BIANCO PALERMO

SOCIETÀ SPORTIVA CALCIO PALERMO 1977-1978

Rosanero, ma non solo. C’è anche il bianco, nella storia del Palermo. Che ha adottato spesso il candido colore per le gare lontane dal suo focolare e per rendersi ospitale: come in occasione di uno scatto splendido, che immortala una squadra schierata in un campo che non è certo il Bernabéu. Ovviamente, la compagine non è neanche il Real, ma spicca e luccica altrettanto, grazie ad un completo tra i più eleganti in assoluto. La cadetta in questione vivrà tra un anno la sua stagione del rimpianto: in finale di una coppa maledetta, cederà al cospetto di una Vecchia Signora. Madama è di una categoria superiore e tuttavia vedrà le sue streghe: in maglia rosa. Chiusa l’era Barbera, si apre un decennio che, per il calcio, è tutto oro. Dal Mundial in poi, gli anni ’80 aprono le porte al campionato più bello del Mondo. Per coloro i quali ‘esiste solo il Palermo’, è invece tempo per le vacche magre. Eppure, è proprio nel momento del bisogno che non la lasci sola. Il colpo di fulmine per la squadra del cuore colpisce una volta e te lo sfonda, quel muscolo che batterà forte fino a che morte non ci separi. E quando non si gioca alla Favorita, la caccia alla stazione giusta di una radiolina è la cartolina di una domenica con un solo pensiero in testa: quella maglia bianca. Accompagnata dai calzoncini neri e dai calzettoni immacolati prima del fischio d’inizio e anneriti alle strette finali. Dalle pugne lungo lo Stivale, il Palermo ne usciva spesso con le ossa rotte: un po’ come capitava spesso a chi calcava il campo alle falde del Pellegrino. Eravamo così e lo siamo stati a lungo: quasi invincibili in casa e inguardabili fuori. Leoni ed agnelli: fino ai tempi moderni. Quando ci si stropiccerà gli occhi: nel nuovo millennio, il Palermo è maramaldo, nel tempo e nello spazio. Vince dappertutto: all’Olimpico di Roma e Torino, a San Siro, al Franchi: demolito dai colpi ad effetto di un mostro chiamato Amauri. Altro che streghe: abbiamo fatto vedere i sorci verdi, a tutti. In maglia bianca. Fino in Germania. E non è finita: presto, targati Puma, torneremo a far paura. Undici leoni, li vedremo in casa con la tinta rosa. Altrove, ci andremo da Aquile: fatte per volare e per far male. Con la seconda maglia: bianca e griffata, senza tutte quelle scritte a sporcarne la tradizione. Ormai, secolare.

Dario Romano
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‘ZIZOU’ ZAULI

Francesco Guidolin e Lamberto Zauli hanno condiviso la splendida avventura nel Vicenza, semifinalista a sorpresa in quella coppa che c’era una volta. Adesso, stanno scrivendo una nuova fiaba insieme: dalle tinte Rosanero. Hanno riportato il Palermo in SERIE A dopo più di trent’anni e stanno cercando di farcelo rimanere, se possibile tenendosi lontani dalla zona retrocessione: altrimenti, la favola sarebbe a rischio di un lieto fine. La missione, risulta tutt’altro che impossibile. È un campionato competitivo: Calciopoli non si svela ancora e la Vecchia Signora, le milanesi e le romane fanno davvero paura. Ma il Palermo, se la gioca con tutte. Lo spartito è ben collaudato: dirige l’orchestra ‘Genio’ Corini, lo stesso Zauli e Ciccio Brienza inventano, Luca Toni interpreta Re Mida e trasforma in oro tutti i palloni che tocca. Manca l’acuto, la vittoria di prestigio: arriva all’ultima giornata del girone d’andata e sarà il preludio di altre vittorie d’autore. È il 16/01/2005 e all’Olimpico di Roma, si affrontano a viso aperto le due Aquile della massima serie: sarà quella Rosanero a spiccare il volo, nel finale. L’altra, l’ha già fatto prima del fischio d’inizio. Che non è certo dei migliori: al 16’ il nuovo innesto Bazzani porta in vantaggio i Biancocelesti, ma si va all’intervallo in parità, grazie all’ennesima rete del lungagnone al 42′. Punizione di Corini per la torre: un marchio di fabbrica che non lascia scampo. Nel secondo tempo, entra Terlizzi al posto di Barone. Segnali di catenaccio: no, non è da Francesco. Non è neanche tempo per il suo ventaglio: quel distendersi all’arrembaggio che vedremo meglio in un altro Palermo. Più condito da ulteriore talento, certo. Ma la tanta roba risponde già presente: infatti, ci si stropiccia gli occhi. Che ci fa ‘Zizou’ in maglia nera e rosa nell’area laziale? Sì, perché sembra di vedere il fuoriclasse francese, quando al 66’ il numero dieci colpisce in mezza rovesciata quel pallone al volo su azione susseguente ad un corner. È solo, in area: potrebbe stopparla, controllarla e invece ci mette quell’istinto divino che ha fatto del calcio l’unica religione che non ha atei. Verrà eletto all’unanimità il gol più bello del campionato e non poteva essere altrimenti. Questo va a referto: a Le Roi Platini, in Giappone, andò peggio. Annullato e lui per terra sdraiato. Non tanto la preparazione, ma l’esecuzione finale mi riporta indietro di un ventennio. Al novantesimo, col contributo di un devastante Mario Alberto Santana, sarà ancora Toni a metterla: Luca si concede il siparietto e chiude il sipario prendendo la bandierina del corner, quando i padroni di casa ammainano la loro. Passeranno pochi giorni e sarà la più grande di tutte a cadere al cospetto della rivelazione del torneo. Altro che salvezza: si arriva in Europa. E si capirà un’altra cosa: quel che la favola inventa, la storia talvolta riproduce. Paolo Condò dice: ‘Zauli potrebbe essere definito un dieci e mezzo, una via intermedia tra il rifinitore moderno alla Zidane e l’esterno d’attacco alla Lentini. In più, ha un fiuto del gol superiore.’ Parole sante.

Dario Romano
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BAFFO D’ORO

Gabriele Messina, SSC PALERMO

Quindici reti, per compiere la missione promozione. Il Palermo retrocesso punta forte alla pronta risalita ed ai giovani scalpitanti e talentuosi, affianca il bomber di categoria: una garanzia. Dalla Calabria con furore, arriva Gabriele. Salta all’occhio il baffo, d’oro come il malto: non per l’aspetto, ma di fatto. Non è la Moretti, ma la pur sempre schiumosa Messina. L’avversaria d’eccellenza è proprio la formazione peloritana, ma la differenza sta tutta nel nome della punta in maglia rosa. Sarà una coincidenza: ma in riva allo stretto, più che altro, una maledizione. Tre punti di distacco risultano troppo, dalla coppia Catanzaro e Palermo. Il gioco è fatto: il biglietto per il salto in alto è staccato a tempo debito. Decisivo, il virgulto buono per una stagione: Gabriele vanta trascorsi non indifferenti, tra tutti un’eliminazione a scapito della Juve in coppa. Con i Galletti baresi, Messina compie un’impresa: Fiorentina e Madama matate da una formazione di terza serie, giunta fino in semifinale. Per l’animale d’area, una gran scorpacciata: dodici marcature in campionato e sei nella competizione che da passeggiata divenne una cavalcata, quasi trionfale. Il Palermo ci vede bene e sceglie altrettanto: per il ritorno in cadetteria, il deludente Pircher non basta. In giro, non c’è di meglio ed il matrimonio va in porto. Ricordo con affetto, il centravanti con un po’ di pancetta ed il volto familiare: poliziotto, postino, autista. Gabriele Messina potrebbe essere chiunque. Invece, è un attaccante con i fiocchi: i numeri, lo certificano senza alcun dubbio. Il rodaggio col Crotone e l’affermazione a Trapani valgono una valigia sempre pronta. Una carriera curiosa e se non è record, poco ci manca: da Cava a Cosenza, ogni anno una partenza. Ed escludendo l’esperienza lombarda, la firma in calce è sempre quella: Gabriele, la mette che è un piacere. La regolarità è impressionante, nonostante le difese arcigne di moda a quei tempi. Nella foto lo vediamo al debutto, nel match d’esordio in campionato del Palermo: il teatro non è la Favorita in ristrutturazione, ma il Provinciale di Trapani. La maglia gialla, il Gronchi Rosanero: roba per collezionisti. Il team di Tom Rosati è una compagine ben strutturata, per la categoria: il racconto della stagione al fulmicotone lo trovate in questa stessa sede. Aggiungo il ricordo personale di un professionista serio, attaccato alla maglia anche se per un battito di ciglio. Messina era questo: l’uomo giusto al servizio del sodalizio. Ovunque è andato, ha lasciato il segno: anche il Lombardia. Perché chiude a Crema, col botto. Era questo il suo sassolino nella scarpa: prima di appenderle entrambe al chiodo.

Dario Romano
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LA JUVE DEL SUD

UNIONE SPORTIVA PALERMO 1951-1952

Diecimila lire. Una scommessa reale: non è una burla. Il Principe Raimondo Lanza di Trabia fa sul serio. Vuole sfidare la Juve, ma ci aggiunge il tocco di classe: in tutti i sensi. Si affida a Gianni Agnelli: chiede, scruta e, perché no, copia. Non gioca sporco: si è reso conto che, nel calcio, spendere non basta. Gli uomini giusti al posto giusto ed il gioco è fatto: il risultato, uno squadrone che fa sognare e dimenticare. Troppi fantasmi, allo sfondo e fino in fondo. Il Palermo, per Raimondo, è uno svago e sta per diventare un vizio. Il resto, è leggenda. Quella che vedete schierata alla Favorita è una delle formazioni Rosanero tra le più competitive di sempre. Un gradino sotto al ‘Palermo miracolo’, una buona spanna altrettanto prima dell’avvento del nuovo millennio, sotto il segno del zampariniano. Il complesso guidato da Remo Galli inizia la stagione della consacrazione col botto: la massima serie edizione 1951-1952 vede ai nastri di partenza un Palermo pronto all’assalto. L’obiettivo, è migliorare il decimo posto e dare fastidio alle grandi. Fino ad un certo punto, poiché il colpo grosso sembra anticipare le più rosee previsioni: il percorso verso la gloria, sembra accorciare i tempi. I meriti di ‘Gipo’ Viani, che col Presidente ne ha viste di tutti i colori, risultano evidenti. Il suo modulo, passato ai posteri come ‘Vianema’, nasce a Salerno e si evolve a Palermo. ‘Lo sceriffo’, che nel calcio italiano traccerà un solco bello grosso anche per vicende meno lusinghiere, modifica il ‘Sistema’ adottando una figura che per l’Italia pallonara sarà storia: il ‘libero’, che interpreti eccelsi porteranno a raffinare fino a farne un ruolo chiave. L’idea è chiara: contro avversari più forti, bisogna coprire la retroguardia senza vergogna. Il talento affidato al reparto avanzato, può fare la differenza e si può provare anche a vincere. Viani passa alla Roma, relegata in serie cadetta: lascia una squadra collaudata, già arricchita da elementi di spessore. Il fuoriclasse, è la ciliegina di una torta ben farcita. Helge Bronée non ha bisogno di presentazioni: è il danese, il più forte. ‘Cesto’ Vycpálek e Dante Di Maso lo sono altrettanto, ma il fuoco dentro è appannaggio del vichingo. Si parte forte e si evince che è proprio la difesa, a tenere botta. La squadra resta imbattuta fino all’undicesima giornata. La vittoria a Napoli, con le reti di Bronée e Giaroli, inorgogliscono un Principe che non crede ai suoi occhi. La scommessa con l’amico e rivale dall’altra parte dello Stivale non sembrerebbe azzardata. Un filmato d’epoca ritrae a bordocampo un Raimondo felice, partecipe alla festa dalla panca. Ma è un fuoco di paglia. I segnali che il giocattolo sta per rompersi arrivano presto: l’incornata a domicilio del Toro il primo segnale. La reazione col Padova prelude al tracollo, proprio a Torino, al cospetto di una Juve rivelatasi fin troppo forte. Gli italiani Ermes Muccinelli e la ‘Marisa’ Giampiero Boniperti, spalleggiano un sontuoso John Hansen. C’è del buono in Danimarca, altro che marcio. Il connazionale di Bronée risulterà capocannoniere di un campionato che in vetta incorona la Signora. Le milanesi ben staccate: il Milan campione in carica chiude a meno sette lunghezze. Il Palermo, d’altro canto, perde le sue sicurezze e si trasforma: in peggio. La difesa barcolla: con le grandi, imbarca troppa acqua e affonda. Una metamorfosi assurda: neanche il cambio al timone basta, per riprendere la giusta rotta. Guido Masetti, che ha fallito con la Lupa, retrocessa a mal partito, non fa meglio col Palermo. Una corazzata che deve accontentarsi di un anonimo undicesimo posto. Un passo indietro nella graduatoria, rispetto alla stagione precedente. Una serie utile rimasta a memoria imperitura ed un terzo posto a tre punti dalla vetta: a Natale, sotto l’albero, a Palermo qualcuno ci ha visto anche lo scudetto. Il progetto finisce qui: il Principe abdica. Passa la carica al Barone Carlo La Lomia. Poi, la stessa favola iniziata con una scommessa, finisce in tragedia: il nobiluomo ci abbandona. Prima Riva, poi Maradona. Ci han pensato loro, a rivoltare il calzino e realizzare i sogni di gloria del Mezzogiorno. A mezzanotte, invece, si spengono i rumori, i fanali. E si vede soltanto lui: un uomo in frack. Addio al Mondo: ma ai ricordi, no. Vero, Raimondo: era troppo bello, quel Palermo.

Dario Romano
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UN’ALTRA ATMOSFERA

L’erba è sempre più verde, al Barbera, dove si respira un’aria nuova. Il merito, è di tutti. Di Dario Mirri, soprattutto. Che ha preso il Palermo all’Inferno e lo ha riportato in Paradiso. Non siamo ancora dove si tocca il cielo con un dito, ma oltre l’atmosfera c’è una galassia tutta da scoprire e ne facciamo parte. Altro che Tuttolomondo: era appena ieri. Un battito di ciglia e dall’incubo siamo passati al sogno: con la differenza che si può toccare, giorno dopo giorno. L’addio controverso di Silvio, non sembra possa lasciare il segno più di tanto. È questo, il segnale che si evince dalla prima affermazione stagionale di un campionato spettacolare: per il blasone, le aspettative, le rose delle protagoniste. Contro il Perugia, il contraccolpo del fulmine a ciel sereno che ci ha colpito a fine Luglio, ha emesso più che altro il solito tuono: un rombo, ma non di centrocampo. Lo chiamavano centrattacco, poi centravanti, infine prima punta: per il Palermo, un diamante, quel nome da segnare col pennarello. Semplicemente, Matteo Brunori. Che acquisita consapevolezza dei propri mezzi, ha trascinato tutti quanti: a partire dai suoi alfieri, Floriano e Valente. Un rendimento più convincente da una benedetta primavera ad un’estate calda. Un lavoro immenso, quello del tecnico di marmo: il suo percorso, ha visto trasformare in oro un materiale apparso fin lì soltanto grezzo. Ma il lascito si tocca ancora con mano: balza agli occhi quella mentalità vincente che non si apprende: un po’ come il talento. Prendi l’arte e mettila da parte. Poi la manna, che abbonda: un’eredità tutt’altro che pesante. I Rosanero di Eugenio Corini sono apparsi motivati, quadrati, corti, in palla, in forma. Nonostante un caldo pazzesco, hanno retto fino in fondo. Mai speculando, ma cercando di chiuderla il prima possibile. La palma di migliori in campo, spetta agli autori delle due reti, ma tutto il complesso messo in campo dal Genio ha suonato una musica soave. Pigliacelli è un giocatore di movimento aggiunto: gli uomini di Castori, già in inferiorità numerica, sembra abbiano giocato in dieci contro dodici. Col pubblico, facciamo tredici. Mirko coi piedi ci sa fare: lo abbiamo visto sventagliare con disinvoltura, scegliendo spesso Sala, ma anche dialogare nello stretto coi compagni di reparto. Ottima l’intesa con Nedelcearu: i trascorsi dell’estremo difensore a Craiova fanno sì che parlino la stessa lingua. Qualche imprecisione per Buttaro, fra i più incornati dal Toro, ma il terzino mi ha ulteriormente impressionato. Il giovane, mostra personalità e corsa. L’egoismo non lo tradisca: la prossima volta, non tirerà in porta, se l’alternativa saprà di sfera in banca. Damiani una conferma: un settepolmoni di quelli che servono come il pane. Ma, a giganteggiare, è stato Broh. Il suo ritorno, come un acquisto col botto. Onnipresente, instancabile: un leone indomabile. L’ennesima nota lieta, è riservata ad Elia. Tale padre, tale figlio: diciamo anche meglio. E non è finita: perché Stoppa, gettato dall’allenatore di Bagnolo Mella nella mischia, mostra di che pasta è fatto. Gli accostamenti col Vasari, li lasciamo ai posteri. Ai nuovi arrivi, attesi con fermento soprattutto per il reparto di mezzo, il più scoperto, spetta il compito di alzare ulteriormente l’asticella. Purché si calino nella parte: perché, nel calcio, è la mentalità a fare la differenza. Per quel che ci riguarda, non ci resta che metterci comodi: tra gli spalti di un impianto destinato al rinnovo, di un centro sportivo nuovo di zecca. Non è fantascienza: abbiamo visto cose che voi umani…ma i tempi dei Zamparini e dei ricchi scemi son finiti. Nella stanza dei bottoni: oro, incenso e Mirri. E al Barbera: tutt’altra atmosfera.

Dario Romano
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LA QUIETE

IL TABELLONE

Dopo la tempesta. La gara di coppa contro la Reggiana ha riportato un po’ di sereno, in attesa che tra la rosa di allenatori al vaglio del City Group, venga fatta la scelta giusta. Questo stato di immobilità da parte della nuova dirigenza sta spazientendo la tifoseria, ma oltre il dovuto. Dal mio punto di vista, quella che sembrava cosa fatta (la nomina di Eugenio Corini), in un primo tempo l’ho accolta con piacere, ma a freddo ha destato le sue perplessità. Non per lo spessore, umano e tecnico, di un uomo che conosciamo bene: inappuntabile, professionale, conoscitore dell’ambiente come pochi. Neanche il curriculum da tecnico, meno brillante del ‘Genio’ ammirato in campo, mi interessa più di tanto. L’esito di una stagione dipende da fattori che travalicano i pronostici: a volte, l’uomo giusto al posto giusto risulta proprio quello che sembrava il meno adatto. Il punto fondamentale, è piuttosto un altro. Questo Palermo, scende in campo da un bel pezzo con un modulo redditizio, che ha fatto rendere al meglio i suoi interpreti. Su tutti, il fenomeno con il numero nove. Le vittorie in serie nel finale di stagione (che ci ha permesso una posizione più favorevole del previsto nei playoff) e le affermazioni a Trieste, Chiavari, Salò e Padova hanno fatto la differenza. In più, l’imbattibilità al Barbera, che perdura quasi da un anno e mezzo: un record. Sono dati che non possono essere messi in discussione da una rivoluzione copernicana. Per intenderci: non si può andare a Marassi a fare le barricate, lasciando San Matteo a predicare nella solitudine. Sarebbe un errore madornale. Contrariamente alle dichiarazioni di Baldini, il gruppo c’è ancora, come c’è la squadra. Che bisogna sfoltire e rinforzare: su questo, non ci piove. Ai giovani appena arrivati, deve seguire l’apporto di elementi di comprovata esperienza, soprattutto nel settore nevralgico: a centrocampo, la coperta è troppo corta. Ma serve un’alternativa anche davanti, che magari accenda gli animi di un popolo che ci mette poco a prendere fuoco. Il profilo migliore, per la panca che mica scotta (non siamo più nell’era Zamparini) e che invece alletta, è quello di un giovane senza grilli per la testa. Che non faccia della sua esperienza una sorta di palestra: alla De Zerbi, per intenderci. Sconfitte in serie, prevedendo un gioco che partiva dal basso come il tasso tecnico a disposizione: se non è presunzione, questa. Quindi, niente fretta. Basta un po’ di pazienza: la svolta, è dietro l’angolo.

Dario Romano
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PUGLIA

FERNANDO

In Brasile era noto con il semplice cognome: già, questa, è un’eccezione. Forse, perché il nome della regione suonava bene. Ma nel destino di José Ferdinando Puglia c’è la Sicilia: meglio per il Palermo, soprattutto. Il virgulto si segnala in patria nell’ex Palestra Italia, ovvero il Palmeiras di San Paolo. Nel Verdão, la mette per ben ventidue volte: non è una punta di razza, ma affianca un purosangue del goal. Lui sì che l’apelido se lo porta dietro: ‘Mazola’, per la somiglianza col celebre ValentinoJosé Altafini non ha bisogno di presentazioni, ma è la rivelazione di un giovanissimo Pelé nel mondiale in Svezia a segnare la svolta: il primo trionfo iridato della Seleção, è il vaso di Pandora che racchiudeva i fenomeni del Fútbol bailado. Inizia l’invasione, ma di quelle che fanno bene. A tanta manna, non rinuncia un Palermo che vuol farsi bello. Ed ecco il primo brasiliano in assoluto ad indossare la maglia Rosanero. Il colpo è grosso, poiché Fernando, come verrà unanimemente ribattezzato, alza di non poco l’asticella: giostrando tra le linee, ma mostrando una dote fondamentale, per distinguere i buoni giocatori dai fuoriclasse. Il suo governo a centrocampo è impreziosito dal tocco magico negli ultimi metri, probabilmente dovuto alle origini di una carriera troppo onesta e nulla più. Un moto d’orgoglio, il rifiuto della corte di una Beneamata guidata da un Mago che non l’ha impressionato più di tanto. A rimanere sorpreso, lo stesso Helenio, scornato dal fiuto del goal riconosciuto ad un giovane di bell’aspetto e non solo: perché vederlo in campo alla Favorita, era spettacolo garantito. L’aneddoto con Herrera è stato raccontato a più riprese, facendo passare in secondo piano la sostanza. In abbondanza, per un giocatore che disputa all’ombra del Pellegrino la sua stagione migliore, sulla falsariga delle gran prestazioni con lo Sporting di Lisbona. Per intenderci, quando totalizzava una media di una rete a partita. Poi, succede qualcosa: le sirene bianconere, che non portano bene. Un fuoco di paglia, visto che Puglia indosserà la casacca della Vecchia Signora in una sola occasione: trasferta in coppa, in quel di Brescia. Il Fernando che torna subito al Palermo non è più lo stesso. Ci aveva visto giusto, in quell’aereo che dal Portogallo lo stava portando fino alla Conca d’Oro. A volte, basta un tocco lieve, un incedere breve, senza grilli per la testa: piuttosto che il passo più lungo della gamba. Con questo giocatore si apre una tradizione importante: quella dei brasiliani in salsa rosa. A seguirlo ed accompagnarlo, un non altrettanto brillante Faustinho. C’era anche la ciliegina: al già presente Rune Börjesson, si aggiunge un altro svedese d’eccezione. Un fuoriclasse, ma Nacka Skoglund farà soltanto sei apparizioni: la stagione del salto di qualità, finisce nel baratro. Nel nuovo millennio, si rivede un po’ di samba con Marco Aurélio. Il picco, con Amauri e Fábio Simplício: tanta roba. Non me ne vogliano: ma a Palermo, nonostante tutto, preferiamo il tango.

Dario Romano
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PAROLA DI MATTEO

Ne abbiamo sentite tante. Troppe, nel gran rifiuto di fine Luglio: con tutto il bene che ti voglio. L’addio di Silvio lascia un nervo scoperto, inutile nasconderlo. Non mi ha convinto più di tanto, soprattutto per i tempi. Dai proclami sbandierati al vento ad un soffio scaturito dal malcontento, il passo è stato troppo breve. Ce ne faremo una ragione. E mentre dalla stanza dei bottoni si sfoglia l’ampia rosa dei papabili allenatori, riecco i colpi di Brunori. Denari ben spesi, per un attaccante ancora più forte di ogni ottimistica previsione. In spaccata, di testa, dal dischetto: un repertorio completo, che lo porta alla prima tripletta in maglia rosa. Si spalanca anche la porta di casa, dove entrerà il pallone. Tra fiumi di parole e fulmini a ciel sereno, il tuono ha il suo rombo: altro che percorso. La parabola dei Rosanero è scandita dalla parola di MatteoStefano Di Benedetto schiera il Palermo con lo stesso modulo di Baldini: saggio, ci mancherebbe altro. Ma è su questo punto che bisogna battere il chiodo: che stia ben fisso. Il profilo di Eugenio Corini, prima certo e adesso soltanto in pole, garantisce serietà e professionalità, la conoscenza giusta dell’ambiente ed una dose di riconoscenza non indifferente. Ma non convince, ammettiamolo. In panca, il Genio non ha impressionato. Mi ha colpito, d’altro canto, il non voler agire in fretta. Il City Group sta vagliando: è cosa buona e giusta. Spero tengano conto anche del modulo che ci ha portato in alto: le vittorie in serie in trasferta nascono dall’approccio tattico e psicologico. La mentalità: un altro punto da tenere in considerazione. Battuta l’onesta Reggiana dell’ex Aimo Diana, ci si appresta ad una gara dal sapore dolce della massima serie. Godiamocela, perché la festa di un Giugno indimenticabile, nella nostra testa, non è ancora finita.

Dario Romano
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IL GENIO

EUGENIO CORINI

Il capitano nei pressi della bandierina del corner. È gialla, ma è come fosse bianca. Al triplice fischio, la vede come sventolare sul ponte di comando: è la resa. Rabbia e frustrazione prendono il sopravvento. Nessun colpo di Genio, stavolta. Prevale la passione Corini alza il pallone: lo calcia in alto, verso il firmamento. Ha perso, il Palermo. Lui non ci sta. Sa riconoscere la sconfitta, ma vorrebbe già una nuova disfida. Perché un vero capitano tiene la rotta e scansa la deriva. La disfatta come una risacca, ma è il preludio alla rivalsa. Ordine, dovere, disciplina e talento. Sono le stimmate del leader ed il giovane calciatore di Bagnolo Mella le ostenta precocemente. Alla Juve affina lo stile: quello DOC, non il contraffatto. Alla Samp, tale carisma è mal digerito, poiché il Mancio mette i paletti: comanda lui. E allora Eugenio pianta i suoi: si prende la penisola, da nord a sud. Templare e pirata, per terra e per mare. Fa del Chievo la sua Gerusalemme, per poi sbarcare alla Nassau del mediterraneo. Col Sacro Graal, Palermo è L’Avana e andiamo a saccheggiare. Quanti bottini, caro Corini. Vessillo nero al vento con l’Aquila che fa spavento. Terrorizza più di un teschio e la ciurma ha il rosa dentro. Onde, tempeste: poca cosa. Piuttosto, tanta roba a iosa. Crapa pelata, sulla spalla la bestia alata: finiranno bendate. L’isola non è più come prima: ‘qui è come Hiroshima!’. Ma non abbandoneranno mai la nave. Piuttosto, ci si affonda. I tesori? In laguna, sull’altra sponda. Va bene, mio capitano. Con te, il naufragar m’è dolce in questo mare. Eroe di due Italie. Sfrego la lampada, ed esce ancora, il mio Genio. Rimasto incastonato, nella memoria. Come un diamante, gemma rara. Infinitamente, è per sempre. Non è una rispolverata, neanche una minestra riscaldata. Io ci credo. Non altrettanto alle parole di Silvio: non mi ha convinto. Finisce qui il percorso dell’uomo di marmo. Gli dobbiamo molto, tanto. Non mi pronuncio: a caldo, la ferita fa più male del dovuto e le parole, a questo punto, contano poco. I fatti, ci dicono che Eugenio Corini sarà il nuovo allenatore del Palermo. Stavolta, la bomba atomica, non lo disturberà più di tanto: è scoppiata ieri.

Dario Romano
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LA STORIA SIAMO NOI

IGNAZIO MAJO PAGANO

Non è un vero e proprio allenamento. Siamo agli albori del football: giunto un po’ in ritardo, nello Stivale. Mentre al Nord si assegna già il titolo nazionale, nel meridione si inizia con lo scoprire, lo sperimentare. Il tempo per rimediare, non manca. Ignazio Majo Pagano, in tenuta da caccia ed in bianco candido in mezzo al campo di via Notarbartolo, è intento nel rudimento. Ha portato i palloni da Albione, mentre le maglie sono invece un insieme di bianco, rosso e blu. Ne scaturirà il primo completo che con i colori del Portsmouth FC non aveva nulla a che vedere. Ebbene, tenetevi forte, se ancora non lo sapete: i Pompey indossavano, guarda caso, una casacca rosa salmonato, ispirata ai colori dei tram in uso nella città portuale. Il resto, è storia. I primi calci nel terreno concesso dai Whitaker, la scelta azzeccata di una combinazione cromatica inconfondibile, le sfide della LIPTON CUP, assegnata definitivamente ai Rosanero dopo il disastro tremendo che colpì lo stretto. Poi il debutto, in una massima serie che si era data un nome: SERIE A. A lungo, un’ossessione: a tratti, lo zenit della nostra passione. Il trofeo del magnate del tè è stato fuso: un Sacro Graal che non figurerà mai nella sala coppe. A qualcuno verrà da ridere: non siamo mica il Milan, l’Inter o la Juve. Eppure, vi posso assicurare che il Palermo vanta una bella collezione. Cimeli accumulati in più di un secolo di storia: tra doni e scambi, tornei improvvisati e trionfi meno roboanti delle competizioni ufficiali. Io li ho visti: al Barbera, in una stanza che racchiude un tesoro che prima o poi rivedrà la luce. Per non parlare dei collezionisti, possessori dei pezzi più pregiati. Del resto, fate un po’ di conto: ad esempio, uno sportivo qualunque, anche un semplice dilettante. Che fatica a trovare spazio per i riconoscimenti vari ed eventuali: ne hanno accompagnato partecipazioni più o meno lusinghiere. Paragonate il tutto alla parabola di un sodalizio più che centenario ed il gioco è fatto. Pensate alla Pro Vercelli: in rete potrete ammirare qualcosa del genere. Le Bianche Casacche che figurano orgogliosamente nell’Albo d’oro del campionato italiano: la punta di diamante del celebre ‘Quadrilatero’ piemontese. Sette titoli, ma una sbirciata alla loro raccolta toglie il fiato: impressionante. Giù il cappello: per questo, quando il Palermo si appresta a scendere in campo, la prima sensazione che mi investe è il rispetto per l’avversario. Il blasone che porta, anche se vive tempi di vacche magre: ci siamo passati, li abbiamo vissuti ripetutamente. Partiti da quel terreno spelacchiato, con quei fiori di campo che lo rendevano macchiato e più ingiallito del dovuto. Nel mezzo, il nostro padre putativo. Da via Notarbartolo a Boccadifalco, il passo è un viaggio nel tempo lungo 122 anni. Tanta acqua, sotto i ponti. E tanta storia: quella, siamo anche noi.

Dario Romano
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