DANISH DYNAMITE

HELGE BRONÉE

La classe fuori controllo.
Attaccante, Helge Christian Bronée esplode nella squadra francese del Nancy. Nel 1950 viene ingaggiato, per quaranta milioni di lire, dal Palermo del Principe Raimondo Lanza di Trabia, che lo ha scoperto durante un suo viaggio di piacere, assistendo alla partita contro il Grenoble. Volle portarlo a tutti i costi in Sicilia. Era lui a palleggiare nei salotti della dimora principesca? Era lui Raggio di Luna? No, piuttosto, un fulmine a ciel sereno. Ben presto, entra in contrasto con l’allenatore dei Rosanero Gipo Viani: durante una partita, la sua squadra, per difendere il pareggio, si chiuse a catenaccio e lui, non gradendo, si spostò in difesa, fino a realizzare una clamorosa autorete. Negli spogliatoi, fu di conseguenza preso a botte dal suo allenatore (episodio tuttavia da verificare, dal momento che le statistiche non menzionano sue autoreti). Ma anche fuori dal campo, Helge aveva un carattere indisciplinato, che ben presto gli causa antipatie all’interno della società: la sua permanenza si riduce a due stagioni (1950-1951 e 1951-1952) con settanta presenze e ventidue reti a referto. La sua carriera prosegue nella Roma, ma anche qui il temperamento rissoso gli crea qualche problema: dopo un match contro l’Inter, fra lui e il suo compagno di squadra Arcadio Venturi sorge un diverbio, culminato con il lancio di una scarpa sulla faccia di un dirigente di riguardo, il dottor Campilli, figlio di un ministro. Bronée viene messo fuori rosa, ponendo così termine alla sua avventura in giallorosso. Nel 1954, approda alla Juve, dove rimane una sola stagione, totalizzando ventinove presenze e undici reti. Nel campionato successivo, conclude la sua parentesi italiana in Piemonte, nel Novara. Per il biondo vichingo, contiamo, in totale, 197 presenze e 55 reti in massima serie. Si tratta, sicuramente, di uno dei primi veri fuoriclasse ad indossare la maglia Rosanero. Se non condizionata dai limiti caratteriali, la sua carriera avrebbe potuto essere ben diversa. Chiude con il B 93, nel suo paese natale.

Johan Cruijff sosteneva che i danesi si adattano in fretta e imparano presto le lingue. Ed è così che, dalla fredda Danimarca, ti ambienti a Palermo: Bronée e Simon Kjær gli danno ragione. Ma nel calcio, in Danimarca, c’è più del buono e non del marcio? L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare. Helge, fuori dal campo, non era uno stinco di santo. Ma nel rettangolo verde, un satanasso. Priorità al gesto tecnico, classe sopraffina, la bellezza a scapito della potenza. Come un dio dell’Olimpo, tanta grazia. Ma anche tanta ira. Un vero e proprio precursore della Danish Dynamite, condita con una buona dose di sale e pepe. Dopo aver infuocato i cuori degli astanti, si incendiava tutto il resto, compresa una carriera che non è stata come avrebbe potuto essere. Perché anche gli Dei, sanguinano.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

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