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SOCIETÀ SPORTIVA CALCIO PALERMO 1984-1985

C’è tanto calcio, in questa foto che ritrae la rosa del Palermo edizione 1984-1985, con annessa promozione e tanta commozione. Una stagione da libro ‘Cuore’, conclusa positivamente sul campo per il valore della compagine, completa in ogni reparto, ma anche per la conduzione di un campionato emozionante, condito da scontri vissuti fino all’ultimo respiro. Tutto il negativo, accade durante e dopo il raggiungimento del traguardo: al tifoso Rosanero, non mancherà mai il doppio gusto del dolce e dell’amaro. Un torneo anomalo, dove a prevalere è l’equilibrio: si segna poco, si prevale spesso con il minimo scarto ed il risultato resta in bilico, per la ‘gioia’ delle coronarie proprie ed altrui. Alla fine, un bel sospiro di sollievo, con un primo posto a pari punti con il Catanzaro, che ci relega secondi in graduatoria per una differenza reti dove non c’è storia. Altissimo rendimento per Giuseppe Lorenzo, autore di diciotto marcature, supportato nel reparto avanzato dal ‘genietto di Fuorigrotta’ Gaetano Musella: tanta manna a disposizione per il loro allenatore, G.B. Fabbri. I calabresi raggiungono quota 54, mentre le altre, a stento, superano la trentina di realizzazioni. I Rosanero staccano il biglietto per la cadetteria anche grazie a questo aspetto. L’attacco non risulterà ‘monstre’ come quello della capolista, ma è di tutto rispetto: un referto aggiornato per 44 volte. Per la concorrenza, basta e avanza. A farne le spese, un Messina mai domo, che prevale al Celeste all’andata e cade in quella sorta di spareggio, deciso da Totò De Vitis, nel mese di Maggio. Vittoria decisiva in una Favorita stracolma, in un derby per giunta. Il Messina allenato da Franco Scoglio, con Carmelo MancusoGiuseppe Catalano e Totò Schillaci tra i protagonisti indiscussi. Quelli nostri, abbondano altrettanto. Racchiudono un pezzo di storia e non soltanto a tinte Rosanero. A partire da Claudio Ranieri, che le migliori soddisfazioni le ha raccolte dalla panca: quella che conta, compresa una favola difficile da dimenticare. Un Signore, da giocatore e da grande allenatore. Nella foto lo affianca, guarda caso, Gianni De Biasi. Che ai suoi nipoti, più che le favole, potrà narrare di belle avventure: ne sta accumulando, infatti, di diverse esperienze altrove. Più che altro all’estero, come un missionario: laddove il denaro, ancora, non la fa da padrone. Al suo fianco, ecco un giovincello dal futuro assicurato: Antonio De Vitis. Figlio di Gino, ex capitano del Lecce e padre di Alessandro, ora al Pisa‘Totò’ risulta decisivo, con otto reti e quel movimento continuo a togliere punti di riferimento ai difensori avversari. Crea spazio, dove si infilano che è un piacere gli altri avanti. Lo avrei voluto tenere, perché il talento di questo attaccante si era soltanto cominciato a vedere. Se lo gusteranno eccome, questo cannoniere abile nel gioco aereo: il suo volo parte dal sud e dalle serie minori e si conclude al nord, compresa la massima serie, dove dimostra di poterci stare. Fa molto meno male Hubert Pircher, il bidone. Inutile girarci intorno: un fallimento, il prescelto per sostituire nientemeno che Gianni De Rosa. E pensare che Enzo Bearzot ci aveva fatto più di un pensierino, per portarlo addirittura al Mundial di Spagna: da oggetto prezioso a misterioso. Come quel nome curioso: Tebaldo. Impossibile non pensare a lui, le poche volte che mi torna all’orecchio. Bigliardi inizia ed esplode col Palermo, forgiato a dovere nei primi passi dal boemo Zdenêk Zeman ai tempi delle giovanili. Attento e preciso, si fa baluardo, guadagnando la retroguardia e la ribalta del Napoli scudettato, innalzato in Paradiso da un Diego indemoniato. Sarà colonna dell’Atalanta, prima di un gradito ritorno che lo riporterà ancora a Bergamo. Il palermitano Rosario Biondo è soltanto all’inizio di una lunga carriera ricca di soddisfazioni. Un difensore arcigno, che da Mondello salpa con tanto orgoglio, affinando il bagaglio fino all’esordio nel calcio che conta. Al Via del mare, col Lecce, una sorta d’istituzione. Giovanni Costa ha poco spazio, ma lo sfrutta al meglio: è suo l’assist per De Vitis, nell’occasione del prezioso goal che vale una stagione. Le stagioni di Valerio Majo, invece, sembrano infinite. Il biondo centrocampista, riconoscibile nel terreno di gioco per la folta chioma dorata, c’è sempre: impossibile non scorgerlo nelle schierate tra gli anni settanta e ottanta. La stagione seguente, quando gli eventi divennero travolgenti, stupidamente pensavo che potesse fare qualcosa. Che innocenza: altro che cordata, la mia cavalleria immaginaria era guidata dal mio condottiero, il veterano Valerio. Passo al francobollo: proprio Franco, che di cognome fa Falcetta e che in campo si appiccicava e martellava come i marcatori di una volta. Gli restano poche apparizioni, dopo l’esperienza all’ombra del Pellegrino, dove sfiorerà il centinaio di oneste presenze tra i cadetti. Un capitolo a parte, se lo merita Gabriele Messina: la punta necessaria e imprescindibile, puntuale nello sradicare le difese avversarie. La mette quindici volte. Della serie: ma dove vai, se l’attaccante di categoria non ce l’hai. Passiamo ai seduti: da sinistra, troviamo Giuseppe Testa. Una capa inquieta, uno scugnizzo che, quando mette giudizio, mostra il bacio di un talento sopraffino. Il piccoletto è una valida alternativa del fantasista titolare, seduto dalla parte opposta. Giuseppe Guerini è il punto di riferimento, per un Palermo dove il connubio tra giovani di belle speranze e chiocce scafate funziona alla grande. Quella zazzera riccioluta e confusa, in mediana, si fa braccio e mente, giungendo spesso alla conclusione che gli vale la soddisfazione della rete personale, per otto volte in tre campionati. Tre come i tornei da reietto: sarà squalificato per il ‘Totonero-bis’. Ci riprova col Foggia, ma è poca cosa: appena sette presenze, vissute come una purificazione. Nuccio Barone lo ricordo sulla copertina di ‘Palermo Mio’, quello tascabile e con quel profumo inconfondibile. ‘Carboncino’ finisce coinvolto nel fattaccio, ma la punizione non lo sfiora più di tanto. Più che le scommesse, è proprio lui la scommessa. La trafila Rosanero, una marcatura, una promozione, la squalifica di cinque mesi e si riparte: alla grande. Con Zemanlandia, il Foggia infuoca il calcio dello Stivale e Barone si prende la sua parte. Uno spettacolo che non possiamo dimenticare, come le sue diciassette marcature tra i Satanelli. Tornerà, per una toccata e fuga, dopo una bella carriera da spendere ancora in Campania, per un centrocampista dal tocco fino che ricordo dalla parte sbagliata: con Pino CaramannoNuccio è nel campo avverso, in quello scontro diretto che ci vietò la doppia salita dopo la rinascita. Angelo Conticelli è riserva momentanea: un ruolo soltanto rimandato e già vissuto. Toccherà a Giacomo Violini, il ruolo di vice Paleari. Il baffuto guardiapali, per un centinaio di volte a difendere la nostre porta e le tante altre per quelle di un bel pezzo di Belpaese. Completini all’avanguardia, Franco ha quell’aspetto da esperto e furbo, come un estremo difensore deve essere. Una saracinesca, una sicurezza per il reparto e per gli ansiosi: la raccoglieva dal fondo della rete soltanto quando non c’era proprio nulla da fare. Un portiere da amare, presto protagonista tra i protagonisti di un grande Messina. A Lecce, preparatore d’eccezione al servizio di portieri eccezionali: per Paleari, davvero una vita tra i pali. Marco Cecilli non è un pesce fuor d’acqua, in questa rosa. Un lombardo tra tanti meridionali, che ha assaggiato il Mezzogiorno col Cosenza, ma ha speso gran parte della carriera nel nord d’Italia. Eppure appare sempre sorridente: accumula venticinque presenze in due stagioni per cuori forti, in tutti i sensi. Per il difensore, al Varese l’esperienza più longeva, al Bologna la pagina storta: è la prima retrocessione felsinea della storia. A Palermo vedrà di peggio, comunque sempre col quel sorriso ad accompagnare il mio ricordo. Mario Piga scrive una pagina indelebile ad Avellino: gli Irpini possono esultare per una storica promozione, grazie alla sua celebre realizzazione contro la Samp. Il goal sarebbe il suo pane, ma Mario è soprattutto la Torres. La Sardegna è la sua terra e proprio a Sassari Piga figura tra i Turritani più forti che il sottoscritto ricordi: mi venivano i brividi, quando si affrontava una squadra che annoverava tra le sue fila pure Massimiliano Favo e Gianfranco Zola. A farsela sotto, tuttavia, doveva essere più che altro il difensore di turno designato alla marcatura del famigerato: ovvero Pietro Maiellaro. Un funambolo, un mancato fuoriclasse perché nel calcio, a volte, ci manca quel poco che può fare la differenza. Pietro lo sa, che ne ha le possibilità. Viste a tratti anche dalle nostre parti, in due occasioni: quando torna, Maiellaro non è più un ragazzino, ma un giocatore che ne ha viste di tutti i colori, dopo aver fatto vedere i sorci verdi a diversi giocatori. Il meglio tra i Galletti in Puglia, tra cui spicca un goal da quaranta metri contro il Bologna, ma il repertorio è vasto: con i Viola, poco spazio, ma ha la fortuna di allenarsi con campioni veri e compagni di altissimo livello, da Batistuta a Borgonovo. I tifosi della Fiorentina non lo scorderanno, soprattutto quando, con la maglia del Cosenza addosso, come fosse Baggio salta mezza squadra gigliata, umiliata infine con una rete memorabile. Questo, il Maiellaro che ci ritroveremo: ancora forte, ma al prossimo canto del cigno, in un Palermo che sembrava fortissimo e finito soltanto dodicesimo. Niente male, quindi, la rosa della promozione che precede la radiazione. La pagina nera dell’annata si apre con l’omicidio di stampo mafioso del 23 Febbraio 1985. Il Presidente del Palermo Roberto Parisi è un imprenditore di successo, ma anche un uomo sfortunato: aveva perso la prima moglie e la figlia nell’assurda strage di Ustica. Gli subentra Salvatore MattaDomenico ‘Tom’ Rosati è l’uomo giusto al posto giusto: scelto per il salto, riesce a compiere la missione prima di lasciarci per sempre. Una lunghissima carriera da allenatore, culminata con la promozione che aprì uno squarcio in un cielo che sembrava sempre più addensato da nuvole minacciose. Rosati è colpito da un male incurabile ad appena tre mesi dalla conclusione del campionato. Guardavo a quel pezzo di cielo che si era aperto speranzoso: un barlume di luce, negli anni difficili di una Palermo che finiva in prima pagina sempre per motivi tutt’altro che lusinghieri. Mi ero sbagliato di brutto: da quello squarcio, stava cadendo giù di tutto. Compreso il mio incubo, la mia maledizione: la maledetta radiazione.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

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