LA TRADIZIONE

PALERMO FOOT-BALL CLUB 1911

Un ritorno al passato, con il cambio di denominazione sancito dalla promozione in SERIE C. Nonostante il gap economico con la serie cadetta, il terzo gradino del calcio nostrano è ancora un campionato professionistico. Le compagini della LEGA PRO, in quanto a blasone, non hanno nulla da invidiare al piano superiore. E così da questa estate, il Palermo è di nuovo Football Club.

La Società Sportiva Dilettantistica, abbreviata in SSD, ci ha fatto compagnia, nostro malgrado, per una sola stagione.

Ripercorrere cronologicamente le tappe della ragione sociale del club, può aiutare a fare chiarezza e a stimolare le ragioni ed il battito del cuore, rigorosamente Rosanero.

La fondazione, datata 01/11/1900, ci riporta alle origini con un ammonimento: il nuovo sodalizio trae ispirazione da Albione ma è palermitano, come lo stesso Ignazio Majo Pagano. È lui il nostro padre putativo. Da Portsmouth parte un’idea: le maglie Rossoblu, addirittura Biancorosse per qualche match, non derivano dal club portuale inglese. La presenza dei britannici, soprattutto di Mister Blake (che a quanto pare ha recitato un ruolo decisivo non solo in campo), giustifica una dicitura da tavola rotonda.

Ed ecco l’Anglo-Palermitan Athletic And Foot-Ball Club. Dura sette anni: come sappiamo, dal 1907 i nostri colori sono il Rosa ed il Nero. Ed il Palermo diviene Foot-Ball Club. La foto da me colorata è relativa a questo periodo: siamo nel 1911, stagione che ci vede soccombere nella finale della LIPTON CHALLENGE CUP al cospetto del Naples FBC. Tre reti a due: poco importa. Alla fine la coppa sarà nostra: definitivamente, come altrettanto scomparsa. Dopo la Grande Guerra, per rivedere le maglie rosa, in campo, bisogna rendere grazie al Racing FBC, una piccola realtà locale che cambia proprio faccia e facciata. Colori Biancoazzurri, che tuttavia restano soltanto in quello che viene riconosciuto come il primo crest ufficiale del Palermo, che adesso è Unione Sportiva. Di fatto, non una vera e propria fusione, ma una trasfusione. Non mancheranno quelle autentiche: fino al 1924, quando il Palermo assume la denominazione Football Club. Non porta bene, c’è da soffrire per un fallimento dietro l’angolo, ma all’orizzonte si intravede un’oasi di speranza. Si materializza nel ’32, quando finalmente si disputa la prima SERIE A. Il regime mal sopporta idiomi esterofili e nel ’35 si impone l’Associazione Calcio Palermo. Ci aggiungono tanto di colore: Giallorosso da gonfalone, poi Biancoazzurro nel ’42 per la fusione con la Juventina Palermo. Nel periodo bellico, la squadra espressione della città è l’Unione Sportiva Palermo-Juventina. Che riconquista la serie cadetta e si riappropria del Rosanero. Finita la guerra, finisce anche la confusione. Dal ’44 si ricomincia a vivere e a giocare: il Palermo cambia di nuovo volto e parte a nuova avventura da Unione Sportiva. Il preludio ad una presenza costante nella massima serie, fino agli anni ’60, passati al gradino inferiore. Nel ’68 la rivoluzione ci tocca e ci porta alla Società Sportiva Calcio PalermoSSC sta anche per l’ultima promozione prima dell’era Zamparini, ma vuol dire anche due finali di COPPA ITALIA e soprattutto Renzo Barbera. Dieci anni sotto il segno del Presidentissimo e allo scadere un nuovo logo da sogno: tremendamente moderno ancora oggi. Maledettamente calpestato da una radiazione che brucia come una città messa a ferro prima del fuoco. La rinascita datata 1987 è firmata Unione Sportiva. Ci si aggiunge Città di Palermo nel ’94, per un binomio controverso che passa in secondo piano. Una decina d’anni prima dell’avvento del patron friulano e di un Palermo che noi poveri umani non potevamo proprio immaginare. Di fatto, un fallimento anche sportivo, nonostante i piazzamenti da record, la terza finale di una coppa che resta maledetta, l’Europa che meno conta. Troppa manna, tanti campioni, altrettanti bidoni, un esercito di allenatori. Risultato: soltanto briciole. Si poteva andare a comandare e non soltanto per qualche vittoria di prestigio. E adesso, si potrebbe dire Hera Hora: piccoli passi, per un club risorto, ancora una volta, come la Fenice. La tradizione, invece, non è una briciola. Ma il nostro pane quotidiano.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

L’ALBA

La foto è del 1909 e riguarda la finale della LIPTON CHALLENGE CUP, la prima in assoluto. Mentre al Nord si proclamano ‘Campioni d’Italia’ già da un decennio, nel Mezzogiorno, per il neonato football, è ancora l’alba.

Il 12/04 si gioca, al campo spelacchiato Notarbartolo del capoluogo siciliano, l’atto conclusivo di quello che invece rappresenta un vero e proprio inizio. Ad opporsi al Palermo FBC è il Naples FBC (maglia a righe), che si aggiudicherà il trofeo (2-4 il risultato finale). I Rosanero si rifaranno l’anno dopo e nei successivi, prevalendo sugli stessi partenopei e sul Messina. Osservando lo scatto, salta agli occhi un particolare: si vede infatti un signore che sta riprendendo il match da una posizione elevata. Si chiamava Raffaello Lucarelli, professione ‘cinematografaro’. Il giorno dopo, nella sala Lumiére Edison di Piazza Verdi al civico n.58, hanno visto la gara intera. Io ovviamente non c’ero, come tutti voi, ma si stava facendo la storia. La facevano anche per noi. ZampariniMiccoliPastore, ma anche questo scatto è da ricordare.
Perché una generazione che ignora la storia non ha passato…né futuro.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

POKER D’ASSI

BRASILEZIA

No, due di picche.
Una stagione da incubo, culminata con la retrocessione sancita dall’ultimo posto in classifica.
Le premesse per la stagione 1962-1963 erano ben altre, soprattutto guardando questa foto.
Da sinistra, il brasiliano Fernando, lo svedese Rune Börjesson, l’altro brasiliano Faustinho e l’altro svedese Lennart Skoglund. Di quest’ultimo, tratteremo doverosamente in uno speciale a lui esclusivamente dedicato. Del quartetto che vediamo sopra in posa, Nacka era probabilmente l’unico accreditato delle stimmate del fuoriclasse, ma a Palermo fu solo ‘fuori’ dall’undici titolare. Mentre il carioca José Ferdinando Puglia, meglio noto come Fernando, merita anch’esso un focus, qui appena abbozzato.
Cresciuto nel Palmeiras (la ex Palestra Italia), centrocampista offensivo schierabile anche come seconda punta (in Brasile con José Altafini formò una coppia di ‘doppio’ centravanti), arriva ad indossare la maglia Rosanero nel 1961, dopo due ottime stagioni in Portogallo (57 presenze e 58 reti con lo Sporting Club di Lisbona). Celebre l’aneddoto che lo vede incontrare, sull’aereo che lo porta in Sicilia, il mitico Helenio Herrera, tecnico della Grande Inter, il quale gli propone un periodo di prova in maglia nerazzurra. Fernando rifiuta, volendo mantenere la parola data (altri tempi). Herrera se la lega al dito e non lesina critiche al giocatore per le sue prestazioni, ma anche lo stesso giocatore non dimentica. E così, il 04/03/1962 realizza una rete decisiva proprio contro l’Inter, che costerà lo scudetto ai meneghini. Non pago, preleva il pallone dal fondo della rete e lo porta fino alla panchina del Mago. Un siparietto che si chiuderà a tarallucci e vino negli spogliatoi, con le scuse in salsa sudamericana. Due le stagioni di permanenza in maglia rosa, caratterizzate da 62 presenze e 13 reti. Dopo la retrocessione del 1963, si trasferirà al Bari, per chiudere in patria al Bangu. Soltanto tre invece le apparizioni ed una marcatura a referto con la nazionale verdeoro. José finirà tristemente in miseria, delapidando i risparmi: ci ha lasciato recentemente, all’età di 78 anni.

Passiamo a Börjesson, che arriva in prestito dalla Juve. Ex capocannoniere del campionato svedese in due occasioni, risulta meno prolifico, poiché schierato in una posizione più arretrata. Delle dieci marcature realizzate in due stagioni, una è proprio contro i Bianconeri. Per Fausto Pinto da Silva, in arte Faustinho, il calcio è solo una parentesi: rientrato in patria, si darà all’edilizia.
Riguardo Skoglund, per il biondo svedese non si trattava del classico canto del cigno: dopo l’esperienza sicula, il piccoletto tornò a casa e grande. Fu di nuovo leggenda.

Dario Romano
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LA BORELLI

Héctor Scarone

Appartiene alla categoria dei giocatori a torto dimenticati, ma Héctor Pedro Scarone era soprattutto e non a torto un autentico fuori categoria. Semplicemente, un fuoriclasse. Lo stesso Meazza, suo compagno d’attacco all’Ambrosiana, lo definì il miglior giocatore del mondo. Chi mastica calcio, ricorda El mago accosciato nella foto che ritrae la Celeste Campione del Mondo 1930 al Centenario di Montevideo. Probabilmente, allora Scarone aveva già dato il meglio di sé. Sicuramente, aveva ancora da dare, poiché l’ultimo match ufficiale in Uruguay lo vede in campo a 55 anni suonati.
El Gardel del Fútbol oltre che Mago, si portava dietro anche un terzo ma non ultimo apelido: era soprattutto La Borelli. Sintetizzando i tre soprannomi: un giocoliere che balla, ti fa sballare e si può arrabbiare.
È permaloso, proprio come la diva del cinema. Ma Scarone è anche un vincente campione. Fa incetta di trofei in nazionale e con la maglia bianca del Nacional. Con i Bolsos, in patria, la sua parabola è egemonia e anche tragedia. Il suicidio di Abdón Ponte non lo sfiora: piuttosto, colpisce lui e tutto il mondo Tricolores (oltre il bianco, c’è di più: rosso e blu). Non siamo ancora al professionismo, non si guadagnano cifre da capogiro, eppure il fútbol in Sudamerica è già cosa seria, oltre che giusta. Attecchisce sui cuori e sugli umori: ti tira su che è un piacere, ma può portarti giù che è un dispiacere. Ma negli anni che precedono la seconda guerra, in Uruguay si sta spesso in vetta. Arrivano l’Oro alle Olimpiadi di Parigi e Amsterdam nel ’24 e nel ’28, quattro affermazioni in COPA AMÉRICA, idem per la LIPTON CUP (da non confondere con il trofeo celebre nel sud Italia: la competizione è antesignana della Rimet).
Héctor ci ha preso gusto: vuole vincere anche altrove.

Dura poco l’esperienza al Barcelona: vogliono ricoprirlo d’oro, ma Amsterdam ’28 è alle porte. Sbarrate ai professionisti. Per dire: la gloria al primo posto, la fame non fa arrosto. Nove gare e otto reti possono bastare, per la COPA DEL REY conquistare. Col Nacional si torna pure a segnare (porta lo score da 108 a 137, chiuderà in seguito a 153) ed in Europa si può tornare. All’Ambrosiana eroe puoi diventare: malconcio, tormentato dagli infortuni, Garibaldi (i soprannomi abbondano) realizza una doppietta alla Lazio con il volto tumefatto. L’esperienza più longeva la vive in Rosanero: è proprio il nuovo eroe dei due mondi. Con il Palermo, due salvezze e 11 reti a referto.
Se nel nuovo millennio al Barbera ci si lustra gli occhi con Miccoli e Pastore, per il secolo alla Favorita le palme vanno a Vernazza e a questo signore. Che si regala un’altra soddisfazione: sedersi sulla panchina del Real Madrid, anche se per una sola stagione.
Il campione ha passato il testimone. La Celeste ne abbonda a iosa.
Non è solo un caso: arriva il Maracanazo.

Dario Romano
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IL MONUMENTO

LA PIETRA RACCONTA

Scolpito nella roccia. Tonino De Bellis è il nostro Burgnich.
Un baluardo difensivo d’altri tempi. Quelli che facevano della propria area un territorio di caccia.
Segui il talento di turno e gli metti il francobollo che gli resterà incollato per una settimana. Lividi targati De Bellis. Spariranno, ma quando lo affronterai di nuovo, il Palermo, torneranno. 257 presenze e la presenza costante nelle foto d’epoca, esclusa la parentesi veneziana (al suo posto, il futuro Tarcisio nazionale, per una sola stagione). Vai a rinunciare ad uno che ci mette la museruola, ai tanti cani che abbaiano.

Provate ad immaginarvi nei suoi panni, contro gli squadroni di allora: spalti gremiti, tifo assordante e la consapevolezza che ogni errore uguale sconfitta. Sputi e provocazioni sussurrate all’orecchio con colpi proibiti assortiti e tanto, tantissimo mestiere. Mi vedrei come un legionario chiuso a testuggine e pronto ad infilare il gladio nei pochi spazi a disposizione: muscoli, elevazione, tempismo ed esperienza le vere e sole armi a disposizione. Una sola telecamera, niente VAR e allora, poi, tutti amici e nemici come prima. Tutto molto scorretto? Lo sono molto di più le sceneggiate dei Rivaldo e Ronaldo, la spintarella e tutti giù per terra.


Era questo, il calcio di Tonino. Quello di una volta, che ti faceva vincere con l’etichetta del catenaccio e contropiede. Altro che tiki-taka o guardiolismo. Indossi una maglia Rosanero, con un numero che non hai scelto, senza nome e cognome e ne fai una seconda pelle. Onori quei colori senza scritte alcune, che tra qualche anno vedremo pure lampeggiare. Ma, per De Bellis, il Palermo è stato soprattutto Palermo. Ne ha fatto la sua casa, quando poteva bastare anche un arrivederci e grazie. E a brillare restano le gesta e foto come questa.

Un monumento. Scolpito nella roccia.

Dario Romano
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LA DIAGONALE

CHE MAGLIA

Stagione 1973-1974, l’annata della prima finale di COPPA ITALIA disputata dal Palermo. Da Lazio e Inter arrivano gli attaccanti per Corrado Viciani: si tratta di Giacomo La Rosa e Sergio Magistrelli. Sono 50 le presenze e 21 le realizzazioni in due stagioni per il primo, mentre ne contiamo 25 e 9 per l’autore della rete nel sacco di Roma. Tornerà tre anni dopo, per una seconda e più duratura permanenza.

La maglia in diagonale richiama l’idea della Principessa di Monaco: per il club del Principato, nel 1960 Grace Kelly si improvvisa stilista e nasce un completo tra i più originali. La rivedremo negli anni ’80, in versione bianconera, per l’Udinese di Zico. Per il club di Renzo Barbera, una maglia discutibile ma rarissima. Per i collezionisti, il Gronchi Rosanero.

Dario Romano
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CARLETTO

CARLO MATTREL

Uno dei più grandi portieri, se non il più grande in assoluto, della storia Rosanero.
Fu proprio la trattativa che vide approdare alla Juventus un altro grande interprete del ruolo in maglia rosa, la Zanzara Roberto Anzolin, a far sbarcare Carlo Mattrel a Palermo. Nato a Torino e cresciuto con i Bianconeri, vantava tre SCUDETTI e due COPPE ITALIA al momento del prestito al ‘Palermo miracolo’. Non perderà una gara della stagione 1961-1962, con 34 presenze, prima di rientrare alla base. Resterà imbattuto per cinque partite consecutive: costituiscono un record, per il club siciliano. Rete inviolata contro UdineseVicenzaTorinoBologna e SPAL (due rigori parati contro i ferraresi), con una perla non incastonata a San Siro, dove para due tiri dagli 11 metri all’Inter, ma uno non lo trattiene.
Era la sua specialità: una stagione ‘monstre’, visto che ne neutralizzerà altri otto su un totale di dieci. Tornerà alla Juve, la sua casa madre, come riserva dello stesso Anzolin. Grande a Torino e grandissimo a Palermo, dove conquistò un posto per la spedizione azzurra ai mondiali del 1962 in Cile. Giocherà da titolare la ‘Battaglia di Santiago’, persa 2-0 contro i padroni di casa. Ma quella non fu una partita di calcio e fa parte di un’altra storia.

Carletto chiuse la carriera a Ferrara, nel 1968. Ci ha lasciato a soli 39 anni. Un incidente stradale insolito, la causa. Si schiantò, a bordo della sua auto, contro una betulla. La macchina rimase intatta.

Dario Romano
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CLAMOROSO AL CIBALI

Le maglie da gioco sparite. In campo, il Palermo scende con la shirt da allenamento.
I numeri ricavati con garza adesiva da bendaggio, un escamotage meno laborioso ma che riporta a Mexico ‘86, quando Maradona disputa la gara che lo consacrò al mondo intero, nel bene e nel male: mano de Dios e piede sinistro da Dio (el Pibe de Oro sta a ragazzo e non all’arto inferiore). Contro l’INGHILTERRA, numeri e loghi cuciti a mano, a tempo di record, da amorevoli sarte del Club América: le maglie azzurre degli argentini vengono comprate in fretta e furia, prima di furoreggiare addosso a Diego all’Azteca.
La causa non è un furto, ma una storia che ci fa capire quanto anche i piccoli dettagli possano fare la differenza (la seconda maglia non andava proprio giù al C.T. Bilardo). Al Cibali la furia è Bombardini, che al 20’ la mette: era lui il nostro top player. Al 65’ Apa fa pari e patta.

Catania-Palermo del 04/03/2001 finisce con una rete per parte. La vera ciliegina all’andata: li asfaltammo. Si torna in B, sospinti dal talento del ‘Bomba’, dalle reti di Cappioli e La Grotteria.
Pochi anni e lo stesso derby tornerà a ruggire, prima riempiendo d’orgoglio e poi di vergogna la Sicilia intera. Vent’anni dopo, grazie alla perla di Santana, possiamo godere senza arrossire.

Dario Romano
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VECCHIO FRAC

RAIMONDO LANZA DI TRABIA

Con la tragica ed improvvisa scomparsa di Raimondo Lanza si chiude un ciclo epico e dai posteri, purtroppo, spesso dimenticato. Una parentesi breve nella storia Rosanero, ma intensa, come la vita del Principe. Morì nel 1954, in circostanze misteriose e mai acclarate, in seguito a una caduta da una finestra del primo piano dell’Hotel Eden di via Ludovisi a Roma. A lui si deve l’invenzione del calciomercato: con l’allenatore Gipo Viani, si incontrava all’Hotel Gallia di Milano e la squadra prendeva corpo, in tutti i sensi. Celebre l’aneddoto che lo ricorda a ricevere visite per le trattative nella vasca da bagno, nudo e perfettamente a suo agio. Fu lui a scoprire Helge Bronée, che acquistò dal Nancy per 40 milioni. Grazie ai rapporti non indifferenti con il mondo dello sport riuscì a far indossare la maglia del Palermo a molti giocatori di valore, fuoriclasse annessi come ciliegine aggiunte ad una torta già gustosa e ben assortita. Era appassionato di corse automobilistiche e fu protagonista di alcune edizioni della Targa Florio. Ma ad attrarlo erano anche altre competizioni di squadra oltre al calcio, come ad esempio la pallanuoto. Il nobile si tolse la vita un anno dopo il matrimonio (alla vicenda si ispirò Domenico Modugno per scrivere la sua celebre canzone Vecchio Frac).

Il progetto di far diventare il club di sua proprietà la ‘Juventus del sud’ stava per concretizzarsi e probabilmente lo stivale pallonaro sarebbe stato rivoltato. Raimondo era un vero e proprio tifoso: lo possiamo vedere su Youtube esultare in panchina, felice come uno di noi, per una stupenda vittoria a Napoli. Gli aneddoti riguardo la vita del Principe si sprecano: vi consiglio delle letture davvero interessanti. Su tutte, ‘Mi Toccherà Ballare‘ scritto dalla figlia Raimonda e dalla nipote Ottavia Casagrande. Ma anche ‘Vestivamo alla Marinara‘ di Susanna Agnelli, ‘Il Principe Irrequieto‘ di Vincenzo Prestigiacomo, ‘Il Grande Dandy‘ di Marcello Sorgi, rappresentano uno spaccato del nostro paese in generale e della Sicilia in particolare che val la pena approfondire. Mollate il telefono e concedetevi questo viaggio nel tempo. Non ve ne pentirete.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

L’ALIENO

Si narra che durante un Fiorentina-Pistoiese disputato al Franchi di Firenze, si sia andato ben oltre il più dei terrestri o terra terra del classico clamoroso al Cibali. Era il 27/10/1954 e la gara, da amichevole, divenne incredibile. Stiamo parlando di un incontro ravvicinato, testimoniato da chi stava sugli spalti e dai giocatori stessi. Non è uno scherzo: quel giorno, dei velivoli non proprio convenzionali furono avvistati in diverse regioni del Belpaese, da nord a sud. Il fenomeno fu accompagnato da un altro particolare, già noto agli esperti di ufologia. Il rinvenimento, nelle zone interessate, di una sorta di capelli d’angelo, quasi una ragnatela, al suolo. Realtà o abbaglio, resta un dato di fatto: al comunale di Firenze hanno visto gli UFO.

Cinquantadue anni e l’evento si ripete, ma con due giorni di ritardo. Siamo al ventinove dello stesso mese, lo scenario è lo stesso ma in calendario c’è un match di SERIE A e l’avversario è il Palermo di Guidolin, primo in classifica a sorpresa, ma non più di tanto. Stiamo parlando di uno squadrone, che ci ha fatto sognare più del lecito, ma non a torto. Riguardo l’avvistamento, segnaliamo la variante: si passa dal secondo al terzo tipo. Infatti, da presunti mezzi di locomozione volanti extraterrestri, stavolta allo stadio fiorentino si materializza l’alieno vero e proprio. Che poi il suddetto sia di bell’aspetto, con carnagione olivastra, capelli al vento, brasiliano e con tanto di nome e cognome, poco importa. Agli occhi dei trentamila spettatori abbondanti presenti e dei tifosi costretti a casa e quindi davanti alla TV adoranti, Amauri Carvalho de Oliveira, alias easy Amauri e basta, è un alieno buono per noi, brutto per gli altri e cattivo quando occorre. Stava volando, il Palermo targato Zamparini e Guidolin, tornato alla base dopo averci riportato in alto, nel calcio che conta. Stavolta davvero in vetta, quella che fa venire i brividi. Come una trasferta Fiorentina, nemica come e più di prima. Fa paura, la squadra di Prandelli, ancorata in bassissima classifica causa la penalizzazione, a meno diciannove, dovuta ai fatti di Calciopoli. La Juve è in cadetteria, i Rosanero da mammamia: sembra l’anno giusto per il gran botto. Ma l’esame è arduo, da autentica prova del nove. Niente male anche la sfida col lungagnone, ormai ribattezzato ‘Toni e furmini’. Ma a dare il via alle danze, ci pensa il centravanti del Samba, che salta di forza i birilli Viola e crossa con delicatezza, per quel rapace che di nome fa David e di cognome Di Michele. Un’arma letale, soprattutto per i copioni recitati fuori dal Barbera. Dove il piccoletto fa Golia e ci porta spesso in vantaggio, anche se siamo sotto arrembaggio. Non esulto più di tanto: non siamo al Bernabéu, ma anche all’Artemio 82 minuti più recupero sono lunghi da passare. Si tiene comunque botta, con nonno sempre all’erta. A spaventarmi, quell’Adrian Mutu che a quei tempi, mi perdoni, ho proprio odiato. Beh, ci ha comunque messo e ci metterà ancora del suo. Ma lo schiaffo arriva da Pasqual, un altro che al cospetto dei Rosanero sembrava vedesse rosso davvero e sapeva far male, giocando da nazionale. Il dolore è acuto, ma anche dal sapore amaro, perché la sua castagna non inganna il guardiaporta, ma carambola sul neo campione iridato e dispiaciuto. Scusa, Alberto. Fa niente, Andrea. E si ricomincia, con un piede dello stesso portierone a miracol mostrare ed un palo a farmi ammattire. Non mi dovrei crucciare: l’alieno sta facendo le prove. Come il rumeno, che su punizione esalta le doti ed i reni di un Fontana in forma strepitosa, aiutato dalla traversa. Tu chiamale, se vuoi, emozioni. Per me, anni di vita. Persi o guadagnati, a seconda dei casi. Se Frey interviene in extremis su Amauri o se nulla può, quando il numero 11 vola in cielo e tramuta in goal il cross di Zaccardo, l’altro campione del mondo. Un gesto atletico e tecnico imperioso, che sovrasta il capitano Viola dalla nuca fasciata. Non ci pensare, Dainelli. Pensa a Burgnich con Pelé: anche O Rei sembrava un marziano. Non piangere, Sébastien. Farà male anche a Buffon. Parte il balletto, ma occhio al cronometro: dieci allo scadere, per sperimentare in pochi secondi la caduta all’inferno e l’ascesa al paradiso. Si comincia con lo zampino di quel diavolaccio, che la tocca in mischia dopo una serpentina di quel Montolivo mai così vivo e vegeto. Ci resto Muto. Prima dell’estasi. Prima dell’avvento extraterrestre. Un alieno non può essere un alieno e basta, senza fare giochi di prestigio. La platea potrebbe essere in un campetto di periferia o chi si affaccia alla finestra, guardando il figliolo giocare a pallone. Mamma, guarda quanto sono bravo. Ne ho due davanti, ma è come un gioco da ragazzi. Una finta di qua, una controfinta di là, e poi danzerò pure attorno alla bandierina, neanche fossi Juary. Ma sono Amauri, posso anche segnare. DainelliReginaldo, sbeffeggiati. Frey, infilzato. Beccatevi il diagonale. Per il tre a due finale. Tutti ad esultare. L’autore scompare, attorniato da maglie bianche dove spicca l’Aquila dorata, pronta a spiccare.

Questa è tra le partite del Palermo che non si possono dimenticare. Quella che ti ricordi dov’eri, con chi e cosa stavi facendo. Al Franchi, quel giorno, non hanno visto gli UFO, ma un alieno per davvero è sceso in campo. Quello di uno stadio, Mutu compreso, ammutolito. Tranne il tifoso Rosanero: che tocca il cielo, con un dito.

Dario Romano
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