RADICI ED ALI

ANGLO-PALERMITAN ATHLETIC AND FOOT-BALL CLUB 1900

Questa fotografia dell’Anglo-Palermitan Athletic And Foot-Ball Club, datata 1900, l’anno della fondazione, è stata pubblicata recentemente sul Giornale di Sicilia. Restaurata, anche se ancora non del tutto, e colorata dal sottoscritto, ci svela delle novità interessanti, approfondite dal servizio di Giovanni Tarantino. Vi invito a leggerlo, poiché, oltre a quanto riportato nel mio articolo di seguito, le sorprese non mancano. Sorprese perché c’è ancora troppa confusione, sulle origini del sodalizio Rosanero. A poco a poco, si sta facendo chiarezza: per la nostra contentezza. Innanzitutto, il Palermo non è stato fondato dagli inglesi. Ignazio Majo Pagano non è il Kilpin del Milan. Palermitano, scopre il football a Portsmouth e lo importa in Sicilia. Torna a Palermo nell’Agosto 1900 e, dopo tre mesi, fonda il club. Ovviamente, anche la denominazione, che sa tanto d’Albione, può trarre in inganno, come la presenza nella squadra di veri e propri britannici. Ma andiamo per ordine. Lo statuto (autentico) riporta la data 01/11/1900 riguardo la fondazione. Non 1898, come ancora oggi taluni credono. Inoltre, la famiglia Whitaker, spesso associata alla proprietà, ha solamente messo a disposizione della squadra il campo Notarbartolo per le prime dispute tra marinai, che non erano giocatori del neonato club. Infatti, non figurano loro membri negli organigrammi societari. Riguardo i colori del neonato team, sappiamo del rossoblu. Ma non erano le maglie del Portsmouth FC. Quando Pagano vede i Pompeys giocare, questi indossano una maglia rosa salmonato, ispirata ai colori dei tram cittadini. Nel 1909 passano ad un anonimo bianco, senza spiegazioni. Due anni prima, il Palermo diviene Rosanero. Il blu sulla maglia dei portuali inglesi compare nel 1912. Il rosso, soltanto nei calzettoni e addirittura nel 1947. Per concludere, rimane pure un alone misterioso. Perché non dobbiamo dimenticare la famosa lettera di Airoldi, che suggerisce il cambio cromatico: rosa per la vittoria e nero per la sconfitta. Il dolce e l’amaro per i risultati alterni. Rosa, come le maglie del Portsmouth delle origini. In sintesi, subentra anche il giallo. Inoltre, approfondendo, si scopre che gli inglesi navigano in cattive acque, rischiando l’iscrizione al campionato. Pagano torna oltremanica: è una toccata e fuga. Per il club inglese una boccata d’ossigeno: si risana e abbandona i colori delle origini (poi affonderà nuovamente). La nebbia torna fitta. Poi si dirada e spuntano prima un pallone, poi delle ali. Ed ecco il Palermo con cui oggi ci identifichiamo: maglia rosa, calzoncini neri, calzettoni neri con bordi rosa in infinite varianti. Bianco il terzo colore. L’Aquila, il suo simbolo. La nostra storia, le nostre origini: non si possono inventare. Il resto, lo possiamo solo immaginare. Perché il calcio è poesia. Ma è anche una favola.

Dario Romano
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LOS CABALLEROS

GÓMEZ Y VERNAZZA

Muñoz, Moreno, Pedernera, Labruna y Loustau. Una filastrocca che ogni appassionato del futebol conosce a memoria. È la celebre ‘Máquina’, partorita dal giornalista uruguaiano Borocotó sulle pagine de ‘El Grafico’. Un quintetto offensivo da leggenda: in Europa solo la storia del Real può vantare tanta manna. Li chiamavano anche ‘Los Caballeros de la Angustia’, quell’ansia che ti attanagliava fino all’ultimo, perché potevano farti male fino al fischio finale. Quando ‘El Maestro’ Adolfo Pedernera lascia la squadra per l’Atlanta e poi la Plata e la Pampa per la Colombia, il meccanismo s’inceppa. Alla macchina serve un nuovo carburatore e torna alla perfezione con un vero campione. Un fenomeno: Alfredo Di Stéfano. La Saeta Rubia, un cavallo purosangue per un motore che torna a ruggire e a volare. In tutti i sensi, perché l’allievo raggiunge il maestro nella casetta a Bogotà. E qui entra in gioco un altro Caballero di razza: Santiago VernazzaGhito attira l’attenzione del River per la sua media realizzativa al Club Atlético Platense: segna un goal ogni due match. Con i Los Millonarios tanta grazia si può ulteriormente aggraziare e va in porto l’affare. C’è da lavorare, perché la tecnica è da affinare. Ma questo nuovo Caballero, ha il suo cavallo di battaglia nel controllo della palla e nella potenza. Stop e tiro al volo ed è sentenza. Il ricamo è nei piedi di Walter Gómez: l’uruguaiano predilige la trequarti, ma si alterna con l’argentino al centro dell’attacco. La media goal di entrambi rimane di tutto rispetto, ma non arriva certo ai livelli del quintetto leggendario. La Macchina si è di nuovo inceppata: questi due non sono figli della casa. Dove ti insegnano un’altra filastrocca: parte dal cuoio e finisce con la mucca, perché sulle sponde della Plata si gioca palla a terra, o a filo d’erba che dir si voglia. In più, le sirene del Mediterraneo mandano echi assordanti ed inducono a tentazione. Parte Walter per Milano, ma i milioni ai Rossoneri arrivano dal Palermo, che piazza due colpi forte: uno al cerchio, l’altro alla botte. Ed è un cerchio tondo per davvero: visibilmente sovrappeso, gioca al rallentatore ed anche sporco. L’età non è proprio quella del passaporto, come la sua classe che non è acqua, ma un’altra cosa è Vernazza: la botte, qui, è di ferro. Quello rovente. ‘El Botija de oro’ non era scarso, ma in Rosanero ha fatto il bidone. In Sudamerica, un’istituzione: peccato. Santiaghito, invece, ci ha mostrato di che pasta è fatto un campione. Ecco l’ansia, ecco l’angoscia: alla Favorita le penne, ci si lascia. El Caballero si prende del capitano la fascia e ci spalanca la mascella: non solo quella, anche le porte. E inizia una tradizione: da Martegani a Pastore, da Vázquez y Dybala fino al Matusa, quel Santana che ancora balla. Qui, del tango, non ci si stanca: grazie ai nostri Caballeros della Pampa.

Dario Romano
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BANDIERA ROSA

13/05/2001, Palermo-Ascoli-1-0

Sono passati vent’anni. Le notizie che arrivano da Avellino sono per cuori forti. L’attaccante peloritano Vittorio Torino si fa parare un rigore al 90′ da San Santonetti ed al Partenio, dalla possibile vittoria del Messina si passa, in pochi secondi, alla vittoria dei campani in pieno tempo di recupero. Battuto l’Ascoli alla Favorita con la rete di Tiziano Maggiolini al sedicesimo minuto della prima frazione, il Palermo può gioire per una promozione in SERIE B che sembrava certa e che si era maledettamente complicata. Siamo passati dall’Inferno al Paradiso in un lampo. Il buco nero, che sembrava avesse preso il sopravvento, viene inesorabilmente scacciato da una luce accecante. La stessa scienza, brancola ancora nel buio: vallo a spiegare, il calcio. E così, il nostro capitano Massimiliano Cappioli si prende la nord e può partire la festa. In curva, sventola bandiera rosa.

Dario Romano
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GIALLO E BIONDO

VALERIO MAJO

È la stagione 1984-1985, che precede l’annata della radiazione. Il fornitore tecnico è nr, lo sponsor ‘cucine juculano’Valerio Majo lo vediamo spesso nelle formazioni schierate degli anni ’70 e ’80. Ha militato in Rosanero in due riprese: dal 1974 al 1978 (128 presenze e 10 reti) e dal 1983 fino al nefasto epilogo, con 84 apparizioni e due realizzazioni. Da sottolineare, nel mezzo, le stagioni in SERIE A con Napoli e Catanzaro. Quando torna in Sicilia, il giocatore vede meno la porta e meglio il campo. Ha chiuso la carriera nel Palermo, tornando nel 2002 come vice allenatore. La squalifica di tre anni a seguito del coinvolgimento nel calcioscommesse non oscura il suo ricordo: il suo ruolo di raccordo tra difesa e centrocampo, il rilancio dell’azione, la visione di gioco e la chioma inconfondibile, lo rendevano una spia ben accesa nell’arena pedatoria. Quando scatta l’allarme, è come un Big Bang e Big Ben dice stop: la squalifica di tre anni è dura da digerire e troppo lunga per ripartire. Il biondo rubacuori, nella foto indossa una maglia gialla, per la gioia dei collezionisti. Da notare i bordi rosanero, presenti nel collo a ‘V’ e visibili pure sulle maniche. Sullo sfondo, scorgiamo ConticelliMaiellaro e Bigliardi al palleggio. Si distingue anche il secondo anello della Favorita, che verrà ricostruito per Italia ’90. Manca ancora meno per l’onta: quella della radiazione. La mia prima cicatrice da tifoso. ‘Che faccio, senza il Palermo!?’. Avevo tredici anni. Speravo che i miei eroi, Majo compreso, potessero fare qualcosa. Mi hanno tolto anche loro.

Dario Romano
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FALSO NUEVE

ALBERTO PICCININI

Prelevato dalla SalernitanaAlberto Piccinini disputa una sola annata in Rosanero (stagione 1948-1949, con all’attivo 36 presenze e zero realizzazioni). Si tratta di uno dei primi interpreti del ruolo di ‘libero’. Gipo Viani lo schiera nel nuovo sistema con il numero nove: non è follia, ma pura genialità. Ne scaturirà il ‘Vianema’, che nasce proprio a Salerno e si evolverà al Palermo. Non si vede in campo proprio un falso nueve: in pratica, al centravanti avversario è piuttosto deputata la caccia. Il giocatore, tuttavia, in Sicilia tornerà al suo naturale ruolo di centrocampista, ottenendo un undicesimo posto finale, al fianco di giocatori come ‘Cesto’ VycpálekTanino ContiAurelio PavesiCarmelo Di Bella. A guidarli dalla panchina, Giovanni Varglien, una vera e propria colonna bianconera. Colori juventini che indosserà lo stesso Piccinini, una volta chiusa la sua esperienza all’ombra del Pellegrino. Una toccata e fuga al Milan, prima del ritorno nel 1954 (tredici le presenze, con una sola rete a referto). Brevissima invece la sua avventura in panchina nell’anno successivo, ma anche la sua esistenza: purtroppo, un male incurabile lo porta via ad appena quarantanove anni. Alberto era il padre del telecronista di Mediaset Sandro, celebre per la ‘sciabolata’, il suo indiscutibile cavallo di battaglia. Nella foto, indossa la maglia più bella: nera, con colletto e maniche rosa, i polsini neri. Qui, a farla da padrone, è l’eleganza.

Dario Romano
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L’EPICA

PALERMO – GRANDE TORINO

È il 06/01/1949, giorno dell’Epifania. Alla Favorita arriva il Grande Torino: la squadra più forte che ne ha calcato il campo. Questa foto si trova da allora nel medesimo impianto, oggi intitolato al Presidentissimo Renzo Barbera, nel corridoio d’ingresso della tribuna vip, ovviamente non a colori ma in bianco e nero. Il Palermo, schierato a centrocampo, affronterà i temibili Granata, visibili sullo sfondo, con il completino da trasferta. L’omaggio è dovuto e necessario: l’equivoco cromatico è dietro l’angolo, con pioggia e fango che contribuiranno a rendere epico un match che, già dalla vigilia, è connotato da un’aura leggendaria. L’attesa qui non è essa stessa il piacere: si andrà ben oltre. Un tappeto di ombrelli fa da contorno ad un’arena che vede un Toro difficile da matare: quello di Valentino Mazzola e relativa banda, vede sempre rosso. Si gioca su un vero pantano, ma gli ospiti sembrano danzare sul velluto: al 41’ Gabetto li porta in vantaggio ed al nono minuto della ripresa Bongiorni raddoppia. Ma non è giunta ancora, l’ora della buonanotte, nonostante un tema già scontato sembrasse seguire il suo normale svolgimento. Capitan Valentino, quando occorreva, sapeva bene come lanciare il suo segnale: si rimboccava le maniche e per il Toro partiva la carica. Ma quel giorno sono gli undici in maglia bianca e nera di tanto sporco, a scatenare l’Inferno. In sette minuti (27’ e 34’ della ripresa) arriva il pari confezionato dalla ditta Pavesi e Milani, ma la portata non basta. È una gara da emozioni forti: nel finale, De Santis sfiora il clamoroso sorpasso del tre a due. Ottanta o novant’anni, l’età di chi quella partita l’ha vista e potrebbe raccontarcela: li invidieremo per sempre. Quattro mesi, invece, la distanza temporale che separa quell’incontro dalla tragedia di Superga. Allora non si usava l’aereo per le trasferte di campionato: il Torino lo prenderà per quella maledetta e fatale amichevole di Lisbona, scaturita da una promessa, fatta dal grande capitano, al pari grado lusitano del Benfica Francisco Ferreira, in difficoltà economiche e desideroso di raccogliere un cospicuo incasso. Il tutto sancito da una semplice stretta di mano: bastava eccome per quei tempi. Bastò per darsi appuntamento con un tragico destino.

Questa foto, dal sottoscritto colorata, è stata pubblicata sul Giornale di Sicilia l’anno scorso, grazie a Giovanni Tarantino. Domani ricorre il tragico evento che nel maggio 1949 ha spezzato le vite dei Tori Granata e i cuori di tutta Italia. Potrete leggere ulteriori approfondimenti, corredati dalle immagini, riguardo la leggenda di Valentino Mazzola e del Grande Torino, sulla pagina Football History e sul sito footballhistorysociety.com, nella sezione dedicata alla FIGC.

Dario Romano
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MAMMA LO TURCO

Şükrü Mustapha Gülesin

Due stagioni indimenticabili in Rosanero: 1950-1951 e 1952-1953, con un totale di 50 presenze e 20 realizzazioni, per questa autentica pellaccia turca. Şükrü Mustapha Gülesin è una leggenda del Palermo. Acquistato dalla Lazio, arriva inizialmente prestito ma disputando in biancoceleste la stagione di mezzo, la sua migliore, considerando il quarto posto finale dei capitolini e le sue sedici reti. Sono tantissime, per la SERIE A dell’epoca. Iniziò la carriera come portiere, ma ben presto si trasformò in attaccante. Era un giocatore di stazza imponente (191 centimetri per quasi cento chili), ma abbastanza debole e indolente nei contrasti. Comunque sufficientemente veloce, soprattutto abile rigorista e specialista nei calci piazzati. ‘Il Sorridente’ era uno che le dava e le prendeva, non solo in partita. Coinvolto in una rissa (nella foto sopra, fa invece da paciere), rischiò la pelle a suon di bastonate: fu ritrovato lungo disteso e con il volto insanguinato. Da Istanbul a Palermo, resta ovunque brava, la notte. Le botte, piuttosto, meglio in campo. Poiché possedeva davvero una gran castagna: in un Palermo-Padova del 12/11/1950, finita 3-1, il malcapitato portiere avversario Enzo Romano preferì scansarsi, anziché affrontare una sua conclusione dal dischetto. Avrà pensato: ‘mamma, lo turco!’, visibilmente spaventato. Ma il pericolo, con Şükrü, non arrivava solo dall’area: il suo talento nel battere i corner a rientrare gli valse ben 32 trasformazioni direttamente dalla bandierina, considerando tutta la carriera. Altro che Massimo Palanca. Tornerà in patria, dove chiuderà con il Galatasaray. Con i Leoni le soddisfazioni finali: conquista il titolo in Turchia e poi si diletta. La sua firma, dopo il campo, pure da giornalista sportivo lascerà il segno. Chi l’avrebbe mai detto.

Dario Romano
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IL NETZER DI SEREGNO

Paolo Viganò

Era il soprannome di Paolo Viganò, per la somiglianza con il campione del Mondo e d’Europa teutonico, uno degli alfieri del Kaiser Franz. Comincia con la Juventus, poi una sola presenza in SERIE A con la Roma, per scoprire la cadetteria con le maglie di Monza e Palermo. Come dimostra la foto, la stazza e la potenza muscolare non mancavano: sembrano le gambe di ‘Kalle’ Rummenigge. Le muoveva sulla fascia sinistra, dove vent’anni dopo vedremo un altrettanto biondo terzino, di nome Giovanni e di cognome Caterino. A più alti livelli, Federico Balzaretti. La palma della chioma rubia è tutta sua. Viganò disputa quattro campionati in maglia Rosa, per un totale di 107 presenze senza realizzazioni a referto. La mette, invece, proprio alla Favorita, ma da Rondinella: stoppa il volo di un esultante Vito Chimenti, tarpando le ali alle Aquile Rosanero. Il classico goal dell’ex in un Palermo-Brescia versione cadetta. Non potrà disputare la maledetta finale della COPPA ITALIA scippata dal Bologna, nel ’74, causa squalifica. Non si sarà crucciato più di tanto: esito non scontato, ma già scritto. Dopo Brescia e Novara, chiude da dove era arrivato: nei brianzoli monzesi, annata 1980-1981. Alla vigilia del Mundial. Lasciamo perdere Günter Theodor Netzer: la coppa, stavolta, non sarà crucca.

Dario Romano
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LA CORAZZATA

UNIONE SPORTIVA PALERMO 1951-1952

Alla Favorita si gioca Palermo-Como: finirà 4-1 per i Rosanero. Nonostante l’undicesimo posto finale, questa è da considerarsi una delle compagini più forti di sempre, prima dell’era ZampariniBertocchiGiaroliNinetto De GrandiGimona ed in attacco tanta roba. Siamo alla sesta giornata della stagione 1951-1952, iniziata nel migliore dei modi, con un filotto di undici gare da imbattuta. Il Palermo sembra davvero una corazzata. La vittoria a Napoli del 02/12, rappresenta il punto più alto di un sogno che avrà un brusco risveglio. Arrivano quattro sconfitte nelle ultime otto gare del girone d’andata: si rientra quindi nei ranghi, dopo aver raggiunto il terzo posto a due punti dalla coppia di testa, doppiamente strisciata in BiancoRossoNero. Il completino del Palermo fa guardare Juve e Milan dall’alto verso il basso, ma la classifica recita altro. Nono titolo per i BianconeriDiavolo staccato di sette lunghezze.

Per il club del Presidente Raimondo Lanza di Trabia (all’ultimo atto di un’opera che finirà in tragedia greca), allenato da Remo Galli ed in seguito da Guido Masetti, soltanto una posizione centrale nella graduatoria. Undici vittorie, 14 pareggi e ben 13 sconfitte, ad indicare come, ad un certo punto, il giocattolo si sia rotto. Come il suo pezzo forte, Helge Bronée. Il più presente, il cannoniere della squadra, con 11 realizzazioni. Il danese dal carattere bizzoso: una molla capace di portarti tanto in alto quanto in basso. Il prezzo da pagare? Quello del biglietto: lo spettacolo, al fianco di Di Maso, era comunque assicurato.

Dario Romano
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LA TRADIZIONE

PALERMO FOOT-BALL CLUB 1911

Un ritorno al passato, con il cambio di denominazione sancito dalla promozione in SERIE C. Nonostante il gap economico con la serie cadetta, il terzo gradino del calcio nostrano è ancora un campionato professionistico. Le compagini della LEGA PRO, in quanto a blasone, non hanno nulla da invidiare al piano superiore. E così da questa estate, il Palermo è di nuovo Football Club.

La Società Sportiva Dilettantistica, abbreviata in SSD, ci ha fatto compagnia, nostro malgrado, per una sola stagione.

Ripercorrere cronologicamente le tappe della ragione sociale del club, può aiutare a fare chiarezza e a stimolare le ragioni ed il battito del cuore, rigorosamente Rosanero.

La fondazione, datata 01/11/1900, ci riporta alle origini con un ammonimento: il nuovo sodalizio trae ispirazione da Albione ma è palermitano, come lo stesso Ignazio Majo Pagano. È lui il nostro padre putativo. Da Portsmouth parte un’idea: le maglie Rossoblu, addirittura Biancorosse per qualche match, non derivano dal club portuale inglese. La presenza dei britannici, soprattutto di Mister Blake (che a quanto pare ha recitato un ruolo decisivo non solo in campo), giustifica una dicitura da tavola rotonda.

Ed ecco l’Anglo-Palermitan Athletic And Foot-Ball Club. Dura sette anni: come sappiamo, dal 1907 i nostri colori sono il Rosa ed il Nero. Ed il Palermo diviene Foot-Ball Club. La foto da me colorata è relativa a questo periodo: siamo nel 1911, stagione che ci vede soccombere nella finale della LIPTON CHALLENGE CUP al cospetto del Naples FBC. Tre reti a due: poco importa. Alla fine la coppa sarà nostra: definitivamente, come altrettanto scomparsa. Dopo la Grande Guerra, per rivedere le maglie rosa, in campo, bisogna rendere grazie al Racing FBC, una piccola realtà locale che cambia proprio faccia e facciata. Colori Biancoazzurri, che tuttavia restano soltanto in quello che viene riconosciuto come il primo crest ufficiale del Palermo, che adesso è Unione Sportiva. Di fatto, non una vera e propria fusione, ma una trasfusione. Non mancheranno quelle autentiche: fino al 1924, quando il Palermo assume la denominazione Football Club. Non porta bene, c’è da soffrire per un fallimento dietro l’angolo, ma all’orizzonte si intravede un’oasi di speranza. Si materializza nel ’32, quando finalmente si disputa la prima SERIE A. Il regime mal sopporta idiomi esterofili e nel ’35 si impone l’Associazione Calcio Palermo. Ci aggiungono tanto di colore: Giallorosso da gonfalone, poi Biancoazzurro nel ’42 per la fusione con la Juventina Palermo. Nel periodo bellico, la squadra espressione della città è l’Unione Sportiva Palermo-Juventina. Che riconquista la serie cadetta e si riappropria del Rosanero. Finita la guerra, finisce anche la confusione. Dal ’44 si ricomincia a vivere e a giocare: il Palermo cambia di nuovo volto e parte a nuova avventura da Unione Sportiva. Il preludio ad una presenza costante nella massima serie, fino agli anni ’60, passati al gradino inferiore. Nel ’68 la rivoluzione ci tocca e ci porta alla Società Sportiva Calcio PalermoSSC sta anche per l’ultima promozione prima dell’era Zamparini, ma vuol dire anche due finali di COPPA ITALIA e soprattutto Renzo Barbera. Dieci anni sotto il segno del Presidentissimo e allo scadere un nuovo logo da sogno: tremendamente moderno ancora oggi. Maledettamente calpestato da una radiazione che brucia come una città messa a ferro prima del fuoco. La rinascita datata 1987 è firmata Unione Sportiva. Ci si aggiunge Città di Palermo nel ’94, per un binomio controverso che passa in secondo piano. Una decina d’anni prima dell’avvento del patron friulano e di un Palermo che noi poveri umani non potevamo proprio immaginare. Di fatto, un fallimento anche sportivo, nonostante i piazzamenti da record, la terza finale di una coppa che resta maledetta, l’Europa che meno conta. Troppa manna, tanti campioni, altrettanti bidoni, un esercito di allenatori. Risultato: soltanto briciole. Si poteva andare a comandare e non soltanto per qualche vittoria di prestigio. E adesso, si potrebbe dire Hera Hora: piccoli passi, per un club risorto, ancora una volta, come la Fenice. La tradizione, invece, non è una briciola. Ma il nostro pane quotidiano.

Dario Romano
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