nel nord d’Italia. Eppure appare sempre sorridente: accumula venticinque presenze in due stagioni per cuori forti, in tutti i sensi. Per il difensore, al Varese l’esperienza più longeva, al Bologna la pagina storta: è la prima retrocessione felsinea della storia. A Palermo vedrà di peggio, comunque sempre col quel sorriso ad accompagnare il mio ricordo. Mario Piga scrive una pagina indelebile ad Avellino: gli Irpini possono esultare per una storica promozione, grazie alla sua celebre realizzazione contro la Samp. Il goal sarebbe il suo pane, ma Mario è soprattutto la Torres. La Sardegna è la sua terra e proprio a Sassari Piga figura tra i Turritani più forti che il sottoscritto ricordi: mi venivano i brividi, quando si affrontava una squadra che annoverava tra le sue fila pure Massimiliano Favo e Gianfranco Zola. A farsela sotto, tuttavia, doveva essere più che altro il difensore di turno designato alla marcatura del famigerato: ovvero Pietro Maiellaro. Un funambolo, un mancato fuoriclasse perché nel calcio, a volte, ci manca quel poco che può fare la differenza. Pietro lo sa, che ne ha le possibilità. Viste a tratti anche dalle nostre parti, in due occasioni: quando torna, Maiellaro non è più un ragazzino, ma un giocatore che ne ha viste di tutti i colori, dopo aver fatto vedere i sorci verdi a diversi giocatori. Il meglio tra i Galletti in Puglia, tra cui spicca un goal da quaranta metri contro il Bologna, ma il repertorio è vasto: con i Viola, poco spazio, ma ha la fortuna di allenarsi con campioni veri e compagni di altissimo livello, da Batistuta a Borgonovo. I tifosi della Fiorentina non lo scorderanno, soprattutto quando, con la maglia del Cosenza addosso, come fosse Baggio salta mezza squadra gigliata, umiliata infine con una rete memorabile. Questo, il Maiellaro che ci ritroveremo: ancora forte, ma al prossimo canto del cigno, in un Palermo che sembrava fortissimo e finito soltanto dodicesimo. Niente male, quindi, la rosa della promozione che precede la radiazione. La pagina nera dell’annata si apre con l’omicidio di stampo mafioso del 23 Febbraio 1985. Il Presidente del Palermo Roberto Parisi è un imprenditore di successo, ma anche un uomo sfortunato: aveva perso la prima moglie e la figlia nell’assurda strage di Ustica. Gli subentra Salvatore MattaDomenico ‘Tom’ Rosati è l’uomo giusto al posto giusto: scelto per il salto, riesce a compiere la missione prima di lasciarci per sempre. Una lunghissima carriera da allenatore, culminata con la promozione che aprì uno squarcio in un cielo che sembrava sempre più addensato da nuvole minacciose. Rosati è colpito da un male incurabile ad appena tre mesi dalla conclusione del campionato. Guardavo a quel pezzo di cielo che si era aperto speranzoso: un barlume di luce, negli anni difficili di una Palermo che finiva in prima pagina sempre per motivi tutt’altro che lusinghieri. Mi ero sbagliato di brutto: da quello squarcio, stava cadendo giù di tutto. Compreso il mio incubo, la mia maledizione: la maledetta radiazione.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

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IL SENSO DI APPARTENENZA

VITTORIO MASCI

Aprile 1981: un ragazzino ‘gioca’ con il telecomando. Sono pochi i canali a disposizione. Tra non molto, aumenteranno e nascerà un altro passatempo: lo chiameranno ‘zapping’. Ad un certo punto, il piccolo virgulto si imbatte in uno studio spoglio, ma colorato dalle sciarpe degli astanti. Saranno una decina, seduti e bardati dai colori rosa e nero. Il conduttore della trasmissione è in ansia, poiché è saltato il collegamento. Poi appare una schermata scura, con la scritta bianca tremolante: PISA-PALERMO-1-1. Si esulta come una vittoria in ‘zona Cesarini’, un modo di dire che ancora non conoscevo. Perché il Palermo non sta vincendo, ma ha fatto goal fuori casa: una rarità, spiegano dalla diretta. Due giorni dopo, finalmente, sulla stessa emittente posso vedere la differita. E quelle maglie rosa, i calzoncini neri ed i calzettoni bianchi. Quest’ultimo particolare attira di più la mia attenzione: infatti, fa spiccare il movimento delle gambe dei giocatori. Si muovono al piccolo trotto, come intimorite. I Nerazzurri, invece, corrono come matti ed è un assedio. I Rosanero, che rappresentano la mia città, sembrano piuttosto dei maialini destinati al macello. E mi viene la voglia irrefrenabile di correre da loro per incitarli, maledizione. Ovviamente non a Pisa, ma alla Favorita, che sarà la mia seconda casa, il mio teatro dei sogni. Scoprirò che noi abbiamo il sole e loro la nebbia, che uno stadio può ribollire come un catino e farti battere forte il cuore, mentre battiamo tutti le mani all’unisono, saltiamo come forsennati e urliamo, qualora non fosse chiaro: ‘chi non salta è catanese’. Era la mia piccola guerra: altro che soldatini di plastica. Un colore ben definito contro tutti gli altri colori: il colore di una città multicolore, avvolta del nero di una cronaca sempre più nera. Ti sentivi come un piccolo Davide che prova ad abbattere i tanti Golia, perché gli altri, spesso, erano i più forti. Alcuni si portavano dietro il blasone, quello pesante e tuttavia schiacciato da demeriti che con lo sport avevano poco a che fare. Il Milan, la Lazio: club solo di passaggio, ma con un assaggio che non potranno dimenticare. Di quella Favorita che, a volte, faceva davvero tremare: oltre ai brividi farti provare. Unico, lo scenario mozzafiato: col Monte Pellegrino sormontato dal castello Utveggio: un baluardo come sorta di monito, con quel colore rosa che, guarda caso, lo caratterizza. Quando ci si dispera, abbiamo pure il conforto della vicina Santuzza, che proprio nel promontorio alberga. Per non parlare dell’acustica: musica unica, per le nostre orecchie. Fino al boato che le avrebbe dolcemente assordate. Passano così, le settimane: scandite da vittorie e sconfitte, interrogazioni a scuola per compiti fatti col pensiero altrove, partitelle per strada a ‘Porta Romana’ condizionate dall’esito domenicale. Perché rendevo meglio in tutto, quando il Palermo vinceva, peggio quando perdeva. Un segreto che mi sono portato addosso, in quella che ormai era diventata la mia seconda pelle. Ci si mette anche il nostro simbolo stilizzato, che nel cuore finirà per sempre incastonato. Un’Aquila che stilisticamente ha già sprigionato le sue ali, pur se non si vedono: basta la testa, rivolta a sinistra. Il volo è immaginario, concepito per proiettarsi nei tempi moderni. Nel mio piccolo, invece, me ne stavo con i piedi ben piantati per terra. Avvertivo l’ansia da prestazione, pur se avevamo uno squadrone, almeno a parole o su carta: quella dei giornali, degli almanacchi o degli album targati Panini. Credo che ogni tifoso vero dei Rosanero li abbia vissuti per davvero, questi sussulti interiori, in tutto l’arco degli anni ottanta. C’è anche un capitolo che ho affrontato a parte: un dito che affonda ancora nella mia piaga. Un incubo chiamato ‘Radiazione’: sfocia nel mio primo pianto d’amore. Privato non di un semplice giocattolo, ma di una ragione di vita: quell’altalena infinita, che mi accompagnerà per il resto della mia esistenza. Allora come oggi, mi sentivo un leone, quando si avvicinava la gara da disputare in casa, un agnellino quando leggevo la destinazione del prossimo appuntamento. Trieste, Varese, Brescia, Cremona e sempre più giù, da Nord a Sud per tutta l’Italia, fino a Catania: la partita che valeva una stagione, all’andata ed al ritorno, senza distinzione. Ci si preparava sempre, per quella battaglia dalla connotazione sportiva: non ho mai avuto paura, neanche quando ho messo piede su spalti avversi, tutt’altro che accoglienti. Con quel muro che sembrava infinito, gremito di ultras avversari col coltello tra i denti. Purtroppo, alcuni lo avevano per davvero ed erano pronti anche a fare male: per la preoccupazione di mia madre, che lo aveva sempre immaginato, quel lato scellerato. La violenza non mi ha mai sfiorato: speravo che a prendere lo scalpo, fosse soltanto il mio Palermo. Lo stadio come un’arena, con gli astanti ad incitare i protagonisti in campo, i gladiatori dei tempi moderni. Si rovescia l’ordinario per uno spettacolo straordinario, a prescindere da quanto offerto dai ventidue in quel rettangolo che racchiude il gioco più bello del Mondo. Ad accompagnarmi, una certezza: almeno per quanto riguarda la visione che mi si spalancava dalla curva casalinga, la mitica nord. Quella centinaia e passa, al seguito dell’ospite di turno, doveva proprio farsela addosso. Un Inferno, perché la Favorita sembrava proprio una bolgia. Poi è cambiato tutto: non ci avrei mai creduto, neanche se ad annunciarmelo fosse sceso un Angelo, mandato dalla Dea Eupalla di Breriana memoria in persona. Quando è arrivata la tanto agognata SERIE A, accompagnata dall’Europa, in quella carrozza affollata da un esercito di buoni, ottimi giocatori e qualche campione, il mio catino ha cessato di infondere calore, dopo lo scontato boom iniziale. Oggi, che si è tornati a soffrire come a quei tempi di vacche magre, lo stadio intitolato a Renzo Barbera ci regala uno spettacolo riservato a pochi intimi. Sono loro, quelli che lo sanno: cos’è il senso di appartenenza, spesso tirato in causa a vanvera. Il destino così ha voluto: figli, non ne ho avuto. Peccato, perché mi sarebbe piaciuto, trasmettere la mia passione alla prole. L’amore per una squadra è diverso da quello che si prova per un’altra persona. Non si inculca, non si infonde: inoltre, non tradisce. Anche se ‘non ci sono i soldi’, se ti senti pugnalato alle spalle. Il corollario comprende personaggi spregevoli, che tramite le loro azioni ti distaccano pian piano da quel rifugio speciale che vorresti intoccabile. Non mi cruccio, ma guardo e passo: tanto, la mia squadra, non la lascerò mai da sola. Il Palermo non è il padrone di turno, compreso qualche pagliaccio presto svelato, non è neanche l’ultimo bidone annunciato come l’ennesimo ‘colpo’ di mercato. Il Palermo è raccontato anche da splendide foto, che ho restaurato e colorato, sempre più innamorato. Come questa, che ritrae l’estremo difensore dei Rosanero Vittorio Masci alla fine degli anni ’40. Nello scatto, mi vedo come purtroppo non sono mai stato. Oltre che giocatore, un padre che cerca di trasmettere una tra le tante ragioni del cuore: importante, oltre l’apparente. Ma non si passa mica il testimone, con il senso di appartenenza: si può comunque spiegare come ho fatto con queste parole, scaturite dai ricordi di un ragazzino colpito da un colpo di fulmine. Il mio punto di vista: da una curva o dal chiuso di una stanza. In compagnia di una radiolina, di una voce amica e del libero spazio all’immaginazione. Un’esperienza in comune con una razza, ormai, in via d’estinzione.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

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NOTTE MAGICA

MODICA E BAGGIO

È l’amichevole post Mondiale tra Palermo e Juventus, che permette ai palermitani di accogliere Totò Schillaci, reduce dalle ‘notti magiche’. In svantaggio per la rete di Faccini, gli ospiti ribalteranno il match sul 3-1. A segno proprio il palermitano del CEP nella prima frazione: nella ripresa, De Agostini la ribalta e Baggio la chiude. L’attaccante ex giallorosso Paolo Alberto, momentaneamente tra i Rosanero, realizzerà un’altra marcatura in COPPA ITALIA nella città natia di Verona, al Bentegodi, prima di lasciare la Sicilia per trasferirsi al Baracca Lugo: una meteora, nonostante il buon inizio nel precampionato. Sempre contro gli Scaligeri, era già andato a segno cinque anni addietro, da lupo irpino, nella stessa competizione. E dire che proprio l’Hellas era la sua squadra del cuore: anche nel calcio, a volte, non gli si comanda. Mentre la Juve è quella ‘champagne’ di Gigi Maifredi: solo che a brindare, spesso, ci finiranno gli avversari. Il settimo posto finale in campionato è indice di un progetto fallito, per una Vecchia Signora che voleva rifarsi il look, seguendo la moda spumeggiante del momento: la zona che ‘prima tremi e dopo vinci’. Chiddici? Per quanto riguarda il Palermo, da sottolineare l’avvicendamento tra Franco Liguori ed Enzo Ferrari in panchina: scelta saggia, che vale la promozione nella serie cadetta. Nella foto da urlo, Giacomo Modica si fa immortalare nel cerchio di centrocampo al fianco di Roberto Baggio: dietro, si distingue Roberto Biffi. Ad attirare l’attenzione è anche la maglia che indossano i padroni di casa: la casacca della ABM, che spacca di brutto. Quel giorno, alla Favorita impazzita, si tornò a respirare l’aria del calcio che conta. Il sottoscritto rimediò una storta: causa non una zolla, ma la folla tra Piazza De Gasperi e Viale del Fante. Non vidi un tombino ma, pur barcollante, potei ammirare, per la prima volta dal vivo, dei giocatori di alto livello. Su tutti, ovviamente, colui che sarà annoverato come il ‘Divin Codino’. Ma anche il nostro Giacomino non era niente male. Soltanto con l’avvento di Corini, ho visto un altro ‘Genio’ in campo, uscito dalla lampada come fosse una favola. Ma Modica non scherzava mica. Andate a rivederlo, facendo qualche ricerca in rete. Passo lento, compassato: ma un sinistro mozzafiato, chirurgico. Il numero dieci dispone del pallone a suo piacimento, facendo proprio ‘girare’ tutta la compagine. Preciso sui calci da fermo, regala assist al bacio e conclusioni a giro: il repertorio, è completo. Nativo di Mazara del Vallo, Modica debutta in Rosanero ben nove anni prima di questo appuntamento. Il giocatore che vediamo al fianco del fuoriclasse juventino, è ormai maturo come calciatore e come uomo. L’apice della carriera, che lo vedrà impegnato per gran parte della Sicilia. Tre le ‘scappatelle’: con PadovaAncona e Ternana. Da giovane, pure un’annata in Campania, in prestito a Torre del Greco. Riconoscibilissimo in campo per la folta chioma stile anni ’70, il metronomo colpiva anche per la sua ‘presenza’. Un leader silenzioso, che incuteva timore e rispetto. Ha vissuto il calcio a tutto tondo, dal momento che ha intrapreso una lunga avventura, prima da vice allenatore e poi da collaboratore tecnico, fino a provarci in prima persona. Un girovagare per il sud, fino al recente salto in Piemonte: Modica, attualmente, siede sulla panchina del Casale, lo storico club fregiato di uno SCUDETTO nel lontano 1914. Con NovaraPro Vercelli e Alessandria, i Nerostellati componevano il celebre ‘quadrilatero piemontese’. Se lo merita, Giacomo, un sincero in bocca al lupo. Non ha ‘assaggiato’ i campi della massima serie, come mi sarei aspettato vedendolo dettare il gioco da giocatore di categoria superiore. Ma ha dato luce in tempi di vacche magre, facendomi sentire più tranquillo, quando lo sapevo dalla nostra parte. Un po’ come si sentivano i tifosi delle squadre con Roberto Baggio, quando schierato nel loro undici, ovviamente. Un fuoriclasse assoluto, che abbiamo avuto la fortuna di vedere nel campo spelacchiato di una Favorita pur appena rinnovata per la kermesse iridata. In quella notte magica, in cerca degli occhi spiritati di Schillaci e dei colpi ad effetto di un presunto squadrone mai visto, brilla ancora il ricordo legato a Giacomo Modica: da pelle d’oca. Da tifoso, vado a ritroso e riscopro in lui, il mio primo genio incontrastato. Prima di sfregare la lampada, fino a toccare il cielo con un dito: grazie al mitico ‘Genio’. Quello per eccellenza.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

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LA RADIAZIONE

SOCIETÀ SPORTIVA CALCIO PALERMO 1985-1986

Cordata. Quando sento questa parola, mi viene un groppo in gola. La sentii la prima volta quella maledetta estate. Probabilmente, senza lo scaturire di quegli eventi, io e la cordata avremmo rimandato la nostra conoscenza di un bel po’. In sintesi, un gruppo di imprenditori avrebbe dovuto formare una cordata per salvare il Palermo, travolto da una montagna di debiti. Poca roba, rispetto alle voragini dei club nei tempi moderni. Il tutto entro un termine ben preciso: altrimenti, si rischiava l’estromissione da tutti i campionati professionistici. Ed ecco un’altra parola sconosciuta: fidejussione, dalle banche con furore. Ma di che parlano? Hai tredici anni e non esiste Internet: le uniche fonti sono il ‘Giornale di Sicilia’ e le emittenti TV locali. Leggi e ascolti, ogni giorno. I due termini ti accompagnano, ti seguono, inesorabili. Mentre sei al mare, mentre giochi a pallone, mentre dovresti pensare ad altro, come ogni ragazzino. La cordata la immagini come la tua cavalleria, che speri arrivi al più presto possibile per spazzare via i timori e rimettere tutto a posto, come prima. Prima, quando il giornale lo leggevi per scoprire il nuovo arrivato in maglia Rosanero: di ‘colpi’ se ne parlava in cronaca nera, allora sempre in prima pagina. Svelato il nome dell’acquisto, partiva la caccia alla sua carriera: sull’Almanacco oppure sull’Album della Panini. Poi chiedevi a qualcuno se l’aveva visto giocare, allo stadio da avversario oppure grazie al tubo catodico. Quella voglia di parlare ‘di’ ed immaginare ‘il’ calcio. Invece si parla ‘della’ ed immagini ‘la’ benedetta cordata: l’arma definitiva che leverà finalmente di torno tutti i cattivi. Perché ce ne sono tanti, di cattivi, in questa storia: anche quelli che dovevano essere i buoni. Una storia senza lieto fine: finisce, anzi, proprio come si dice dalle nostre parti: ‘a schifiu’. La cordata è arrivata, ma non è bastata. Perché il mio Palermo sparisce lo stesso.

Dario Romano
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DAL BRASILE CON AMORE

FERNANDO

Il mio nome è José Ferdinando Puglia e sono stato un calciatore del Palermo. Nella mia patria, il Brasile, mi chiamavano soltanto Puglia. Alla ‘Favorita’, semplicemente, Fernando. La mia carriera è iniziata nel Palmeiras di São Paulo, il club prima conosciuto come Palestra Italia, ma è in Portogallo che avvenne la mia definitiva consacrazione: non poteva essere altrimenti, con 58 reti in 57 presenze allo Sporting Club di Lisbona. Attaccante!? Non proprio: piuttosto, una mezzala abile anche in copertura. È questo il ruolo col quale stacco il biglietto per la città più brasiliana d’Italia: Palermo. Colori, sapori, il sole, il mare e soprattutto le palme dappertutto. Sull’aereo con destinazione Paradiso, ecco il tentatore: Helenio Herrera, che fece Grande l’Inter, mi vuole in prova. A quei tempi non c’erano mica i procuratori: a decidere del nostro destino erano le società, ma a volte bastava una stretta di mano o la parola data. Il mio dado era già tratto, le altre parole le lasciai al ‘Mago’ ed erano al veleno. Più velenoso, tuttavia, il mio ‘golazo’, che gli fece rimandare la festa per lo SCUDETTO. Lo ricorderanno tutti i presenti: gli portai il pallone avvelenato fino in panchina. Apriti cielo: prima le scuse, poi una pacca sulla spalla. Quel giorno, grandi Rosanero e piccoli Nerazzurri. Quell’anno, soprattutto, un grandissimo Fernando: ben dieci reti in SERIE A. Era un altro calcio e raggiungere la doppia cifra, un miraggio. E la mitica maglia Verdeouro!? L’ho indossata soltanto tre volte: pur sempre una soddisfazione, ma poco importa. Perché la mia vera Nazionale aveva pure il colore bianco, come nella foto che mi immortala orgoglioso. E soprattutto, quel che più conta, ‘mas que diabo’: quella combinazione unica conosciuta in tutto il mondo: amore imperituro e fiero, di esser stato Rosanero!

Ovviamente il testo è soltanto immaginario: un escamotage. Fernando non è più tra noi, ma con le parole si può dare vita a tutto. Anche ad una splendida foto.

Dario Romano
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MOZZAFIATO

IL QUINTETTO

Basta un attimo: un semplice click ed è storia. Cinque giocatori in posa, col sorriso a prendere il sopravvento. Sullo sfondo, gli spalti vuoti del nostro teatro dei sogni e quel promontorio da scenario mozzafiato. La stagione da ricordare è d’eccezione: la ’61-’62, quando alla Favorita puoi ammirare le gesta del ‘Palermo miracolo’Santa Rosalia non la si scomoda: a confezionarlo, l’ottavo posto, il Segretario Totò Vilardo e quell’undici da incorniciare. Le riserve, non stanno a guardare: c’è spazio per tutti, quelli bravi e quelli brutti. Nel senso ‘buono’ del termine: in quel Palermo, abbonda il talento, ma oltre al fioretto compare la clava. Necessaria, per una neopromossa che nella massima serie ci vuol rimanere. Finirà con lo stupire, tra vittorie leggendarie, parate straordinarie ed episodi da raccontare. Si comincia da sinistra, dove Luigi De Robertis fa bella mostra: l’ala giusta per le alte latitudini. Due stagioni in Rosanero, dove assaggia per la prima volta l’ebbrezza della SERIE A. Più di cento presenze nei Galletti baresi, prima del salto in alto dalla cadetteria: giunge in Sicilia e poi in Emilia, con la maglia del Modena. Per lui, un futuro curioso negli States: nato per volare. Fulvio Mosca guarda in alto, verso vette soltanto sperate. Tradisce le attese, le promesse di una carriera che è proprio all’apice. Protagonista della promozione, riduce le presenze ad appena dieci gettoni. ‘Il nuovo Pelé’ si rifarà tra le mura amiche. Il quel di Trieste, oltre all’alabarda, si prende la fascia: di capitano. Il Re, ma senza corona, è il turco Metin Oktay. Un campione, tra mille trucchi e pochi inganni. I numeri col pallone la specialità della casa, ma il campo a Palermo lo vede poco. Un peccato, perché la stella del Galatasaray era un autentico fuoriclasse dentro il rettangolo di gioco e proprio fuori di testa nel quotidiano. In patria, un Sovrano, idolatrato ancora oggi. La sua tragica scomparsa è l’amaro che subentra al dolce ricordo di quel Palermo, sorretto dalle parate di un mostro di nome CarloMattrel si guadagna la Juve e la Nazionale, neutralizzando rigori e conclusioni neanche fosse un extraterrestre. E dire che la schiena fa le bizze, prima che ci si mettesse pure un tragico destino. Carletto, come il turco, è vittima di un incidente stradale fatale. Galeotto fu l’aereo, invece, per Fernando Puglia. Che durante il viaggio alato incontra HH e ne dribbla l’offerta. Helenio non ci sta, lo schernisce e le prende. L’Internazionale è battuta dalla sua rete e poi arrivano le scuse per un gesto irriverente. Il brasiliano è forte: è qui la festa, ma non basta. Perché si vince anche altrove, dove solitamente se le prende. Un bel quattro a due al Comunale e le Zebre espugnate. Che squadrone, quel Palermo, con Tarcisio BurgnichBruno GiorgiGiorgio SereniEnzo BenedettiAlberto MalavasiRune Börjesson e Santino Maestri. Il biondo che chiude il quintetto della foto farà meglio al suo ritorno, dopo un breve passaggio alla Sampdoria. Due reti appena e la doppia cifra nella seconda esperienza in maglia rosa. Ma non è più un Palermo da ottavo posto: quello che era passato in panca da Leandro Remondini ad Oscar Montez e, dopo un inizio balbettante ed un prosieguo promettente, ci suonò uno spartito scoppiettante. Musica, per le nostre orecchie e gioia per gli occhi. I sogni son desideri, ma anche i ricordi fan battere forte il cuore. Rosanero, in questo caso, con la foto mozzafiato.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

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IL CELESTE E L’AZZURRO

SERIE A 1932-1933
PALERMO FC-BOLOGNA SC-0-0

È la prima gara casalinga della stagione 1932-1933. Palermo e Bologna si affrontano il 02/10 allo ‘Stadio del Littorio’, ultimato a Gennaio e costruito dal regime fascista per sostituire l’ormai vetusto campo sportivo del Ranchibile. Dal ’37 fino al ’45, l’impianto sarà intitolato a Michele Marrone, ex giocatore Rosanero deceduto durante la guerra civile spagnola. Per i palermitani, è già ‘La Favorita’. Nella foto restaurata della rivista d’epoca TUTTI GLI SPORTS, i padroni di casa Banchero e Scarone seguono gli ospiti Felsinei Ottani e Buriani. Non ho ritenuto opportuno colorarla, poiché la resa, causa la risoluzione bassa, risulterebbe modesta. I Veltri sono ‘Campioni d’Europa’: dovranno passare più di vent’anni, prima che le visioni del giornalista ed ex calciatore francese Gabriel Hanot ed i sogni del buon Santiago Bernabéu divengano realtà, materializzando la COPPA DEI CAMPIONI. Si disputa la COPPA DELL’EUROPA CENTRALE, che gli emiliani vincono senza dover disputare la finale. Infatti, Juventus e Slavia Praga furono squalificate per gli incidenti della gara di Torino nella semifinale di ritorno. Non è ancora il Bologna ‘che tremare il Mondo fa’, ma a leggere la formazione si capisce che già a tremare dovevano essere piuttosto le gambe degli avversari. Eraldo Monzeglio è un terzino polivalente che facilita il progetto di Vittorio Pozzo nell’adattare il modulo WM alla Nazionale; pur essendo un difensore, è il massimo dell’intensità con il minimo di effetto: l’eleganza. La mezzala Raffaele Sansone, che dalla rosa Celeste iridata nel 1930 si ritroverà a disputare soltanto tre gare in maglia azzurra come naturalizzato. Bruno Maini è un cecchino infallibile e non veste l’azzurro perché il forziere dei tesori è già colmo. Angelo Schiavio ne è il pezzo più pregiato: ondeggia in campo e come una marea decide quando arretrare o sommergere tutto. La potenza si basa sulle armi e le armi sulla tecnica: quando parte la fucilata è sempre nello specchio della porta. Tanta roba anche in maglia rosa. Il centravanti Carlo Radice‘il Vichingo’ del goal per l’aspetto nordico: 64 reti in quattro stagioni. Il centrocampista Antonio Blasevich, ex stella dell’Internazionale. Di origini croate, faceva girare la squadra e non disdegnava le incursioni offensive: quaranta reti in tre campionati, per i Nerazzurri. L’uruguaiano Héctor Scarone è campione del Mondo in carica: una sfilza di soprannomi, tra cui spicca ‘la Borelli’ (una diva del cinema muto) per il carattere bizzoso e altezzoso. Per Giuseppe Meazza, è il giocatore più forte mai affrontato. Finirà a reti bianche, un match equilibrato che non vedrà mai più tanti protagonisti eccellenti nei confronti diretti tra i due club. È anche un passaggio di consegne: dallo stesso Scarone a Schiavio e Monzeglio. Nel ventennio dal ’30 al ‘50, la COPPA RIMET è illuminata soltanto dal cielo e dai suoi colori: il celeste e l’azzurro.

Dario Romano
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IL MANICO

ANTONIO MANICONE

È stato uno dei protagonisti indiscussi nel Palermo della rinascita. Un mediano di ruolo, ma non di quelli che ci passano la vita: Antonio Manicone era anche capace di verticalizzare l’azione, senza disdegnare la conclusione. Dopo le due stagioni in Rosanero, con tanto di promozione in SERIE C-1 e la doppia finale in COPPA ITALIA di categoria disputata e ahimè persa contro il Monza, il centrocampista si trasferisce al Foggia e da qui parte la scalata verso la SERIE AUdineseInter (59 presenze ed una realizzazione in nerazzurro), una stagione in prestito al Genoa e poi il Perugia con annessa retrocessione in cadetteria ed il ritorno nelle serie minori, chiudendo in tre stagioni a Busto Arsizio col Pro Patria. Da segnalare anche la soddisfazione personale di una presenza in Nazionale nel 1993 contro l’ESTONIA. Chiusa la carriera, ha iniziato ad allenare con le giovanili del club meneghino e lo abbiamo rivisto con piacere agli Europei di Francia come vice-allenatore della SVIZZERA, al fianco di Vladimir Petković (è stato anche vice dello stesso alla Lazio e lo segue tutt’ora, al servizio dei Girondini del Bordeaux). Nelle due stagioni in maglia rosa (1987-1989), totalizza 65 presenze e quattro marcature. Ripartito dalla SERIE C-2, il Palermo vantava un settore nevralgico di tutto rispetto. Con lo stesso Manicone, troviamo MarchettiDi Carlo (spesso utilizzato da centrale difensivo), MacrìPocetta quando non schierato sulla fascia e gli innesti di Butti e Cappellacci per la stagione dell’esilio a Trapani. Con il biondo a fare da manico in campo, quello giusto per il coltello dei Mister Pino Caramanno e Giorgio RumignaniAntonio strappa il pallone dai piedi avversari e fa ripartire l’azione: la classica azione che da difensiva diviene offensiva. Merce rara, ieri come oggi, come lo stesso comportamento dentro e fuori dal campo. Mai un intervento scorretto, mai una parola di troppo. Questo, il ricordo di un professionista esemplare: la pedina giusta per ripartire, dopo una radiazione che brucia ancora. Ci si può identificare, negli elementi che compongono la squadra del cuore. Manicone mi ha restituito anche questo: la parte pulita di un mondo sporco, ormai svelato, al punto dal cominciare a non crederci più.

Dario Romano
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AQUILE E RONDINELLE

DI CICCO & DE ROSA

Una trasferta trionfale per i Rosanero, che il 13/12/1981 espugnano, con il punteggio pirotecnico di tre reti a due, il Rigamonti di Brescia, grazie alle realizzazioni di De StefanisGasperini e Lopez. Nella foto, vediamo Gianni De Rosa a dar man forte in difesa, con Mauro Di Cicco e la palla contesa. Il difensore è stato una colonna della difesa del Palermo, per ben per otto anni, dal 1976 al 1984. Mai una rete, ma all’attivo ben 248 presenze. Proveniente dalla S.P.A.L. dove debutta in serie cadetta, chiuderà la carriera con il Pescara. In sintesi, il nostro De Bellis degli anni ’80, uno di quelli vecchio stampo che non varcavano la metà campo. Titolare a Napoli in finale di COPPA ITALIA contro la Juve e di una squadra che proprio con la vittoria in Lombardia comincia a sognare la tanto agognata SERIE A. Soltanto cinque punti ci separano dal salto, di cui due persi a tavolino nel derby di ritorno col Catania. Una sassaiola contro il pullman degli etnei impedì al terzino Renato Miele di scendere in campo, ferito alla testa. Giampaolo Montesano il marcatore vano della gara. La vittoria contro le Rondinelle sarà seguita da altri risultati più roboanti: le Aquile espugnano Roma e Pescara con due sonori 0-3 contro la Lazio e 0-5 in Abruzzo. La stagione del compianto centravanti è da incorniciare: per De Rosa, diciannove reti per la gloria, a memoria imperitura. Capocannoniere del campionato e la cannonata contro il Verona, mattatore del torneo ma alla Favorita matato a buon partito. La ciliegina di una torta che poteva avere un altro sapore: quello della promozione. Per la Leonessa bresciana, invece, resta il boccone amaro: è retrocessione.

Dario Romano
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VECCHIO STAMPO

MARIO GIUBERTONI

Lo spauracchio è rappresentato da colui che verrà ricordato come ‘Il profeta del gol’. Oppure, l’‘Olandese Volante’: all’anagrafe, Hendrik Johannes Cruijff. Già da solo, è tanta roba. Ma anche il resto dell’AJAX è tanta manna. La paura fa novanta, ma poco importa. Siamo arrivati fin qui e ce la giochiamo. E poi, il satanasso tocca a Lele. Scelta coraggiosa: mal che vada, raddoppio in marcatura. Tanto quello svaria su tutto il fronte d’attacco e non solo: prima o poi, me lo becco. Non aveva fatto i conti con il solo straniero di quel complesso di marca tutta olandese. A spezzare i sogni di Mario Giubertoni, l’intervento di Horst Blankenburg. Si getta la spugna, con la pugna ancora in bilico. Cruijff ci prova pure con la mano, a metterla dentro: è il vizio dei più grandi. Ma è in serata di grazia, come Diego al sole dell’Azteca: la Beneamata crolla e per Johan è doppietta. Che disdetta, per il numero 5 nerazzurro. Lasciare il campo per infortunio, proprio nel giorno più importante della carriera. Che resta comunque di spessore e ci mancherebbe altro. Un giocatore che si è tolto le sue soddisfazioni, in un ruolo tra i più difficili in assoluto. Un francobollo, questo difensore vecchio stampo. Forgiato nel Palermo, che lo preleva nel ’64 dalla piccola Moglia. Il debutto in cadetteria non è il passo più lungo della gamba: Giubertoni è da subito titolare fisso. Ha indossato la maglia Rosanero in tante varianti: dalle strisce a quella a quarti, fino alla classica. Le battaglie, di tutti i colori, fino all’agognata promozione in massima serie. Mario guarda lontano, in questa foto scattata alla Favorita. Ne ha ben donde, visto il seguito alle porte. A Milano, ci finisce con Sergio Pellizzaro: un doppio colpo sancito dal botto chiamato SCUDETTO, già al primo anno. Al Palermo si ferma sfiorando le duecento apparizioni, all’Inter saranno poco più di 150, condite dalle magiche serate in coppa. A rovinare la festa, una botta indigesta ed un’avversaria troppo forte. BurgnichFacchettiJairMazzola: non era più la Grande Inter, ma se ne respirava ancora l’aria. In area, invece, non si passa. Con quel difensore vecchio stampo, aggiunto per giunta a quei due colossi inamovibili. A meno che non ci si trovi di fronte ad un Cruijff in stato di grazia. Nel giorno più disgraziato.

Dario Romano
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BUGIA

GIAMPAOLO MONTESANO

Un appuntamento da non perdere, quello tra Rossoneri e Blucerchiati. Perché Milan contro Sampdoria è soprattutto Marco van Basten alle prese con Pietro Vierchowodil cigno di Utrecht e lo Zar. Quanto di più il mio calcio, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, non poteva offrire. Da neutrale, poiché Rosanero e basta dalla nascita. Almeno, dalla presa di coscienza. Spettacolo alla tele ai minimi termini, come c’era una volta: l’occasione, per sempre ghiotta. Soprattutto, vedere il fuoriclasse olandese in difficoltà, al cospetto del mastino di origini ucraine. Poi, la rivelazione: inaspettata. Perché hai sempre creduto che l’avversario più tosto, per l’azzurro, sia stato proprio il tulipano. La verità è spiattellata dalla carta, che in questo caso urla forte e punta dritto al mio cuore di tifoso. ‘Era imprendibile, scattava da una parte all’altra senza che io riuscissi a fermarlo. Uno come Montesano lo incontri una sola volta in una carriera intera.’ Sono le parole del difensore, mica una bugia. Il riferimento è riservato al più brasiliano dei brasiliani stessi che hanno indossato la maglia del Palermo, soprannominato proprio ‘Bugia’, ma anche ‘Montesamba’. Sulla seconda, c’è poco da spiegare. La prima, nasce da una sparata grossa del funambolo sull’accordo contrattuale: quaranta invece dei ventuno milioni pattuiti. Erminio Favalli è preso in contropiede: ‘attenzione, che questo dice minchiate.’ Il budget è salvo: Farfallino sulla fascia volava, ma dietro la scrivania ha imparato bene a fare catenaccio. Le dichiarazioni di Vierchowod proseguono, sottolineando: ‘considerate che ho dovuto marcare più volte il più grande di tutti: Diego Armando Maradona. Ma uno come Montesano non l’ho più incontrato.’ Apriti cielo: così si tocca il mio orgoglio, tutto RosaneroLo Zar ha affrontato Giampaolo Montesano dopo il suo addio al Palermo. Stagione 1984-’85, il preludio alla radiazione e già mi piange il cuore. Bugia vola in SERIE A, mentre il baratro è dietro l’angolo. Questa è la verità, mentre il fantasista per eccellenza gioca dove merita, al fianco del brasiliano vero e di ben altro livello: è l’Udinese di Zico. Una toccata e fuga, all’ombra di Arthur Antunes CoimbraO Galinho è pure zoppo, ma non puoi prenderne il posto di diritto: risultato, poche presenze in Friuli e tanta malinconia dalle nostre parti. Non potrebbe essere altrimenti: le bugie, hanno le gambe corte. Nel calcio, anche se nel nostro piccolo, le gambe del nostro numero sette. Le faceva danzare eccome, a partire da quella maglia targata pouchain e con quel logo così moderno. Poi nr e VINI CORVO. Svezzato da Eugenio Fascetti al Varese, in campo sembra proprio un matto: da legare, durante quelle cinque stagioni passate all’insegna del divertimento. Le presenze arrivano a 170, condite da ventuno realizzazioni. E storie come questa: leggenda o bugia poco importa. Io ci credo: sa tanto Rosanero. La Favorita è lo scenario, Palermo-Verona l’incontro. Un avversario scaligero, umiliato a più riprese dalle ‘bugie’ di Montesamba, sotto forma di dribbling ubriacanti, reagisce duro entrando altrettanto sulle gambe dello sgusciante. Una giocata di troppo del giocoliere che vale una meritata espulsione. Diretto mestamente verso una doccia anticipata, il malcapitato si vede lanciare dagli spalti una pasticca: per ingoiare il rospo. Indorata e accompagnata dalle seguenti parole: ‘pigghiati ‘a pillola pu mal di tiesta e nun ci pinsari cchiù!’ Storie palermitane, dolci e amare, com’è tradizione a queste latitudini. Infatti, pensandoci a posteriori, anche dopo tanti anni: che giocatore era, Giampaolo Montesano. Forse un fantasista e basta, dotato di quel talento utile per farti vincere una partita, ma inutile per vincere un campionato. Un mistero che non ci ha mai abbandonato. Resta il ricordo delle sue giocate e di una formazione che abbiamo adorato. Volpecina, Lopez, De Stefanis, De Rosa è tanta manna, con Montesamba: uno squadrone da promozione. Era anche questa, una bugia.

Dario Romano
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EL CABALLO

CHRISTIAN LA GROTTERÍA

La progressione palla al piede. Sembra proprio un puledro, partito al piccolo trotto fino al botto finale. Una serie infinita di finte, impercettibili ma imprescindibili. Mi ricordano quelle del Divin Codino, quando ad Italia ’90 si beve i boemi a piccoli sorsi, fino a farci ubriacare. Roby esercita dei movimenti infinitesimali, che non lasciano scampo agli inseguitori. Dove andrà ed è già sgusciato via. Christian La Grottería fa lo stesso, ma nel suo piccolo. Poiché trattasi di un livello ben diverso, ovvio e ci mancherebbe altro: ma nel rivederlo, quell’andare continuo che parte dal torace e finisce negli arti inferiori, tipico dei campioni, mi si stropicciano gli occhi. Perché è la prima volta, nella mia vita. Il mio Palermo, finalmente, ha un diamante nella rosa. El Gaucho proviene dalla Pampa, portandosi appresso più di un soprannome, come la tradizione argentina vuole. Ed il secondo apelido, lo si apprezza di più già ad Ancona, la sua prima destinazione oltreoceanica. El Caballo è di razza purosangue: un fuoriclasse. Per la categoria, attenzione. A volte crescono, a volte si fermano: la dimensione, resta. Mentre l’universo continua ad espandersi ed il tempo scorre: anche per un cavallo al galoppo. Purtroppo, con una caviglia non proprio al meglio. Questo il limite del mio nuovo idolo e di migliaia di ragazzine. Christian è bello a vedersi: criniera al vento, fa del campo la sua prateria e ruba l’occhio, fino al traguardo agognato. Quel pallone dentro o fuori a fil di palo, per un soffio. Lui ha dato tutto mentre, per un attimo, mi sento più all’ippodromo di fianco che allo stadio. Il preludio ad un viaggio più avvincente: questo, è appena cominciato. Il nuovo secolo, per il Palermo, è come un Big Bang. Si parte proprio da qui, dagli investimenti di Franco Sensi. Salvati per il classico rotto della cuffia e destinati a trionfi neanche lontanamente immaginati. Christian è la ciliegina di una torta ancora tutta da impreziosire. Scalpita presto, il giovanotto. Che rinuncia all’università per scegliere il calcio. Gimnasia e poi Estudiantes, il club delle streghe: La Bruja e La Brujita Verón. Le origini calabresi aiutano il virgulto a calarsi nella parte: ai Los Pincharratas, oltre al talento, serve sangue caldo. La garra, qui, è di casa. La realtà, però, è un’altra cosa. Christian non è ancora un professionista e per sbarcare il lunario tira, di fatto, la carretta. In serie cadetta, tra le due San Martín, di Mendoza e San Juan. Fioccano reti e l’occasione di una vita: un viaggio di sola andata per l’Italia. La Grottería firma per l’Ancona. Due stagioni in terza serie, caratterizzate entrambe da un epilogo vincente: una salvezza ed una promozione ai playout e playoff. A condire il tutto, le dodici marcature dello straniero. Che in Sicilia cancella in un colpo solo i ricordi dei vari Hoop e DittgenSensi sborsa due miliardi da record e rinnova la tradizione Albiceleste in salsa Rosanero. Il Totem resta Ghito Vernazza, la bocca si spalanca con El FlacoLa JoyaEl Mudo e tutti muti. Intanto, non sapendo, ci accontentiamo del Caballo. Che è tanta roba, si avverte nella serata di gala. Alla Favorita si asfalta il Catania e Christian impazza: troppo forte, quel Palermo, spentosi fino a sciogliersi in un finale al fulmicotone. Una promozione per cuori forti. Il pezzo forte, si manifesta ai livelli più consoni. C’è una Bomba tremenda, nel team di Bortolo Mutti. E c’è soprattutto lui: La Grottería. In stagione, il suo nome vuol dire capocannoniere di una squadra niente male. Undici marcature, arricchite dai giochi di prestigio di un reparto avanzato da urlo. Che nervi, quando lui non gioca oppure non è al meglio. Ho sempre avuto la sensazione che, tirato a lucido, avrebbe fatto ben altra carriera. Che invece si attesta su un calcio minore. Al culmine del suo splendore, il sogno ad occhi aperti svanisce: perché ci sono anche i fulmini a ciel sereno. Il Rosanero dell’argentino mette nel conto anche l’amaro. Un’auto che brucia, pettegolezzi sopra le righe, di quelle lasciate a libera o dubbia interpretazione. Io mi fermo a quanto visto: tra un goal, una giocata da slogare la mascella, una ciccata dopo l’ennesima cavalcata. Varrà lo stesso per i tifosi del Padova, della S.P.A.L. e del Bassano. Dove arriva il fatidico chiodo ed inizia l’avventura da dirigente e allenatore. Christian non lascia l’amato calcio, fino al galeotto amore che lo destina a Padova, a due passi da me. Il bar Kolar, di sua proprietà, val bene una caffè. Ed un semplice ‘grazie’, al Caballo che mi fece impazzire.

Dario Romano
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ZAMPALANDIA

Il pensiero di fine anno corre diritto verso di lui, che lo ricorderà come il peggiore della sua vita. Non sopporto la speculazione sui mali altrui: se non esistessero i likes, sarebbe molto meglio. Per questo mi metto da parte, quando un personaggio di rilievo del mondo Rosanero ci lascia. Ma Zampa c’è ancora: forza, vecchia volpe con il cuore a pezzi. Il nostro, lo hai fatto battere forte, sempre. Le abbiamo battute tutte, con squadroni che da queste parti non potevamo neanche lontanamente immaginare. Una galassia lontana lontana, quella benedetta SERIE A che ci hai riportato dopo trent’anni e tanti affanni. Il preludio a tutto il resto: quanta manna. L’Europa, onorata al debutto e snobbata in seguito, per un malcostume ormai certificato. Le scoperte, alcune fallaci ed altre azzeccate, come le scelte. Purtroppo, caro Maurizio, nel calcio gli errori si pagano a caro prezzo. Mettiamoci anche che la memoria è corta e la torta che ci hai servito in una tavola ben imbandita, a qualcuno, è sembrata sempre sguarnita. Sono tra coloro, pur sapendo di sbagliare. Ma non sbagliavo, quando ho appreso dell’abbandono lagunare e del tuo sbarco in pompa magna alla Conca. Che hai reso d’oro come una volta, ma con un prezzo da pagare. Mi ricordo gli aggiornamenti delle rose nel secolo scorso: quando si arrivava al Venezia, le mani finivano immancabilmente nei capelli. Come per l’avvicendarsi degli allenatori: non ti sei smentito, su entrambi i fronti. Walter Novellino, che ti affianca nella foto, è uno dei tanti. Mi hai pure infastidito, per le promesse non mantenute, per il clima perennemente arroventato, pure quando sembrava girare tutto verso il verso giusto. La goccia che ha fatto traboccare il mio vaso, già stracolmo: la troppa riverenza. Di una stampa asservita ed intimorita. Chi critica, perde la testa: allora, facciamo finta che vada tutto bene. Il giocattolo si è rotto quando l’entusiasmo iniziale ha perso, dopo aver preso, il sopravvento. Uno spettacolo fruibile lontano dalla sua arena, ben accomodati sul divano: l’inizio della fine. Spalti vuoti, neanche fossimo in terza serie. Non ci avrei mai creduto, se da giovane me lo avessero detto: il Palermo nel calcio che conta e la Favorita, poi Barbera, più vuota che piena. Ci hai messo del tuo, con quelle urla di troppo che annunciavano lo smantellamento. Da quel momento, fino al fallimento, il passo è stato più breve del previsto. Sceneggiate annesse che ci potevi risparmiare: dagli arabi agli inglesi, comprese le tue scatole cinesi. Guarda e passa, mi diceva Mamma: la sua vista lunga preannunciava il Mirri qualunque. Che non è oro e incenso. Ma facciamo chiarezza, una buona volta. Il male del Palermo, caro Maurizio, è il suo tifo stesso. Tu lo sai bene, altrimenti saresti ancora al tuo posto. ‘Mancano i soldi’ lo sentivo in curva tanto ma tanto tempo fa. Guarda qua: siamo punto e accapo. Il patron per eccellenza ha mollato e non ci resta che il mea culpa. Noi che ci abbiamo fatto un bel giro, nella giostra di Zampalandia. Ed è stato maledettamente bello. Tieni duro, ‘mangiallenatori’.  Il nuovo Cavani, il nuovo Pastore: piuttosto, il nuovo Zamparini. Questo aspettano, quelli che non hanno capito nulla: per nuovi padroni ricchi e scemi come ce n’erano una volta , per magnati appassionati dal nord calati, nella storia del Palermo e perché no, del nostro calcio, non c’è più spazio. La breccia, resta fissa nella testa: le abbiamo battute tutte, friulano. In bocca al lupo e grazie.

Dario Romano
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MI RITORNA IN MENTE

PAOLO VALENTI, 90° Minuto

Sapreste riconoscere i proprietari o presidenti delle cosiddette ‘provinciali’? Anche i nomi non ci direbbero nulla e non ci sarebbe nulla di strano: non facciamo il tifo per loro. Ma per chi appartiene alla mia generazione, una volta, non era così. La mappa mentale del calcio era costituita da volti familiari, colori ben precisi e folclore annesso, che non guastava: era il nostro teatro. E così, il Pisa era soprattutto Romeo Anconetani: spargimenti di sale in campo e teste volanti di allenatori e staff che Zamparini levati proprio (beh, non proprio). L’Avellino era Antonio Sibilia: una sorta di ‘Padrino’ d’aspetto e di fatto; capelli lunghi, orecchini, tatuaggi e ti menava di brutto. A Catania, Angelo Massimino e gli aneddoti che abbondano e si sprecano: il più celebre, sull’amalgama mancante e ‘allora compriamolo’. Poi, i vari Manuzzi e Lugaresi a Cesena, Luzzara a Cremona, ma soprattutto lui: Costantino Rozzi‘Il Presidentissimo’ era l’Ascoli a tutto tondo. Basta cercare le sue foto su Google e potrete immaginarne la parabola in bianconero: i celebri calzini rossi, le esultanze in panchina, il battere i tamburi in curva. Non è soltanto un corollario: c’è tanta sostanza. Con Carletto Mazzone in panchina, nel ’73-’74, arriva la massima serie: per quasi un ventennio, una presenza più o meno costante. A narrarne le gesta, soprattutto lui: Tonino Carino proprio da Ascoli. Ti faceva sembrare ancora più piccola la provinciale tra le più piccole, in quello che era il vero circo mediatico del pallone: 90° minuto. Al torto arbitrale di turno, sembrava un bambino che si lamentava per la sparizione della merenda: la sudditanza psicologica colpiva e aveva la mano pesante. NapoliGenoa e Samp, la Juve: altri volti da associare ai club. Uno dei meno noti da Palermo: per Paolo Valenti, c’era a disposizione Luigi Tripisciano. Ricordo che il suo tono rassicurante rendeva meno amara la pillola da mandare giù, in caso di risultati avversi. E mentre noi stavamo incollati alla TV, i padri padroni della pedata davano il meglio ed il peggio di sé, tra dichiarazioni ad effetto ed effetti collaterali: a Pisa Anconetani, nel visitare lo spogliatoio del Milan, ebbe un incontro ravvicinato con Frank Rijkaard sotto la doccia e si rese conto che l’olandese era dotato in tutti i sensi. Capitò anche a Manuzzi: nel caricare la squadra prima del match, non si accorse che dietro aveva quel marcantònio di Sebastiano Rossi, nudo. Si gira, lo guarda nelle parti basse e dice: ‘che bel uzèl!’. Ma dietro questi riflettori puntati addosso alla domenica, c’era anche tanto lavoro: Rozzi era un costruttore edile e lui lo stadio l’ha realizzato per davvero. Il Del Duca nella sua città e non solo: Avellino, Lecce, Benevento. E si poteva alimentare la passione con la materia prima: i giocatori. Provinciali sì, ma basta sfogliare l’almanacco per vedere che non erano proprio squadrette: DirceuCasagrandeBierhoffTroglioBradyGiordano e valli ad espugnare. Mi ritorna in mente spesso, tutto questo, con un po’ di malinconia. Per la mancanza odierna dei veri personaggi del pallone e per aver perso soltanto per qualche anno il più grande di tutti: ‘il Presidentissimo’ per eccellenza, il vero Signore d’altri tempi, Renzo Barbera. Ma il suo non era un calcio urlato: puntava dritto al cuore. Ed io, ero troppo piccolo, per potermelo godere.

Dario Romano
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