IL SENSO DI APPARTENENZA

VITTORIO MASCI

Aprile 1981: un ragazzino ‘gioca’ con il telecomando. Sono pochi i canali a disposizione. Tra non molto, aumenteranno e nascerà un altro passatempo: lo chiameranno ‘zapping’. Ad un certo punto, il piccolo virgulto si imbatte in uno studio spoglio, ma colorato dalle sciarpe degli astanti. Saranno una decina, seduti e bardati dai colori rosa e nero. Il conduttore della trasmissione è in ansia, poiché è saltato il collegamento. Poi appare una schermata scura, con la scritta bianca tremolante: PISA-PALERMO-1-1. Si esulta come una vittoria in ‘zona Cesarini’, un modo di dire che ancora non conoscevo. Perché il Palermo non sta vincendo, ma ha fatto goal fuori casa: una rarità, spiegano dalla diretta. Due giorni dopo, finalmente, sulla stessa emittente posso vedere la differita. E quelle maglie rosa, i calzoncini neri ed i calzettoni bianchi. Quest’ultimo particolare attira di più la mia attenzione: infatti, fa spiccare il movimento delle gambe dei giocatori. Si muovono al piccolo trotto, come intimorite. I Nerazzurri, invece, corrono come matti ed è un assedio. I Rosanero, che rappresentano la mia città, sembrano piuttosto dei maialini destinati al macello. E mi viene la voglia irrefrenabile di correre da loro per incitarli, maledizione. Ovviamente non a Pisa, ma alla Favorita, che sarà la mia seconda casa, il mio teatro dei sogni. Scoprirò che noi abbiamo il sole e loro la nebbia, che uno stadio può ribollire come un catino e farti battere forte il cuore, mentre battiamo tutti le mani all’unisono, saltiamo come forsennati e urliamo, qualora non fosse chiaro: ‘chi non salta è catanese’. Era la mia piccola guerra: altro che soldatini di plastica. Un colore ben definito contro tutti gli altri colori: il colore di una città multicolore, avvolta del nero di una cronaca sempre più nera. Ti sentivi come un piccolo Davide che prova ad abbattere i tanti Golia, perché gli altri, spesso, erano i più forti. Alcuni si portavano dietro il blasone, quello pesante e tuttavia schiacciato da demeriti che con lo sport avevano poco a che fare. Il Milan, la Lazio: club solo di passaggio, ma con un assaggio che non potranno dimenticare. Di quella Favorita che, a volte, faceva davvero tremare: oltre ai brividi farti provare. Unico, lo scenario mozzafiato: col Monte Pellegrino sormontato dal castello Utveggio: un baluardo come sorta di monito, con quel colore rosa che, guarda caso, lo caratterizza. Quando ci si dispera, abbiamo pure il conforto della vicina Santuzza, che proprio nel promontorio alberga. Per non parlare dell’acustica: musica unica, per le nostre orecchie. Fino al boato che le avrebbe dolcemente assordate. Passano così, le settimane: scandite da vittorie e sconfitte, interrogazioni a scuola per compiti fatti col pensiero altrove, partitelle per strada a ‘Porta Romana’ condizionate dall’esito domenicale. Perché rendevo meglio in tutto, quando il Palermo vinceva, peggio quando perdeva. Un segreto che mi sono portato addosso, in quella che ormai era diventata la mia seconda pelle. Ci si mette anche il nostro simbolo stilizzato, che nel cuore finirà per sempre incastonato. Un’Aquila che stilisticamente ha già sprigionato le sue ali, pur se non si vedono: basta la testa, rivolta a sinistra. Il volo è immaginario, concepito per proiettarsi nei tempi moderni. Nel mio piccolo, invece, me ne stavo con i piedi ben piantati per terra. Avvertivo l’ansia da prestazione, pur se avevamo uno squadrone, almeno a parole o su carta: quella dei giornali, degli almanacchi o degli album targati Panini. Credo che ogni tifoso vero dei Rosanero li abbia vissuti per davvero, questi sussulti interiori, in tutto l’arco degli anni ottanta. C’è anche un capitolo che ho affrontato a parte: un dito che affonda ancora nella mia piaga. Un incubo chiamato ‘Radiazione’: sfocia nel mio primo pianto d’amore. Privato non di un semplice giocattolo, ma di una ragione di vita: quell’altalena infinita, che mi accompagnerà per il resto della mia esistenza. Allora come oggi, mi sentivo un leone, quando si avvicinava la gara da disputare in casa, un agnellino quando leggevo la destinazione del prossimo appuntamento. Trieste, Varese, Brescia, Cremona e sempre più giù, da Nord a Sud per tutta l’Italia, fino a Catania: la partita che valeva una stagione, all’andata ed al ritorno, senza distinzione. Ci si preparava sempre, per quella battaglia dalla connotazione sportiva: non ho mai avuto paura, neanche quando ho messo piede su spalti avversi, tutt’altro che accoglienti. Con quel muro che sembrava infinito, gremito di ultras avversari col coltello tra i denti. Purtroppo, alcuni lo avevano per davvero ed erano pronti anche a fare male: per la preoccupazione di mia madre, che lo aveva sempre immaginato, quel lato scellerato. La violenza non mi ha mai sfiorato: speravo che a prendere lo scalpo, fosse soltanto il mio Palermo. Lo stadio come un’arena, con gli astanti ad incitare i protagonisti in campo, i gladiatori dei tempi moderni. Si rovescia l’ordinario per uno spettacolo straordinario, a prescindere da quanto offerto dai ventidue in quel rettangolo che racchiude il gioco più bello del Mondo. Ad accompagnarmi, una certezza: almeno per quanto riguarda la visione che mi si spalancava dalla curva casalinga, la mitica nord. Quella centinaia e passa, al seguito dell’ospite di turno, doveva proprio farsela addosso. Un Inferno, perché la Favorita sembrava proprio una bolgia. Poi è cambiato tutto: non ci avrei mai creduto, neanche se ad annunciarmelo fosse sceso un Angelo, mandato dalla Dea Eupalla di Breriana memoria in persona. Quando è arrivata la tanto agognata SERIE A, accompagnata dall’Europa, in quella carrozza affollata da un esercito di buoni, ottimi giocatori e qualche campione, il mio catino ha cessato di infondere calore, dopo lo scontato boom iniziale. Oggi, che si è tornati a soffrire come a quei tempi di vacche magre, lo stadio intitolato a Renzo Barbera ci regala uno spettacolo riservato a pochi intimi. Sono loro, quelli che lo sanno: cos’è il senso di appartenenza, spesso tirato in causa a vanvera. Il destino così ha voluto: figli, non ne ho avuto. Peccato, perché mi sarebbe piaciuto, trasmettere la mia passione alla prole. L’amore per una squadra è diverso da quello che si prova per un’altra persona. Non si inculca, non si infonde: inoltre, non tradisce. Anche se ‘non ci sono i soldi’, se ti senti pugnalato alle spalle. Il corollario comprende personaggi spregevoli, che tramite le loro azioni ti distaccano pian piano da quel rifugio speciale che vorresti intoccabile. Non mi cruccio, ma guardo e passo: tanto, la mia squadra, non la lascerò mai da sola. Il Palermo non è il padrone di turno, compreso qualche pagliaccio presto svelato, non è neanche l’ultimo bidone annunciato come l’ennesimo ‘colpo’ di mercato. Il Palermo è raccontato anche da splendide foto, che ho restaurato e colorato, sempre più innamorato. Come questa, che ritrae l’estremo difensore dei Rosanero Vittorio Masci alla fine degli anni ’40. Nello scatto, mi vedo come purtroppo non sono mai stato. Oltre che giocatore, un padre che cerca di trasmettere una tra le tante ragioni del cuore: importante, oltre l’apparente. Ma non si passa mica il testimone, con il senso di appartenenza: si può comunque spiegare come ho fatto con queste parole, scaturite dai ricordi di un ragazzino colpito da un colpo di fulmine. Il mio punto di vista: da una curva o dal chiuso di una stanza. In compagnia di una radiolina, di una voce amica e del libero spazio all’immaginazione. Un’esperienza in comune con una razza, ormai, in via d’estinzione.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

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