UN LOGO PER SEMPRE

SOCIETÀ SPORTIVA CALCIO PALERMO 1979-1980

12 vittorie, 14 pareggi e 12 sconfitte. 35 reti realizzate e 32 subite. Si chiude a quota 38, che valgono il nono posto in classifica in condominio con AtalantaGenoa e Bari. La promozione dista soltanto sette punti ed è appannaggio del Brescia. La Leonessa stacca il biglietto con il terzo posto, ad una sola lunghezza dalla Pistoiese e tre dal Como, la capolista finale. Cadono in SERIE C SambenedetteseTernanaParma e Matera. Bastavano quattro vittorie in più, al Palermo, che paga l’anemia offensiva e spreca un’occasione: era l’anno buono per il salto. Il capocannoniere dei Rosanero risulta Fausto Silipo: le sue sei marcature realizzate sono tante, considerando che non si trattava di un attaccante. Rappresentano anche un segnale sconfortante: manca il bomber. Si parte forte, soprattutto alla Favorita. Otto reti realizzate e porta inviolata contro LecceMatera e Parma: l’attacco spara troppe cartucce e scarseggiano le munizioni. Arrivano due vittorie consecutive in trasferta contro Cesena e Sampdoria. A parte la sconfitta di Pistoia alla seconda giornata, nelle prime sei il Palermo ne vince cinque e vola in vetta. Poi arrivano i pareggi e le sconfitte, due in casa: per la formazione di Giancarlo Cadè il caricatore risulta vuoto. Tuttavia, l’esito del campionato passa in secondo piano: si registra l’abbandono storico del Presidentissimo, l’amatissimo Renzo Barbera. Dieci anni intensi, caratterizzati dalla sua signorilità: una promozione e due finali di COPPA ITALIA che bruciano ancora ma, soprattutto, tanto cuore Rosanero. Il nuovo Presidente è Gaspare Gambino, al comando per tre stagioni. La prima, coincide con il lancio del nuovo logo, il più amato di sempre. La testa d’Aquila risulterebbe tremendamente moderna anche oggi e sono passati quarant’anni. Spicca su un cerchio bianco, rivolta verso il marchio della Pouchain. Risultato: un completino unico, che non dimenticheremo mai.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

LACRIME DI GIOIA

UNIONE SPORTIVA CITTÀ DI PALERMO 2000-2001

I dettagli sulla felicissima conclusione di questo campionato, che ci ha sorriso al fotofinish, potrebbero riassumersi in una favoletta. Magari da raccontare, prima della buonanotte, ai nostri nipotini. Succede che Maggiolini realizza la rete decisiva contro l’Ascoli già al sedicesimo, in una Favorita stracolma e ansiosa. La paura si sente eccome, perché a volte, il popolo Rosanero, certe botte le ha prese proprio in zona Cesarini. Eppure l’aria alle falde del Pellegrino era diversa. Anche il cielo, che nella mia memoria da tifoso sembrava cupo, anche se bello azzurro, il giorno del punto più basso raggiunto sul campo. Era Palermo-Battipagliese, un epilogo nero tramutato in rosa perché il Palermo fu ripescato. I marchigiani hanno le stesse strisce dei campani, bianconere. Vuoi vedere che portano male. La radiolina emette segnali scoraggianti, per la torcida: rigore per il Messina. Sembra l’inizio di un incubo, invece sarà apoteosi, con capitan Cappioli a prendersi la curva e tutti noi a piangere, increduli, lacrime di gioia. Altro che smartphone e tv. Certe emozioni, si vivono soltanto allo stadio. La parata di Sansonetti su Vittorio Torino e l’Avellino che passa in vantaggio. Da infarto. Noi all’Inferno e poi in Paradiso: saran viaggi contrari, per i peloritani. Queste sì, che sono emozioni. E promozioni. Il salto di categoria era l’obiettivo stagionale, come spesso accade, quando il Palermo è in SERIE C. Le premesse sono più che buone. Uno squadrone, quello messo a disposizione da Franco Sensi ad un Giuliano Sonzogni chiamato a realizzare i nostri sogni. Manchiamo dai cadetti da quattro anni: decisamente troppi. La rosa è ampia e abbonda in qualità ed esperienza. Per sintetizzare, basterebbe citare Massimiliano Cappioli e Davide Bombardini. Ma c’è davvero tanta, troppa roba. In porta, Vicè Sicignano col cuore in mano e l’abbondanza di stanza in ogni reparto. Da Daniele Di Donato a Cristian La Grotteria, da un giovanissimo Ciccio Brienza a Firmino Elia, l’attaccante di categoria. L’argentino stimola di più la fantasia: il Gaucho è di origine italiana, ma nei piedi è anche Caballo di razza. Sono i suoi soprannomi, ma il secondo mi attizza di più. Succede lo stesso alle signorine, perché il virgulto è di bell’aspetto. Per me, sarà Cavallo pazzo: valeva il prezzo del biglietto e ti faceva impazzire. Inizia in sordina, poi prende confidenza ed emerge la classe, in tutto il suo splendore. Da la Plata alla Favorita, si rinnova una tradizione: qui, il tango, è ben accetto. Ma attenzione, il giocatore incanta solo a sprazzi: frizzi e lazzi rimandati, per due miliardi comunque ben spesi. Troppe botte e la caviglia fa le bizze. Si parte alla grande, fino alla sublimazione di un derby dove l’Aquila sbrana il Catania. Manita storica, boati a suon di reti. Una scorpacciata, che fa pensare ad una passeggiata. E arriva Torre Annunziata: una lampiata. Sconfitta anche a L’Aquila, più pesante l’1-2 col Messina ed è resa anche ad Andria. Soffre il Palermo, che nel girone di ritorno torna grande, sfiorando anche il clamoroso al Cibali: colpisce BombaApa fa pari e patta. Dalla Sardegna in poi, segnali scoraggianti. La Torres si impone con tre reti e Godeas fa godere il Messina, sempre più vicina. I Giallorossi son forti, meritevoli quanto i Rosanero del salto in alto. Per loro, è soltanto rimandato di pochi giorni, per via degli spareggi. Da noi, la paura monta e avviene la scossa: via Sonzogni, in panca si siede Ezio Sella. Mancano due giornate, bisogna vincere a Nocera, prima di una festa tanto attesa ma che non sarà proprio scontata. Missione compiuta e l’abbiamo scampata. Davvero bella. Spazio alle lacrime, perché non ci potevo credere.

Dario Romano
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DANISH DYNAMITE

HELGE BRONÉE

La classe fuori controllo.
Attaccante, Helge Christian Bronée esplode nella squadra francese del Nancy. Nel 1950 viene ingaggiato, per quaranta milioni di lire, dal Palermo del Principe Raimondo Lanza di Trabia, che lo ha scoperto durante un suo viaggio di piacere, assistendo alla partita contro il Grenoble. Volle portarlo a tutti i costi in Sicilia. Era lui a palleggiare nei salotti della dimora principesca? Era lui Raggio di Luna? No, piuttosto, un fulmine a ciel sereno. Ben presto, entra in contrasto con l’allenatore dei Rosanero Gipo Viani: durante una partita, la sua squadra, per difendere il pareggio, si chiuse a catenaccio e lui, non gradendo, si spostò in difesa, fino a realizzare una clamorosa autorete. Negli spogliatoi, fu di conseguenza preso a botte dal suo allenatore (episodio tuttavia da verificare, dal momento che le statistiche non menzionano sue autoreti). Ma anche fuori dal campo, Helge aveva un carattere indisciplinato, che ben presto gli causa antipatie all’interno della società: la sua permanenza si riduce a due stagioni (1950-1951 e 1951-1952) con settanta presenze e ventidue reti a referto. La sua carriera prosegue nella Roma, ma anche qui il temperamento rissoso gli crea qualche problema: dopo un match contro l’Inter, fra lui e il suo compagno di squadra Arcadio Venturi sorge un diverbio, culminato con il lancio di una scarpa sulla faccia di un dirigente di riguardo, il dottor Campilli, figlio di un ministro. Bronée viene messo fuori rosa, ponendo così termine alla sua avventura in giallorosso. Nel 1954, approda alla Juve, dove rimane una sola stagione, totalizzando ventinove presenze e undici reti. Nel campionato successivo, conclude la sua parentesi italiana in Piemonte, nel Novara. Per il biondo vichingo, contiamo, in totale, 197 presenze e 55 reti in massima serie. Si tratta, sicuramente, di uno dei primi veri fuoriclasse ad indossare la maglia Rosanero. Se non condizionata dai limiti caratteriali, la sua carriera avrebbe potuto essere ben diversa. Chiude con il B 93, nel suo paese natale.

Johan Cruijff sosteneva che i danesi si adattano in fretta e imparano presto le lingue. Ed è così che, dalla fredda Danimarca, ti ambienti a Palermo: Bronée e Simon Kjær gli danno ragione. Ma nel calcio, in Danimarca, c’è più del buono e non del marcio? L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare. Helge, fuori dal campo, non era uno stinco di santo. Ma nel rettangolo verde, un satanasso. Priorità al gesto tecnico, classe sopraffina, la bellezza a scapito della potenza. Come un dio dell’Olimpo, tanta grazia. Ma anche tanta ira. Un vero e proprio precursore della Danish Dynamite, condita con una buona dose di sale e pepe. Dopo aver infuocato i cuori degli astanti, si incendiava tutto il resto, compresa una carriera che non è stata come avrebbe potuto essere. Perché anche gli Dei, sanguinano.

Dario Romano
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BARRILETE CÓSMICO

ABDELAZIZ DNIBI

La Favorita, 10/11/1996. Palermo e Lecce si affrontano alla decima giornata del campionato cadetto. I Rosanero sono ancora picciotti, ma senza balia: BertiIachini e Scarafoni ‘sò bell a mamma soja’. In panca, Arcoleo e Ventura. Dopo mezz’ora, per gli ospiti, una sventura. Dominio assoluto, certificato dalle reti di Saurini al 21′ e Favi al 26′. Poi, in un minuto, il segnale che il vento è cambiato e la partita svolta. Il colpo del ko, al 27′, è nel piede del centravanti: ma fallisce dagli undici metri, risparmiando una mazzata definitiva ai Giallorossi. L’espulsione di Caterino al 48′ accende un’altra spia, ma l’allarme è scongiurato. Passano i minuti, ne mancano una ventina scarsa. Ed ecco lo tsunami salentino, targato Francioso: doppietta col supporto di Casale ed è 2-3. Non si pensa ad un Milan-Liverpool: per Istanbul, è ancora presto. Ignazio è uno strazio: si guarda intorno, sconsolato. Lo sguardo cade in panca, dove roba manca. Abdelaziz Dnibi scalpita, vuole una prova. Peggio di così non poteva andare: al Diavolo la zona, il pressing ed il contropiede. Mettiamoci pure il fuorigioco. O la va, o la spacca: ‘Aziz, come minchia ti chiami, metti la maglietta.’ Ed il virgulto, entra. Appesantito sembra, si vede la pancetta: altro che Ramadan. Il pubblico mugugna: risultato ribaltato, ma il jolly che ti sei giocato, Gnazio, è sbagliato. Miscredenti senza fede. Il marocchino tocca il suo primo pallone e sembra già un miracolo: circondato da avversari, la poggia proprio a Di Già e scatta di là, verso la porta, scusandosi a mio nome del gioco di parole. Servidei anticipa e crea dal nulla un campanile verso l’estremo difensore: Aziz non crede a tanta manna e ci si fionda. Non ci può arrivare con la testa, ma può farlo con la mano. Beffarda, la sfera scavalca il portiere e si deposita dolcemente in rete. Irregolare: lo hanno visto tutti, tranne l’arbitro. ‘È stata la mano di Allah’ dirà, in conferenza stampa, un incredulo (non sarà il solo) Dnibi. Ma non è finita, la partita: neanche lo spartito. Siamo nel recupero: abbiamo recuperato, ma chi si ferma è perduto. Come Speedy Vasari, alias topolino, che non ne ha più. Nei pressi della linea laterale del centrocampo, la passa proprio all’invasato. È un assist: un passaggio vincente, inconsapevolmente. E parte lo show: Aziz sembra davvero indemoniato. Una veronica e si libera di Mazzeo, finta su Cucciari, doppio passo riservato a Macellari, supera Mancuso e scarta pure Vanigli: il tutto, avviene a velocità supersonica. Resta il solo Lorierigooooooooooooolll che neanche AuteriGuido Monastra piange ed urla, dalla tribuna stampa: ‘BARRILETE CÓSMICOO!!!’ Ventura Gian Piero, sincero: ‘della mia carriera, l’episodio più sconveniente.’ E ancora non hai visto niente. Non è ARGENTINA-INGHILTERRA e neanche ITALIA-GERMANIA quattro a tre, le partite iridate della mano de Dios, della rete e del match del secolo. Non lo sono pure gli altri goals, ma tra i nostri flop del secolo, lui ci sta divinamente: all’anagrafe, Abdelaziz DnibiSee, vabbè.

Dario Romano
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IL NUOVO GULLIT

RONALD HOOP

Dopo averci fatto sognare con il Palermo dei picciotti, ecco arrivare, per la stagione 1996–1997, il primo straniero Rosanero dalla riapertura delle frontiere (della pedata). Prendilo dall’Olanda, possibilmente di colore e munito di trecce, ed ecco infiocchettato il nuovo Gullit. Arriva Ronald Hoop e…oplà, la frittata è fatta. Frittata già a buon punto, viste le scelte di Arcoleo & Co. di sostituire l’asse verticale della squadra (escluso il difensore centrale) Berti-Iachini-Scarafoni con Bonaiuti-Favi-Saurini. Quest’ultimo, non disputò una pessima annata (sedici le sue reti), ma del lavoro sporco del ‘falso nueve’ Scarafoni e del contributo delle altre due colonne portanti, in termini d’esperienza, non si poteva fare a meno: scelleratezza. Ma torniamo al nostro virgulto: sette presenze, una sola rete. Eppure, addetti ai lavori mi giurarono che in allenamento il van Basten nero (soprannome ufficiale, non scherzo), non era poi così male. Ma non somigliava a Gullit? Oggi non ha più le trecce, spero per sua scelta e non per altri motivi: potete vederlo sul suo profilo Facebook. Ah, dimenticavo, arrivò pure il marocchino: sua maestà Abdelaziz Dnibi, nell’estate ’96. ‘Non in grado di sopportare i carichi di lavoro’ per Ignazio Arcoleo, a causa del Ramadan (era musulmano praticante). Due sole presenze, per un totale di 53 minuti. Un digiuno interrotto negli ultimi quindici giorni, per avere una chance: ma il digiuno del campo, non ebbe fine. Dalla disfatta contro il Lecce, una retrocessione inevitabile. A scongiurare un fallimento dietro l’angolo, la cavalleria cala da Roma. Retrocessi e salvi, in tutti i Sensi.

Dario Romano
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IL GESTO DELL’OMBRELLO

ALTAFINI CHE COMBINI

‘Se c’è la folla, prima o poi c’è la follia.’
E la folla c’è, alla Favorita, il 16/03/1969, per il Palermo-Napoli più folle di sempre. Voltaire diceva che ‘Nessun fiocco di neve, in una valanga, si è mai sentito responsabile’. E ne contiamo almeno due, quel giorno: l’arbitro Sbardella e José Altafini. All’intervallo (1-1, per le reti di Barison e Troja), la giacchetta nera viene affrontata a muso durissimo da Ferlaino nello spogliatoio: per il neo Presidente partenopeo, l’arbitro sarebbe condizionato dal pubblico di casa. Ed è così che la via per l’Inferno viene lastricata dalle ‘buone’ intenzioni del Moggi d’antan. Il raddoppio di Tanino al futuro monumento Dino Zoff, risveglia dal torpore Sbardella (che fa anche rima con Gonella, per tacere di Adam Kadmon). Prima nega un rigore ai Rosanero, per un tiro di Bercellino respinto col braccio da Juliano, e poi ne concede uno dubbio agli ospiti. José trasforma dal dischetto, ed ecco il gesto dell’ombrello (coperto, non proprio del tutto, dallo stesso Juliano che lo abbraccia). Anche anni dopo, il brasiliano ‘Mazola’ (per la somiglianza col grande Valentino, che nel Grande Torino si portava la mano sul gomito per il rimbocco della manica e partiva la carica) negherà tutto. La foto, ci racconta un’altra storia, che si fa davvero brutta. La rete del definitivo 3-2 di Micelli scoperchia definitivamente il vaso di Pandora. Il fallo in area sul palermitano (in tutti i sensi) Troja al novantesimo, potrebbe richiuderlo, macché. Sbardella fischia la fine ed inizia la caccia all’uomo nero. Report: invasione di campo, elicottero per l’arbitro, giubbotto antiproiettile per Ferlaino, condotto su un cellulare dei Carabinieri, sedici arresti ed in seguito il tribunale. Che sancisce un 2–0 a tavolino per il Napoli e due giornate di squalifica del campo. Le richieste dell’accusa superavano i trent’anni di carcere: venti per l’autore del gestaccio (addirittura una tifosa lo denunciò privatamente per offese). Finì a tarallucci e vino: dall’ombrello, al paracadute.

Dario Romano
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GLORIA A TE

GIANNI DE ROSA

A partire da Ronaldo Il Fenomeno, quanti pacchi abbiamo visto, in seguito, con l’etichetta stampata: il prototipo del centravanti moderno. Copie malfatte. Meglio seguire le istruzioni: vai su YouTube, digita ‘Palermo 1982’ e goditi lo spettacolo: fenomenale. I giocatori sono sempre in movimento fluido, accentuato dai calzettoni bianchi e da una chioma capelluta che sembra fabbricata in serie. Gianni fa da sponda, spalle alla porta la smista indietro o sulle fasce e poi si gira e scatta. LopezDe Stefanis o Montesano la metteranno in area, puoi contarci. Se sarà sporca, ci penserà lui a dargli una lucidata: avvitamenti di testa in tuffo, salti imperiosi, spaccate. L’area aveva il suo padrone e poco importa, se gli ospiti si chiamavano Sambenedettese o Pistoiese. Chi ha le chiavi entra pure dalla porta di servizio: corner, marcature ad uomo alla Claudio Gentile e lui si defila, come un leone sdegnato da una preda, ormai delle iene. Gianni lo sa, dove il pallone arriverà. Ecco la bomba, e poco importa se la vittima di turno si chiama Verona. Sono gemme incastonate, come la Cassanata bianconera. Noi ai margini, mentre stava nascendo il campionato più bello del Mondo, ma alla Favorita era già tutto molto bello. L’attacco degli spazi, le ripartenze, l’abbattere gli avversari chiusi a riccio, mentre oggi è più facile agire di rimessa, che vuol dire giocare in contropiede. A parte la qualità delle immagini, non ci vedo nulla di antico, nel calcio anni ’80, che era quello di De Rosa: la potenza ed il controllo. Meno muscoli, più cervello e tanta professionalità, sancita da ritiri precampionato estenuanti, dove facevi il pieno di benzina per tutto l’anno. Ad ogni rete la corsa verso la curva o l’abbraccio sovrastante dei compagni: pochi secondi e non lo vedevi più. L’esultanza solitaria non esisteva: si vinceva e perdeva in gruppo. Sono piccoli particolari che saltano all’occhio, dettagli che fanno la differenza. Il centravanti realizza diciannove reti e si aggiudica il titolo di capocannoniere al primo anno, poi il pit stop per una banale appendicite: tornerà forte come e più di prima ed è ancora doppia cifra. Al Napoli sfiora Maradona, lo manca solo per un soffio: peccato, altro che reti per la salvezza. Ed invece non perde l’appuntamento con un destino atroce: anche per un satanasso dell’area di rigore, c’è sempre un Satana in agguato, nella giungla. Smette quasi quarantenne, da allenatore/giocatore: la passione dopo averci appassionato. Si è preso una fetta di cuore e risiede nel nostro Pantheon, in buona compagnia. RadiceDi MasoVernazzaTrojaChimentiToni. I prototipi dei centravanti Rosanero. E poi c’era quella sintesi perfetta tra nome e cognome: nome Gianni, cognome De Rosa. Ci stava a pennello.

Dario Romano
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UN PEZZO DI CIELO

VITOGOL

Un muro di ombrelli accoglie Vito Chimenti, esultante per la rete del vantaggio Rosanero. Siamo al 75′ di un match del 09/10/1977, tra Palermo e Brescia, relativo alla quinta giornata del campionato cadetto, terminata in parità. Infatti, a due minuti dalla fine, arriverà il pari dell’ex Paolo Viganò. Un punto perso che costerà caro, sommato ad altre occasioni sprecate: valgono il sesto posto finale, a sole quattro lunghezze dalla promozione. È una foto storica, che testimonia un calcio d’altri tempi. Vito esulta alla vecchia maniera, quella più sincera: cerca la folla, al diavolo i riflettori. Ad accendersi, un rosa acceso, avvolto dal nero tutt’intorno. Una calca assiepata all’inverosimile: l’ultima volta, con un tempo così inclemente, per un Palermo-Pistoiese indimenticabile, nell’anno di grazia 1995. In campo, undici leoni ed uno su tutti: Beppe Iachini. Sugli spalti, tifosi autentici, genuini: sanno che anche in condizioni disagiate, tra spruzzi e imprecazioni, puoi vedere un pezzo di cielo. Regalato da un cannoniere, un calciatore vero. Senza il bisogno di guardare in alto.

Dario Romano
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DALLA PAMPA CON FURORE

SANTIAGO ‘GHITO’ VERNAZZA

‘No, ragazzi, così non va. La pelota vuole carezze. E si gioca a filo d’erba.’ Da qui nasce una filastrocca che al River Plate ti insegnano fino a farti il lavaggio del cervello. I Cavalieri della Pampa ne diffondono il verbo: è toccato anche a Di Stéfano. Quella frase in alto è la prima lezione che Don Alfredo riserva ai suoi nuovi compagni del Real, già al primo allenamento. Lui li ha già resi Galácticos, insegnando loro che prima di scaricare una bomba, ci vuole testa e soprattutto grazia. La vieja sa rendere grazie e vedrete, vi ripagherà. Classe e forza, potenza e controllo: il binomio perfetto, le stimmate del fuoriclasse. Al Palermo, si inizia con Scarone e si prosegue con Bronée: la garra uruguagia e la forza vichinga abbinate al fioretto. E poi arriva lui: il giocatore perfetto. ‘Il Rosanero del secolo’ all’unanimità eletto. Nella foto, sembra di vedere un leone affamato: il suo territorio di caccia è l’area, ma anche tutto intorno ti fa girar come fossi una bambola. Il Cammino di Santiago parte proprio dalla sponda della Plata, dove affina le sue doti, mostrate a suon di reti, in maglia PlatenseLos Calamares vanno indietro, ma per Ghito un bel salto in avanti non risulta più lungo della sua gamba. Un trampolino, un’eredità pesante: superati entrambi a pieni voti. E quando l’ultimo dribbling poteva risultare un azzardo, al diavolo anche la filastrocca. E partiva la bomba: furore e poi fragore. Al Monumental prima, alla Favorita poi: ne hanno viste di cannonate. Il boato, una conseguenza: chi ha segnato, se non Vernazza.

Dario Romano
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IL VICHINGO

CARLO RADICE

Il primo vero bomber Rosanero, nonché lungagnone, come Luca Toni comanda. E Lorenzo Lucca ce la sta mettendo pure tutta: ovviamente di testa, ma anche di castagna. Ma ecco il capostipite delle nostre torri, il pioniere: lo chiamavano ‘Il Vichingo’. Tradiscono i tratti ed anche il giganteggiare: nelle aree avversarie. Ma era semplicemente brianzolo: all’anagrafe, Carlo Radice. Ha indossato la nostra casacca, sia classica che strisciata, ma, soprattutto, l’ha messa che era un piacere. Dal 1929 al 1933, 84 presenze e 64 reti. Quattro stagioni (poi una presenza nel ’34-’35) condite da due promozioni, dapprima in cadetteria ed in seguito in SERIE A, la prima in assoluto per i nostri colori. È stato a lungo il cannoniere del Palermo in ogni categoria di tutti i tempi, fin quando Fabrizio Miccoli lo ha superato, 79 anni dopo. Chiuse la carriera nel ’36 al Gruppo Sportivo Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck. Capocannoniere della SERIE B, pagò a caro prezzo una relazione extraconiugale, che sancì il suo abbandono della Conca d’oro. Vizi e virtù di un giovane dallo sguardo pulito e di un calciatore come non ce ne sono più. Tornò per un solo match: tanto per capire che non era più aria.

Dario Romano
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