IL MUSEO DEL PALERMO

PALERMO FOOT-BALL CLUB 1907

La destinazione delle foto restaurate e colorate da ilpalermo.netGiovanni Tarantino ha realizzato il sogno di ogni tifoso, perché la memoria storica riconduce al senso di appartenenza. È qualcosa che ci manca. Nel nostro piccolo, gli sforzi saranno incentrati soprattutto a questo scopo. Nel sito e nella pagina troverete una sezione storica, i quadretti, i tabellini delle varie stagioni, senza trascurare l’attualità. Una produzione propria: poiché, ogni post, richiede tempo e passione. La passione che ci lega ai nostri colori. Rosa come il dolce, nero come l’amaro. Lo sono dal 1907.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

HAKUNA MATATA, MAKINWA

La massima serie ritrovata, dopo più di trent’anni. Subito, un sesto posto che vale la qualificazione alla COPPA UEFA. Palermo sta vivendo un sogno, di quelli che no, non vogliamo proprio svegliarci più. Cambia comunque il timone: la sfiorata qualificazione alla CHAMPIONS LEAGUE induce Francesco Guidolin a lasciare il Palermo’Parlerò dopo…’, afferma, contrariato per la gara contro la Sampdoria a Genova, compromessa da un calcio di rigore inesistente: Fabio Grosso, la provvidenza dell’imminente Mondiale, il protagonista dell’episodio incriminato. Per affrontare la nuova stagione, Zamparini e Foschi attuano la prima rivoluzione: ci faremo l’abitudine. Arriva Gigi Delneri, il fautore del ‘miracolo Chievo’. Cambia il sistema di gioco: sarà zona pura. Lasciano ‘Zizou’ Zauli e Luca Toni, il lungagnone autore di cinquanta reti in due stagioni. Per il friulano, presto imboccherà il viale del tramonto: in realtà, sta svoltando verso quello del trionfo.

Per sostituirlo adeguatamente, arrivano due rinforzi tosti: l’‘Airone’ Andrea Caracciolo ed il nigeriano Stephen Makinwa. Il primo è un emergente: le caratteristiche fisiche sono quelle di Toni, in più aggiunge la velocità in progressione. Farà fatica ad emularlo, oscurato dalla sua ombra: prima incombente, poi sempre più ingombrante. Il secondo stimola di più la curiosità della tifoseria, ansiosa di innalzare il suo nuovo Totem. Le premesse ci sono tutte: Makinwa, tra Genoa ed Atalanta, nell’ultima stagione va a segno dodici volte, denotando fiuto per il goal, opportunismo, una discreta corsa, qualità tecniche e soprattutto ‘fame’. Marchio di fabbrica: la capriola ad ogni realizzazione. Comincia col botto, realizzando una doppietta contro il Famagosta. Una partita che temevo, poiché  all’andata abbiamo prevalso con una sola rete di scarto. Basta un golletto e siamo fritti. L’allenatore dell’AnorthōsīKetsbaia, stavolta smette i panni di giocatore e di capitano: si accomoda in panchina. La crapa pelata, in campo, resta quella del ‘Genio’. Una scelta perdente: si vede da subito che i ciprioti hanno perso la bussola. A Nicosia, pioveranno reti, tutte di marca Rosanero. Un uragano che si abbatte con arte tutto da una parte: la porta dei padroni di casa. A segno Caracciolo da subito, poi si dilaga nella ripresa. Ad intervallare la doppietta di un incontenibile Makinwa, quella di Santana. Ha segnato pure in Europa, l’uomo dei record in tutte le categorie, anche quelle che non mi sarei mai aspettato. Passiamo il turno, siamo nella fase a gironi. Il mese di Settembre si chiude alla grande, per il nigeriano e per il PalermoStephen è autore della terza rete che umilia l’Internazionale di Mancini, sotto di tre reti e poi riabilitata parzialmente dalle due di Cruz, che sciacquano la faccia dell’allora ‘Mister X’. Sembra il preludio di una nuova stagione d’amore: sarà l’anticipo di un film che abbiamo visto e rivisto. Delneri ci mette del suo: schiera sempre la stessa formazione, tra campionato e coppa. E i ragazzi scoppiano. Arriva così il quarto esonero dell’era Zamparini: ne abbiamo perso il conto. Makinwa volteggerà per altre quattro volte, poi viene ceduto alla Lazio. Quello verso la capitale, potrebbe essere il salto definitivo: sarà un volo nel baratro. Non vede più la porta, viene girato in prestito all’estero, persino in LEGA PRO, fino a chiudere in Slovenia. E mentre Luca Toni scala i vertici del calcio internazionale, trionfando in Germania per poi conquistarla tutta, il nigeriano smette i panni da gazzella della savana e si ritroverà sperduto in una giungla che non perdona: quella del Calcio. Hakuna Matata, Makinwa.

Dario Romano
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APRITI CIELO

SOCIETÀ SPORTIVA CALCIO PALERMO 1984-1985

C’è tanto calcio, in questa foto che ritrae la rosa del Palermo edizione 1984-1985, con annessa promozione e tanta commozione. Una stagione da libro ‘Cuore’, conclusa positivamente sul campo per il valore della compagine, completa in ogni reparto, ma anche per la conduzione di un campionato emozionante, condito da scontri vissuti fino all’ultimo respiro. Tutto il negativo, accade durante e dopo il raggiungimento del traguardo: al tifoso Rosanero, non mancherà mai il doppio gusto del dolce e dell’amaro. Un torneo anomalo, dove a prevalere è l’equilibrio: si segna poco, si prevale spesso con il minimo scarto ed il risultato resta in bilico, per la ‘gioia’ delle coronarie proprie ed altrui. Alla fine, un bel sospiro di sollievo, con un primo posto a pari punti con il Catanzaro, che ci relega secondi in graduatoria per una differenza reti dove non c’è storia. Altissimo rendimento per Giuseppe Lorenzo, autore di diciotto marcature, supportato nel reparto avanzato dal ‘genietto di Fuorigrotta’ Gaetano Musella: tanta manna a disposizione per il loro allenatore, G.B. Fabbri. I calabresi raggiungono quota 54, mentre le altre, a stento, superano la trentina di realizzazioni. I Rosanero staccano il biglietto per la cadetteria anche grazie a questo aspetto. L’attacco non risulterà ‘monstre’ come quello della capolista, ma è di tutto rispetto: un referto aggiornato per 44 volte. Per la concorrenza, basta e avanza. A farne le spese, un Messina mai domo, che prevale al Celeste all’andata e cade in quella sorta di spareggio, deciso da Totò De Vitis, nel mese di Maggio. Vittoria decisiva in una Favorita stracolma, in un derby per giunta. Il Messina allenato da Franco Scoglio, con Carmelo MancusoGiuseppe Catalano e Totò Schillaci tra i protagonisti indiscussi. Quelli nostri, abbondano altrettanto. Racchiudono un pezzo di storia e non soltanto a tinte Rosanero. A partire da Claudio Ranieri, che le migliori soddisfazioni le ha raccolte dalla panca: quella che conta, compresa una favola difficile da dimenticare. Un Signore, da giocatore e da grande allenatore. Nella foto lo affianca, guarda caso, Gianni De Biasi. Che ai suoi nipoti, più che le favole, potrà narrare di belle avventure: ne sta accumulando, infatti, di diverse esperienze altrove. Più che altro all’estero, come un missionario: laddove il denaro, ancora, non la fa da padrone. Al suo fianco, ecco un giovincello dal futuro assicurato: Antonio De Vitis. Figlio di Gino, ex capitano del Lecce e padre di Alessandro, ora al Pisa‘Totò’ risulta decisivo, con otto reti e quel movimento continuo a togliere punti di riferimento ai difensori avversari. Crea spazio, dove si infilano che è un piacere gli altri avanti. Lo avrei voluto tenere, perché il talento di questo attaccante si era soltanto cominciato a vedere. Se lo gusteranno eccome, questo cannoniere abile nel gioco aereo: il suo volo parte dal sud e dalle serie minori e si conclude al nord, compresa la massima serie, dove dimostra di poterci stare. Fa molto meno male Hubert Pircher, il bidone. Inutile girarci intorno: un fallimento, il prescelto per sostituire nientemeno che Gianni De Rosa. E pensare che Enzo Bearzot ci aveva fatto più di un pensierino, per portarlo addirittura al Mundial di Spagna: da oggetto prezioso a misterioso. Come quel nome curioso: Tebaldo. Impossibile non pensare a lui, le poche volte che mi torna all’orecchio. Bigliardi inizia ed esplode col Palermo, forgiato a dovere nei primi passi dal boemo Zdenêk Zeman ai tempi delle giovanili. Attento e preciso, si fa baluardo, guadagnando la retroguardia e la ribalta del Napoli scudettato, innalzato in Paradiso da un Diego indemoniato. Sarà colonna dell’Atalanta, prima di un gradito ritorno che lo riporterà ancora a Bergamo. Il palermitano Rosario Biondo è soltanto all’inizio di una lunga carriera ricca di soddisfazioni. Un difensore arcigno, che da Mondello salpa con tanto orgoglio, affinando il bagaglio fino all’esordio nel calcio che conta. Al Via del mare, col Lecce, una sorta d’istituzione. Giovanni Costa ha poco spazio, ma lo sfrutta al meglio: è suo l’assist per De Vitis, nell’occasione del prezioso goal che vale una stagione. Le stagioni di Valerio Majo, invece, sembrano infinite. Il biondo centrocampista, riconoscibile nel terreno di gioco per la folta chioma dorata, c’è sempre: impossibile non scorgerlo nelle schierate tra gli anni settanta e ottanta. La stagione seguente, quando gli eventi divennero travolgenti, stupidamente pensavo che potesse fare qualcosa. Che innocenza: altro che cordata, la mia cavalleria immaginaria era guidata dal mio condottiero, il veterano Valerio. Passo al francobollo: proprio Franco, che di cognome fa Falcetta e che in campo si appiccicava e martellava come i marcatori di una volta. Gli restano poche apparizioni, dopo l’esperienza all’ombra del Pellegrino, dove sfiorerà il centinaio di oneste presenze tra i cadetti. Un capitolo a parte, se lo merita Gabriele Messina: la punta necessaria e imprescindibile, puntuale nello sradicare le difese avversarie. La mette quindici volte. Della serie: ma dove vai, se l’attaccante di categoria non ce l’hai. Passiamo ai seduti: da sinistra, troviamo Giuseppe Testa. Una capa inquieta, uno scugnizzo che, quando mette giudizio, mostra il bacio di un talento sopraffino. Il piccoletto è una valida alternativa del fantasista titolare, seduto dalla parte opposta. Giuseppe Guerini è il punto di riferimento, per un Palermo dove il connubio tra giovani di belle speranze e chiocce scafate funziona alla grande. Quella zazzera riccioluta e confusa, in mediana, si fa braccio e mente, giungendo spesso alla conclusione che gli vale la soddisfazione della rete personale, per otto volte in tre campionati. Tre come i tornei da reietto: sarà squalificato per il ‘Totonero-bis’. Ci riprova col Foggia, ma è poca cosa: appena sette presenze, vissute come una purificazione. Nuccio Barone lo ricordo sulla copertina di ‘Palermo Mio’, quello tascabile e con quel profumo inconfondibile. ‘Carboncino’ finisce coinvolto nel fattaccio, ma la punizione non lo sfiora più di tanto. Più che le scommesse, è proprio lui la scommessa. La trafila Rosanero, una marcatura, una promozione, la squalifica di cinque mesi e si riparte: alla grande. Con Zemanlandia, il Foggia infuoca il calcio dello Stivale e Barone si prende la sua parte. Uno spettacolo che non possiamo dimenticare, come le sue diciassette marcature tra i Satanelli. Tornerà, per una toccata e fuga, dopo una bella carriera da spendere ancora in Campania, per un centrocampista dal tocco fino che ricordo dalla parte sbagliata: con Pino CaramannoNuccio è nel campo avverso, in quello scontro diretto che ci vietò la doppia salita dopo la rinascita. Angelo Conticelli è riserva momentanea: un ruolo soltanto rimandato e già vissuto. Toccherà a Giacomo Violini, il ruolo di vice Paleari. Il baffuto guardiapali, per un centinaio di volte a difendere la nostre porta e le tante altre per quelle di un bel pezzo di Belpaese. Completini all’avanguardia, Franco ha quell’aspetto da esperto e furbo, come un estremo difensore deve essere. Una saracinesca, una sicurezza per il reparto e per gli ansiosi: la raccoglieva dal fondo della rete soltanto quando non c’era proprio nulla da fare. Un portiere da amare, presto protagonista tra i protagonisti di un grande Messina. A Lecce, preparatore d’eccezione al servizio di portieri eccezionali: per Paleari, davvero una vita tra i pali. Marco Cecilli non è un pesce fuor d’acqua, in questa rosa. Un lombardo tra tanti meridionali, che ha assaggiato il Mezzogiorno col Cosenza, ma ha speso gran parte della carriera nel nord d’Italia. Eppure appare sempre sorridente: accumula venticinque presenze in due stagioni per cuori forti, in tutti i sensi. Per il difensore, al Varese l’esperienza più longeva, al Bologna la pagina storta: è la prima retrocessione felsinea della storia. A Palermo vedrà di peggio, comunque sempre col quel sorriso ad accompagnare il mio ricordo. Mario Piga scrive una pagina indelebile ad Avellino: gli Irpini possono esultare per una storica promozione, grazie alla sua celebre realizzazione contro la Samp. Il goal sarebbe il suo pane, ma Mario è soprattutto la Torres. La Sardegna è la sua terra e proprio a Sassari Piga figura tra i Turritani più forti che il sottoscritto ricordi: mi venivano i brividi, quando si affrontava una squadra che annoverava tra le sue fila pure Massimiliano Favo e Gianfranco Zola. A farsela sotto, tuttavia, doveva essere più che altro il difensore di turno designato alla marcatura del famigerato: ovvero Pietro Maiellaro. Un funambolo, un mancato fuoriclasse perché nel calcio, a volte, ci manca quel poco che può fare la differenza. Pietro lo sa, che ne ha le possibilità. Viste a tratti anche dalle nostre parti, in due occasioni: quando torna, Maiellaro non è più un ragazzino, ma un giocatore che ne ha viste di tutti i colori, dopo aver fatto vedere i sorci verdi a diversi giocatori. Il meglio tra i Galletti in Puglia, tra cui spicca un goal da quaranta metri contro il Bologna, ma il repertorio è vasto: con i Viola, poco spazio, ma ha la fortuna di allenarsi con campioni veri e compagni di altissimo livello, da Batistuta a Borgonovo. I tifosi della Fiorentina non lo scorderanno, soprattutto quando, con la maglia del Cosenza addosso, come fosse Baggio salta mezza squadra gigliata, umiliata infine con una rete memorabile. Questo, il Maiellaro che ci ritroveremo: ancora forte, ma al prossimo canto del cigno, in un Palermo che sembrava fortissimo e finito soltanto dodicesimo. Niente male, quindi, la rosa della promozione che precede la radiazione. La pagina nera dell’annata si apre con l’omicidio di stampo mafioso del 23 Febbraio 1985. Il Presidente del Palermo Roberto Parisi è un imprenditore di successo, ma anche un uomo sfortunato: aveva perso la prima moglie e la figlia nell’assurda strage di Ustica. Gli subentra Salvatore MattaDomenico ‘Tom’ Rosati è l’uomo giusto al posto giusto: scelto per il salto, riesce a compiere la missione prima di lasciarci per sempre. Una lunghissima carriera da allenatore, culminata con la promozione che aprì uno squarcio in un cielo che sembrava sempre più addensato da nuvole minacciose. Rosati è colpito da un male incurabile ad appena tre mesi dalla conclusione del campionato. Guardavo a quel pezzo di cielo che si era aperto speranzoso: un barlume di luce, negli anni difficili di una Palermo che finiva in prima pagina sempre per motivi tutt’altro che lusinghieri. Mi ero sbagliato di brutto: da quello squarcio, stava cadendo giù di tutto. Compreso il mio incubo, la mia maledizione: la maledetta radiazione.

Dario Romano
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IL SENSO DI APPARTENENZA

VITTORIO MASCI

Aprile 1981: un ragazzino ‘gioca’ con il telecomando. Sono pochi i canali a disposizione. Tra non molto, aumenteranno e nascerà un altro passatempo: lo chiameranno ‘zapping’. Ad un certo punto, il piccolo virgulto si imbatte in uno studio spoglio, ma colorato dalle sciarpe degli astanti. Saranno una decina, seduti e bardati dai colori rosa e nero. Il conduttore della trasmissione è in ansia, poiché è saltato il collegamento. Poi appare una schermata scura, con la scritta bianca tremolante: PISA-PALERMO-1-1. Si esulta come una vittoria in ‘zona Cesarini’, un modo di dire che ancora non conoscevo. Perché il Palermo non sta vincendo, ma ha fatto goal fuori casa: una rarità, spiegano dalla diretta. Due giorni dopo, finalmente, sulla stessa emittente posso vedere la differita. E quelle maglie rosa, i calzoncini neri ed i calzettoni bianchi. Quest’ultimo particolare attira di più la mia attenzione: infatti, fa spiccare il movimento delle gambe dei giocatori. Si muovono al piccolo trotto, come intimorite. I Nerazzurri, invece, corrono come matti ed è un assedio. I Rosanero, che rappresentano la mia città, sembrano piuttosto dei maialini destinati al macello. E mi viene la voglia irrefrenabile di correre da loro per incitarli, maledizione. Ovviamente non a Pisa, ma alla Favorita, che sarà la mia seconda casa, il mio teatro dei sogni. Scoprirò che noi abbiamo il sole e loro la nebbia, che uno stadio può ribollire come un catino e farti battere forte il cuore, mentre battiamo tutti le mani all’unisono, saltiamo come forsennati e urliamo, qualora non fosse chiaro: ‘chi non salta è catanese’. Era la mia piccola guerra: altro che soldatini di plastica. Un colore ben definito contro tutti gli altri colori: il colore di una città multicolore, avvolta del nero di una cronaca sempre più nera. Ti sentivi come un piccolo Davide che prova ad abbattere i tanti Golia, perché gli altri, spesso, erano i più forti. Alcuni si portavano dietro il blasone, quello pesante e tuttavia schiacciato da demeriti che con lo sport avevano poco a che fare. Il Milan, la Lazio: club solo di passaggio, ma con un assaggio che non potranno dimenticare. Di quella Favorita che, a volte, faceva davvero tremare: oltre ai brividi farti provare. Unico, lo scenario mozzafiato: col Monte Pellegrino sormontato dal castello Utveggio: un baluardo come sorta di monito, con quel colore rosa che, guarda caso, lo caratterizza. Quando ci si dispera, abbiamo pure il conforto della vicina Santuzza, che proprio nel promontorio alberga. Per non parlare dell’acustica: musica unica, per le nostre orecchie. Fino al boato che le avrebbe dolcemente assordate. Passano così, le settimane: scandite da vittorie e sconfitte, interrogazioni a scuola per compiti fatti col pensiero altrove, partitelle per strada a ‘Porta Romana’ condizionate dall’esito domenicale. Perché rendevo meglio in tutto, quando il Palermo vinceva, peggio quando perdeva. Un segreto che mi sono portato addosso, in quella che ormai era diventata la mia seconda pelle. Ci si mette anche il nostro simbolo stilizzato, che nel cuore finirà per sempre incastonato. Un’Aquila che stilisticamente ha già sprigionato le sue ali, pur se non si vedono: basta la testa, rivolta a sinistra. Il volo è immaginario, concepito per proiettarsi nei tempi moderni. Nel mio piccolo, invece, me ne stavo con i piedi ben piantati per terra. Avvertivo l’ansia da prestazione, pur se avevamo uno squadrone, almeno a parole o su carta: quella dei giornali, degli almanacchi o degli album targati Panini. Credo che ogni tifoso vero dei Rosanero li abbia vissuti per davvero, questi sussulti interiori, in tutto l’arco degli anni ottanta. C’è anche un capitolo che ho affrontato a parte: un dito che affonda ancora nella mia piaga. Un incubo chiamato ‘Radiazione’: sfocia nel mio primo pianto d’amore. Privato non di un semplice giocattolo, ma di una ragione di vita: quell’altalena infinita, che mi accompagnerà per il resto della mia esistenza. Allora come oggi, mi sentivo un leone, quando si avvicinava la gara da disputare in casa, un agnellino quando leggevo la destinazione del prossimo appuntamento. Trieste, Varese, Brescia, Cremona e sempre più giù, da Nord a Sud per tutta l’Italia, fino a Catania: la partita che valeva una stagione, all’andata ed al ritorno, senza distinzione. Ci si preparava sempre, per quella battaglia dalla connotazione sportiva: non ho mai avuto paura, neanche quando ho messo piede su spalti avversi, tutt’altro che accoglienti. Con quel muro che sembrava infinito, gremito di ultras avversari col coltello tra i denti. Purtroppo, alcuni lo avevano per davvero ed erano pronti anche a fare male: per la preoccupazione di mia madre, che lo aveva sempre immaginato, quel lato scellerato. La violenza non mi ha mai sfiorato: speravo che a prendere lo scalpo, fosse soltanto il mio Palermo. Lo stadio come un’arena, con gli astanti ad incitare i protagonisti in campo, i gladiatori dei tempi moderni. Si rovescia l’ordinario per uno spettacolo straordinario, a prescindere da quanto offerto dai ventidue in quel rettangolo che racchiude il gioco più bello del Mondo. Ad accompagnarmi, una certezza: almeno per quanto riguarda la visione che mi si spalancava dalla curva casalinga, la mitica nord. Quella centinaia e passa, al seguito dell’ospite di turno, doveva proprio farsela addosso. Un Inferno, perché la Favorita sembrava proprio una bolgia. Poi è cambiato tutto: non ci avrei mai creduto, neanche se ad annunciarmelo fosse sceso un Angelo, mandato dalla Dea Eupalla di Breriana memoria in persona. Quando è arrivata la tanto agognata SERIE A, accompagnata dall’Europa, in quella carrozza affollata da un esercito di buoni, ottimi giocatori e qualche campione, il mio catino ha cessato di infondere calore, dopo lo scontato boom iniziale. Oggi, che si è tornati a soffrire come a quei tempi di vacche magre, lo stadio intitolato a Renzo Barbera ci regala uno spettacolo riservato a pochi intimi. Sono loro, quelli che lo sanno: cos’è il senso di appartenenza, spesso tirato in causa a vanvera. Il destino così ha voluto: figli, non ne ho avuto. Peccato, perché mi sarebbe piaciuto, trasmettere la mia passione alla prole. L’amore per una squadra è diverso da quello che si prova per un’altra persona. Non si inculca, non si infonde: inoltre, non tradisce. Anche se ‘non ci sono i soldi’, se ti senti pugnalato alle spalle. Il corollario comprende personaggi spregevoli, che tramite le loro azioni ti distaccano pian piano da quel rifugio speciale che vorresti intoccabile. Non mi cruccio, ma guardo e passo: tanto, la mia squadra, non la lascerò mai da sola. Il Palermo non è il padrone di turno, compreso qualche pagliaccio presto svelato, non è neanche l’ultimo bidone annunciato come l’ennesimo ‘colpo’ di mercato. Il Palermo è raccontato anche da splendide foto, che ho restaurato e colorato, sempre più innamorato. Come questa, che ritrae l’estremo difensore dei Rosanero Vittorio Masci alla fine degli anni ’40. Nello scatto, mi vedo come purtroppo non sono mai stato. Oltre che giocatore, un padre che cerca di trasmettere una tra le tante ragioni del cuore: importante, oltre l’apparente. Ma non si passa mica il testimone, con il senso di appartenenza: si può comunque spiegare come ho fatto con queste parole, scaturite dai ricordi di un ragazzino colpito da un colpo di fulmine. Il mio punto di vista: da una curva o dal chiuso di una stanza. In compagnia di una radiolina, di una voce amica e del libero spazio all’immaginazione. Un’esperienza in comune con una razza, ormai, in via d’estinzione.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

NOTTE MAGICA

MODICA E BAGGIO

È l’amichevole post Mondiale tra Palermo e Juventus, che permette ai palermitani di accogliere Totò Schillaci, reduce dalle ‘notti magiche’. In svantaggio per la rete di Faccini, gli ospiti ribalteranno il match sul 3-1. A segno proprio il palermitano del CEP nella prima frazione: nella ripresa, De Agostini la ribalta e Baggio la chiude. L’attaccante ex giallorosso Paolo Alberto, momentaneamente tra i Rosanero, realizzerà un’altra marcatura in COPPA ITALIA nella città natia di Verona, al Bentegodi, prima di lasciare la Sicilia per trasferirsi al Baracca Lugo: una meteora, nonostante il buon inizio nel precampionato. Sempre contro gli Scaligeri, era già andato a segno cinque anni addietro, da lupo irpino, nella stessa competizione. E dire che proprio l’Hellas era la sua squadra del cuore: anche nel calcio, a volte, non gli si comanda. Mentre la Juve è quella ‘champagne’ di Gigi Maifredi: solo che a brindare, spesso, ci finiranno gli avversari. Il settimo posto finale in campionato è indice di un progetto fallito, per una Vecchia Signora che voleva rifarsi il look, seguendo la moda spumeggiante del momento: la zona che ‘prima tremi e dopo vinci’. Chiddici? Per quanto riguarda il Palermo, da sottolineare l’avvicendamento tra Franco Liguori ed Enzo Ferrari in panchina: scelta saggia, che vale la promozione nella serie cadetta. Nella foto da urlo, Giacomo Modica si fa immortalare nel cerchio di centrocampo al fianco di Roberto Baggio: dietro, si distingue Roberto Biffi. Ad attirare l’attenzione è anche la maglia che indossano i padroni di casa: la casacca della ABM, che spacca di brutto. Quel giorno, alla Favorita impazzita, si tornò a respirare l’aria del calcio che conta. Il sottoscritto rimediò una storta: causa non una zolla, ma la folla tra Piazza De Gasperi e Viale del Fante. Non vidi un tombino ma, pur barcollante, potei ammirare, per la prima volta dal vivo, dei giocatori di alto livello. Su tutti, ovviamente, colui che sarà annoverato come il ‘Divin Codino’. Ma anche il nostro Giacomino non era niente male. Soltanto con l’avvento di Corini, ho visto un altro ‘Genio’ in campo, uscito dalla lampada come fosse una favola. Ma Modica non scherzava mica. Andate a rivederlo, facendo qualche ricerca in rete. Passo lento, compassato: ma un sinistro mozzafiato, chirurgico. Il numero dieci dispone del pallone a suo piacimento, facendo proprio ‘girare’ tutta la compagine. Preciso sui calci da fermo, regala assist al bacio e conclusioni a giro: il repertorio, è completo. Nativo di Mazara del Vallo, Modica debutta in Rosanero ben nove anni prima di questo appuntamento. Il giocatore che vediamo al fianco del fuoriclasse juventino, è ormai maturo come calciatore e come uomo. L’apice della carriera, che lo vedrà impegnato per gran parte della Sicilia. Tre le ‘scappatelle’: con PadovaAncona e Ternana. Da giovane, pure un’annata in Campania, in prestito a Torre del Greco. Riconoscibilissimo in campo per la folta chioma stile anni ’70, il metronomo colpiva anche per la sua ‘presenza’. Un leader silenzioso, che incuteva timore e rispetto. Ha vissuto il calcio a tutto tondo, dal momento che ha intrapreso una lunga avventura, prima da vice allenatore e poi da collaboratore tecnico, fino a provarci in prima persona. Un girovagare per il sud, fino al recente salto in Piemonte: Modica, attualmente, siede sulla panchina del Casale, lo storico club fregiato di uno SCUDETTO nel lontano 1914. Con NovaraPro Vercelli e Alessandria, i Nerostellati componevano il celebre ‘quadrilatero piemontese’. Se lo merita, Giacomo, un sincero in bocca al lupo. Non ha ‘assaggiato’ i campi della massima serie, come mi sarei aspettato vedendolo dettare il gioco da giocatore di categoria superiore. Ma ha dato luce in tempi di vacche magre, facendomi sentire più tranquillo, quando lo sapevo dalla nostra parte. Un po’ come si sentivano i tifosi delle squadre con Roberto Baggio, quando schierato nel loro undici, ovviamente. Un fuoriclasse assoluto, che abbiamo avuto la fortuna di vedere nel campo spelacchiato di una Favorita pur appena rinnovata per la kermesse iridata. In quella notte magica, in cerca degli occhi spiritati di Schillaci e dei colpi ad effetto di un presunto squadrone mai visto, brilla ancora il ricordo legato a Giacomo Modica: da pelle d’oca. Da tifoso, vado a ritroso e riscopro in lui, il mio primo genio incontrastato. Prima di sfregare la lampada, fino a toccare il cielo con un dito: grazie al mitico ‘Genio’. Quello per eccellenza.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

LA RADIAZIONE

SOCIETÀ SPORTIVA CALCIO PALERMO 1985-1986

Cordata. Quando sento questa parola, mi viene un groppo in gola. La sentii la prima volta quella maledetta estate. Probabilmente, senza lo scaturire di quegli eventi, io e la cordata avremmo rimandato la nostra conoscenza di un bel po’. In sintesi, un gruppo di imprenditori avrebbe dovuto formare una cordata per salvare il Palermo, travolto da una montagna di debiti. Poca roba, rispetto alle voragini dei club nei tempi moderni. Il tutto entro un termine ben preciso: altrimenti, si rischiava l’estromissione da tutti i campionati professionistici. Ed ecco un’altra parola sconosciuta: fidejussione, dalle banche con furore. Ma di che parlano? Hai tredici anni e non esiste Internet: le uniche fonti sono il ‘Giornale di Sicilia’ e le emittenti TV locali. Leggi e ascolti, ogni giorno. I due termini ti accompagnano, ti seguono, inesorabili. Mentre sei al mare, mentre giochi a pallone, mentre dovresti pensare ad altro, come ogni ragazzino. La cordata la immagini come la tua cavalleria, che speri arrivi al più presto possibile per spazzare via i timori e rimettere tutto a posto, come prima. Prima, quando il giornale lo leggevi per scoprire il nuovo arrivato in maglia Rosanero: di ‘colpi’ se ne parlava in cronaca nera, allora sempre in prima pagina. Svelato il nome dell’acquisto, partiva la caccia alla sua carriera: sull’Almanacco oppure sull’Album della Panini. Poi chiedevi a qualcuno se l’aveva visto giocare, allo stadio da avversario oppure grazie al tubo catodico. Quella voglia di parlare ‘di’ ed immaginare ‘il’ calcio. Invece si parla ‘della’ ed immagini ‘la’ benedetta cordata: l’arma definitiva che leverà finalmente di torno tutti i cattivi. Perché ce ne sono tanti, di cattivi, in questa storia: anche quelli che dovevano essere i buoni. Una storia senza lieto fine: finisce, anzi, proprio come si dice dalle nostre parti: ‘a schifiu’. La cordata è arrivata, ma non è bastata. Perché il mio Palermo sparisce lo stesso.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

DAL BRASILE CON AMORE

FERNANDO

Il mio nome è José Ferdinando Puglia e sono stato un calciatore del Palermo. Nella mia patria, il Brasile, mi chiamavano soltanto Puglia. Alla ‘Favorita’, semplicemente, Fernando. La mia carriera è iniziata nel Palmeiras di São Paulo, il club prima conosciuto come Palestra Italia, ma è in Portogallo che avvenne la mia definitiva consacrazione: non poteva essere altrimenti, con 58 reti in 57 presenze allo Sporting Club di Lisbona. Attaccante!? Non proprio: piuttosto, una mezzala abile anche in copertura. È questo il ruolo col quale stacco il biglietto per la città più brasiliana d’Italia: Palermo. Colori, sapori, il sole, il mare e soprattutto le palme dappertutto. Sull’aereo con destinazione Paradiso, ecco il tentatore: Helenio Herrera, che fece Grande l’Inter, mi vuole in prova. A quei tempi non c’erano mica i procuratori: a decidere del nostro destino erano le società, ma a volte bastava una stretta di mano o la parola data. Il mio dado era già tratto, le altre parole le lasciai al ‘Mago’ ed erano al veleno. Più velenoso, tuttavia, il mio ‘golazo’, che gli fece rimandare la festa per lo SCUDETTO. Lo ricorderanno tutti i presenti: gli portai il pallone avvelenato fino in panchina. Apriti cielo: prima le scuse, poi una pacca sulla spalla. Quel giorno, grandi Rosanero e piccoli Nerazzurri. Quell’anno, soprattutto, un grandissimo Fernando: ben dieci reti in SERIE A. Era un altro calcio e raggiungere la doppia cifra, un miraggio. E la mitica maglia Verdeouro!? L’ho indossata soltanto tre volte: pur sempre una soddisfazione, ma poco importa. Perché la mia vera Nazionale aveva pure il colore bianco, come nella foto che mi immortala orgoglioso. E soprattutto, quel che più conta, ‘mas que diabo’: quella combinazione unica conosciuta in tutto il mondo: amore imperituro e fiero, di esser stato Rosanero!

Ovviamente il testo è soltanto immaginario: un escamotage. Fernando non è più tra noi, ma con le parole si può dare vita a tutto. Anche ad una splendida foto.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

MOZZAFIATO

IL QUINTETTO

Basta un attimo: un semplice click ed è storia. Cinque giocatori in posa, col sorriso a prendere il sopravvento. Sullo sfondo, gli spalti vuoti del nostro teatro dei sogni e quel promontorio da scenario mozzafiato. La stagione da ricordare è d’eccezione: la ’61-’62, quando alla Favorita puoi ammirare le gesta del ‘Palermo miracolo’Santa Rosalia non la si scomoda: a confezionarlo, l’ottavo posto, il Segretario Totò Vilardo e quell’undici da incorniciare. Le riserve, non stanno a guardare: c’è spazio per tutti, quelli bravi e quelli brutti. Nel senso ‘buono’ del termine: in quel Palermo, abbonda il talento, ma oltre al fioretto compare la clava. Necessaria, per una neopromossa che nella massima serie ci vuol rimanere. Finirà con lo stupire, tra vittorie leggendarie, parate straordinarie ed episodi da raccontare. Si comincia da sinistra, dove Luigi De Robertis fa bella mostra: l’ala giusta per le alte latitudini. Due stagioni in Rosanero, dove assaggia per la prima volta l’ebbrezza della SERIE A. Più di cento presenze nei Galletti baresi, prima del salto in alto dalla cadetteria: giunge in Sicilia e poi in Emilia, con la maglia del Modena. Per lui, un futuro curioso negli States: nato per volare. Fulvio Mosca guarda in alto, verso vette soltanto sperate. Tradisce le attese, le promesse di una carriera che è proprio all’apice. Protagonista della promozione, riduce le presenze ad appena dieci gettoni. ‘Il nuovo Pelé’ si rifarà tra le mura amiche. Il quel di Trieste, oltre all’alabarda, si prende la fascia: di capitano. Il Re, ma senza corona, è il turco Metin Oktay. Un campione, tra mille trucchi e pochi inganni. I numeri col pallone la specialità della casa, ma il campo a Palermo lo vede poco. Un peccato, perché la stella del Galatasaray era un autentico fuoriclasse dentro il rettangolo di gioco e proprio fuori di testa nel quotidiano. In patria, un Sovrano, idolatrato ancora oggi. La sua tragica scomparsa è l’amaro che subentra al dolce ricordo di quel Palermo, sorretto dalle parate di un mostro di nome CarloMattrel si guadagna la Juve e la Nazionale, neutralizzando rigori e conclusioni neanche fosse un extraterrestre. E dire che la schiena fa le bizze, prima che ci si mettesse pure un tragico destino. Carletto, come il turco, è vittima di un incidente stradale fatale. Galeotto fu l’aereo, invece, per Fernando Puglia. Che durante il viaggio alato incontra HH e ne dribbla l’offerta. Helenio non ci sta, lo schernisce e le prende. L’Internazionale è battuta dalla sua rete e poi arrivano le scuse per un gesto irriverente. Il brasiliano è forte: è qui la festa, ma non basta. Perché si vince anche altrove, dove solitamente se le prende. Un bel quattro a due al Comunale e le Zebre espugnate. Che squadrone, quel Palermo, con Tarcisio BurgnichBruno GiorgiGiorgio SereniEnzo BenedettiAlberto MalavasiRune Börjesson e Santino Maestri. Il biondo che chiude il quintetto della foto farà meglio al suo ritorno, dopo un breve passaggio alla Sampdoria. Due reti appena e la doppia cifra nella seconda esperienza in maglia rosa. Ma non è più un Palermo da ottavo posto: quello che era passato in panca da Leandro Remondini ad Oscar Montez e, dopo un inizio balbettante ed un prosieguo promettente, ci suonò uno spartito scoppiettante. Musica, per le nostre orecchie e gioia per gli occhi. I sogni son desideri, ma anche i ricordi fan battere forte il cuore. Rosanero, in questo caso, con la foto mozzafiato.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

IL CELESTE E L’AZZURRO

SERIE A 1932-1933
PALERMO FC-BOLOGNA SC-0-0

È la prima gara casalinga della stagione 1932-1933. Palermo e Bologna si affrontano il 02/10 allo ‘Stadio del Littorio’, ultimato a Gennaio e costruito dal regime fascista per sostituire l’ormai vetusto campo sportivo del Ranchibile. Dal ’37 fino al ’45, l’impianto sarà intitolato a Michele Marrone, ex giocatore Rosanero deceduto durante la guerra civile spagnola. Per i palermitani, è già ‘La Favorita’. Nella foto restaurata della rivista d’epoca TUTTI GLI SPORTS, i padroni di casa Banchero e Scarone seguono gli ospiti Felsinei Ottani e Buriani. Non ho ritenuto opportuno colorarla, poiché la resa, causa la risoluzione bassa, risulterebbe modesta. I Veltri sono ‘Campioni d’Europa’: dovranno passare più di vent’anni, prima che le visioni del giornalista ed ex calciatore francese Gabriel Hanot ed i sogni del buon Santiago Bernabéu divengano realtà, materializzando la COPPA DEI CAMPIONI. Si disputa la COPPA DELL’EUROPA CENTRALE, che gli emiliani vincono senza dover disputare la finale. Infatti, Juventus e Slavia Praga furono squalificate per gli incidenti della gara di Torino nella semifinale di ritorno. Non è ancora il Bologna ‘che tremare il Mondo fa’, ma a leggere la formazione si capisce che già a tremare dovevano essere piuttosto le gambe degli avversari. Eraldo Monzeglio è un terzino polivalente che facilita il progetto di Vittorio Pozzo nell’adattare il modulo WM alla Nazionale; pur essendo un difensore, è il massimo dell’intensità con il minimo di effetto: l’eleganza. La mezzala Raffaele Sansone, che dalla rosa Celeste iridata nel 1930 si ritroverà a disputare soltanto tre gare in maglia azzurra come naturalizzato. Bruno Maini è un cecchino infallibile e non veste l’azzurro perché il forziere dei tesori è già colmo. Angelo Schiavio ne è il pezzo più pregiato: ondeggia in campo e come una marea decide quando arretrare o sommergere tutto. La potenza si basa sulle armi e le armi sulla tecnica: quando parte la fucilata è sempre nello specchio della porta. Tanta roba anche in maglia rosa. Il centravanti Carlo Radice‘il Vichingo’ del goal per l’aspetto nordico: 64 reti in quattro stagioni. Il centrocampista Antonio Blasevich, ex stella dell’Internazionale. Di origini croate, faceva girare la squadra e non disdegnava le incursioni offensive: quaranta reti in tre campionati, per i Nerazzurri. L’uruguaiano Héctor Scarone è campione del Mondo in carica: una sfilza di soprannomi, tra cui spicca ‘la Borelli’ (una diva del cinema muto) per il carattere bizzoso e altezzoso. Per Giuseppe Meazza, è il giocatore più forte mai affrontato. Finirà a reti bianche, un match equilibrato che non vedrà mai più tanti protagonisti eccellenti nei confronti diretti tra i due club. È anche un passaggio di consegne: dallo stesso Scarone a Schiavio e Monzeglio. Nel ventennio dal ’30 al ‘50, la COPPA RIMET è illuminata soltanto dal cielo e dai suoi colori: il celeste e l’azzurro.

Dario Romano
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IL MANICO

ANTONIO MANICONE

È stato uno dei protagonisti indiscussi nel Palermo della rinascita. Un mediano di ruolo, ma non di quelli che ci passano la vita: Antonio Manicone era anche capace di verticalizzare l’azione, senza disdegnare la conclusione. Dopo le due stagioni in Rosanero, con tanto di promozione in SERIE C-1 e la doppia finale in COPPA ITALIA di categoria disputata e ahimè persa contro il Monza, il centrocampista si trasferisce al Foggia e da qui parte la scalata verso la SERIE AUdineseInter (59 presenze ed una realizzazione in nerazzurro), una stagione in prestito al Genoa e poi il Perugia con annessa retrocessione in cadetteria ed il ritorno nelle serie minori, chiudendo in tre stagioni a Busto Arsizio col Pro Patria. Da segnalare anche la soddisfazione personale di una presenza in Nazionale nel 1993 contro l’ESTONIA. Chiusa la carriera, ha iniziato ad allenare con le giovanili del club meneghino e lo abbiamo rivisto con piacere agli Europei di Francia come vice-allenatore della SVIZZERA, al fianco di Vladimir Petković (è stato anche vice dello stesso alla Lazio e lo segue tutt’ora, al servizio dei Girondini del Bordeaux). Nelle due stagioni in maglia rosa (1987-1989), totalizza 65 presenze e quattro marcature. Ripartito dalla SERIE C-2, il Palermo vantava un settore nevralgico di tutto rispetto. Con lo stesso Manicone, troviamo MarchettiDi Carlo (spesso utilizzato da centrale difensivo), MacrìPocetta quando non schierato sulla fascia e gli innesti di Butti e Cappellacci per la stagione dell’esilio a Trapani. Con il biondo a fare da manico in campo, quello giusto per il coltello dei Mister Pino Caramanno e Giorgio RumignaniAntonio strappa il pallone dai piedi avversari e fa ripartire l’azione: la classica azione che da difensiva diviene offensiva. Merce rara, ieri come oggi, come lo stesso comportamento dentro e fuori dal campo. Mai un intervento scorretto, mai una parola di troppo. Questo, il ricordo di un professionista esemplare: la pedina giusta per ripartire, dopo una radiazione che brucia ancora. Ci si può identificare, negli elementi che compongono la squadra del cuore. Manicone mi ha restituito anche questo: la parte pulita di un mondo sporco, ormai svelato, al punto dal cominciare a non crederci più.

Dario Romano
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