SERIE A

UN SOGNO AVVERATO

Trentuno: sono gli anni senza SERIE A e quelli della mia esistenza, quando il Palermo torna nel calcio che conta. Il 12 Settembre del 2004 è una data storica, di quelle che non si possono dimenticare. Impossibile non esserci, difficile se non sei abbonato. La vecchia Favorita, intitolata da due stagioni al Presidentissimo Renzo Barbera, farà il pienone tutto l’anno: sono in 32.290 a possedere il benedetto tagliando. L’avversario, è di tutto rispetto: un Siena che non fa spavento, ma nella massima serie non si sgarra. Se tiri indietro la gamba, se non giochi con garra, rimedi soltanto una brutta figura. Il figurone, lo fanno i Rosanero di Francesco Guidolin. Confermato in carrozza, il tecnico di Castelfranco Veneto, prodigato nel pellegrinaggio a Santa Rosalia, si accomoda alla sua maniera, come pronto a sprintare: quanto mi manca. Ma torniamo alla memoria, all’ombra del Pellegrino, con tutto il sole della Conca d’oro intorno. Uno scenario da favola: ci stiamo ancora stropicciando gli occhi, inconsapevoli che ancora non abbiamo visto nulla. Non manca neanche la piacevole coincidenza: in maglia bianconera, figura Daniele Di Donato: cuore grato, per sempre. Lo squadrone della promozione non svena il padrone: Maurizio Zamparini si affida a Rino Foschi. Per il lupo e la volpe, il prezzo da pagare è quello giusto. A parte ‘El Tecla’ Farías, tutti azzeccati: anche di più, perché si è arricchita, inconsapevolmente, la colonia dei futuri Campioni del Mondo. Chi se li scorda più, gli anni 2000: manna dal cielo, come se piovesse. Spiove in area, come sempre, anche il pallone che ‘Genio’ e capitan Corini mettono a disposizione del lungagnone. Un gol annullato al tandem vincente d’attacco è solo il preludio: dal corner, Luca Toni è spesso puntuale, ma stavolta l’atto decisivo esige un altro copione. La spizza Barzagli, gliela serve ‘Zizou’ Zauli, a pochi passi dalla porta. Per Fortin, cappellino alla vecchia maniera, non c’è né storia né speranza. Uno a zero e parte l’esultanza: mano all’orecchio per lui, al pallottoliere per noi. Trenta reti in SERIE B: con questo qui, è come partire sempre con una rete di vantaggio. Quella che basta, contro i toscani allenati da Gigi Simoni. Un galantuomo d’altri tempi, che sapeva anche perdere le staffe. Da quel Juve-Inter in poi, un’anima in pena: ben donde ne aveva. Il suo Siena prova l’arrembaggio, a caccia del pareggio. Fa buona guardia Guardalben: Matteo è sotto osservazione, ma sarà la vera rivelazione del campionato. Il risultato non cambia, nonostante la botta di Santana, sventata dal portiere in maglia gialla. A pensare che la rete la troverà, in qualsiasi categoria, con addosso la nostra maglia: mi vengono i brividi. La paura, invece, ce la concede quel gigante, il norvegese Tore André Flo: lo conosco bene, il calcio inglese è il mio pane. Ma ha perso smalto: l’altro, piuttosto, avrebbe punto. Ma Enrico Chiesa è rimasto a casa. E quando a Cirillo l’arbitro Saccani sventola il rosso, per la Robur è bandiera bianca. In curva, sventola soltanto il rosa: Palermo, ben tornato in SERIE A.

Dario Romano
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ALLA SCALA

La vittoria al Barbera contro il Siena fa ben sperare. Forse, ci possiamo salvare. Ma il debutto da prova del nove, il calendario lo riserva alla seconda giornata. Il teatro, è la Scala del calcio. Ovvero San Siro, lo stadio intitolato a Giuseppe Meazza: già vengono i brividi. I Nerazzurri di Roberto Mancini pensano al resto: va bene l’emozione, ma sto tremando dalla paura. Temo l’impatto, una figuraccia che ci riporterebbe per terra. Macché, le Aquile Rosanero stanno per volare in alto come non avevo mai visto: un sogno ad occhi aperti. La cornice è da infarto: i nostri colori spiccano, tra la selva meneghina. Una bella macchia, tra i settantamila. Si inizia e mi si strozza la gola, quando Bertini annulla le reti di Barzagli e Toni. Zaccardo fa spiovere un pallone che ha varcato la linea di fondocampo, mentre il lungagnone sarebbe in fuorigioco. Vabbè, almeno portiamo spavento e mi accontento. Il Palermo gioca bene: soltanto nel finale della prima frazione Adriano e La Brujita, alias Juan Sebastián Verón, mi fatto temere il peggio. Intervallo, col fiato sospeso. Non consapevole che le coronarie, ancora, non erano state sottoposte a dovere. Perché la ripresa è da infarto. Picciotti, tenetevi forte. Il mondo mi crolla addosso, quando il gigante brasiliano svetta sul cross del connazionale Zé Maria e sovrasta tutti. L’Inter è in vantaggio che non è trascorso un minuto e sembra un’altra squadra: quella che temevo ben prima della vigilia. Ancora Adriano, poi van der Meyde: Matteo Guardalben tiene. Momento decisivo, perché impedisce il tracollo e torna la fiducia. Una sensazione che mi ha accompagnato fino all’atto finale. Ho rimosso tutto il brutto, quando ho visto che il complesso di Francesco Guidolin ha ripreso a macinare gioco, con la Beneamata arroccata e allungata, perché vorrebbe anche chiuderla. Scontro fra lungagnoni: Materazzi anticipa Toni. Neanche due anni e saranno campioni, del Mondo: non sono i soli in campo. Mario Alberto, futuro monumento, è solo: ha di fronte soltanto il portiere e spara alto. Dobbiamo crederci: il goal, è nell’aria. E nell’area interista, si materializza. Rimessa laterale e le luci della Scala puntano su di lui: Lamberto ‘Zizou’ Zauli. Il paragone con Zidane non è esagerato: quando è in giornata di grazia, il numero dieci danza, nasconde il pallone e lo fa riapparire quando per gli altri è troppo tardi e si fa notte. Circondato da un nugolo di avversari, se ne libera come se nulla fosse in un fazzoletto di campo, confezionando dal fondo il regalo per il centravanti e per tutti noi. Luca lo sa, che sta per segnare ancora. La felicità è una sfera che finisce in rete, proprio a due passi dai nostri occhi. Ciccio Brienza è da poco entrato al posto di Gasbarroni: ci darà tante soddisfazioni. La prova non tarda: botta ad effetto, Toldo tocca ed è palo. Mamma mia, se la vinciamo. Ci speravo, fino al fallo da ultimo uomo: Biava su Martins ed è fuori. Restiamo in dieci a dieci scarsi dalla fine più recupero. Mamma mia, se la perdiamo. Ne abbiamo persa una più assurda, proprio a San Siro e proprio contro la Beneodiata. Per non parlare della finale di Roma. Ma questa, almeno un punto ce lo regala. Meritato, nonostante le botte finali di un’Internazionale rinvigorita dalla superiorità numerica. Ancora Martins, poi Adriano e Vieri: che giocatori. Stavolta, il goal è nell’aria che tira dalle nostre parti. Ci pensa la traversa, a scacciare i fantasmi. La bordata dell’Imperatore è una stilettata nel mio cuore: sono morto per qualche secondo. Una carrellata di emozioni, condensata in un match che è soltanto il preludio di un campionato irripetibile. Da neopromossa, la compagine allestita da Zamparini e Foschi, guidata sapientemente da Guidolin, fa la sua bella figura. Il nostro club non è soltanto tornato in SERIE A. Nel nostro calcio precalciopoli, quello malato ma ancora bello, quello che prelude alla Nazionale iridata per la quarta volta, questo Palermo ci può stare. Non da meteora: ma da protagonista.

Dario Romano
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IL PAREGGIONE

Vero, è soltanto il preludio. Di risultati ancora più roboanti, ma questo non potevamo saperlo. Soprattutto, al cospetto della Vecchia Signora, per giunta nella sua dimora. Questo risultato, col Palermo che resta imbattuto dopo quattro giornate dal suo ritorno nella massima serie, non sarà leggenda, ma ha la sua importanza. Dopo le luci del Meazza, arriva la conferma. Nel calcio che conta, c’è una nuova onda: dai colori Rosanero. Un pareggione, al Delle Alpi, contro una Juve fortissima, che la scampa grazie ad Ibra. Nel ritorno al Renzo Barbera, nulla potrà salvarla dalla botta di Franco Brienza. Francesco Guidolin deve rinunciare a Luca Toni, mentre i Bianconeri sono a punteggio pieno: sono queste le premesse, da far tremare le gambe. Ma il Palermo non cammina da solo: dopo Milano, si invade Torino. Sarà una costante: il campionato si tinge di rosa. Come il match, che inizia col piglio giusto, fino al colpo gobbo. E i gobbi restano a guardare, quando ‘Genio’ Corini calcia una punizione che sorvola l’area di rigore, ma non la testa di Cristian Zaccardo. Che stacco, del terzino col vizietto del goal, che la infila sul primo palo di un attonito Gigi Buffon. La reazione dei padroni di casa è attesa, ma non arriva: punge il solo Emerson, ma il brasiliano fa soltanto il solletico. Luca, mi mancavi prima e mi manchi ancora: perché Farías, alias El Tecla, non è proprio la stessa cosa. Si avverte, l’assenza del lungagnone: nella prima e nella seconda frazione. Ernesto non Sparalesto, ma piuttosto a salve. Idem Simone Barone: un segnale poco incoraggiante. La brutta sensazione prende corpo all’ottavo del secondo tempo: cross di Pavel Nedvěd per David Trezeguet, che è in fuorigioco, ma non per l’arbitro. Matteo Guardalben respinge ad un metro dalla porta: Zlatan non si fa pregare, infila e ringrazia. A quel punto mi aspettavo il colpo di grazia. Invece, prosegue tutto come prima. Un Palermo attento, vicino al raddoppio ancora con l’argentino e con una conclusione di Massimo Mutarelli, che ho accompagnato speranzoso con lo sguardo, fino a vederla spegnersi di poco sul fondo. Paolo Bertini a parte, queste due trasferte ci restituiscono un Palermo più forte del previsto. Contro l’Inter, poteva succedere di tutto, come del resto è stato: si poteva vincere e si poteva perdere. Ma contro Madama un punto mi sta stretto, per quanto visto. Dopo, subentra la ragione, che mi fa giungere a questa considerazione: la formazione della Juve, l’attacco privo del lungagnone, la paura per il minimo errore. Del direttore di gara, del portiere. Costano punti, di quelli pesanti. Allora mi accontento, soprattutto per il gioco espresso in campo. E per il punto da alto lignaggio: per questo, lo intendo come un pareggione. Ne vedremo di tutti colori: intanto, beccatevi sta bella spruzzata, più rosa che nero.

Dario Romano
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IL PARTITONE

Ed il golazo. Quella parabola, prima ascendente e poi discendente, che finisce in rete. C’è tutto il Palermo, nel goal del mio eroe. Uno squadrone, tanto grande con le grandi e tanto piccolo con le piccole. Punti buttati al vento, che sanciscono un sesto posto che nell’era precalciopoli vale tanto, ma che poteva luccicare anche di più. I pareggi in trasferta con Juve, Inter e Roma, la vittoria all’Olimpico contro la Lazio, condita dalla perla di Zizou Zauli e poi la disfatta al Barbera della Zebra. Riguardando la schierata dei Rosanero, allenati da uno stratega di quelli proprio con i fiocchi, non emergono punti deboli: lo stesso Matteo Guardalben garantì un alto rendimento, nonostante le sue credenziali iniziali portassero del malcontento. L’approccio con le gare alla portata, per gli uomini di Francesco Guidolin, resta un limite quantificabile: ci costa infatti un posto in CHAMPIONS, ma non preclude comunque l’accesso storico in Europa. Considero questa vittoria il punto più alto toccato dal Palermo dell’era Zamparini. L’Italia doveva ancora scoprire l’ennesimo scandalo di questo sport e le conseguenze della crisi economica avrebbero indebolito i club più prestigiosi. I Bianconeri li abbiamo battuti più volte, come le milanesi e le romane. Ma la prima affermazione di prestigio, dopo più di trent’anni, ha un sapore diverso. Poi, la doccia fredda: l’ho sentito per davvero, garantito. ‘Non so se essere contento per la vittoria del Palermo o dispiaciuto per la sconfitta della Juventus’. Amen. La partita è finita, andate in pace. Questi, vadano pure al diavolo.

Davide che abbatte Golia, anche nel calcio, è la cosa più bella che ci sia, ma quel folletto con il numero 90 è stato proprio un gran bel giocatore. Ha da poco appeso gli scarpini al chiodo. Io, nel mio piccolo, appendo questo quadro. Nick Hornby, nel suo celebre ‘Febbre a 90’ (leggetelo, poi mi ringrazierete), ci lascia una testimonianza unica sull’amore che ci lega alla squadra del cuore: ‘Io sono parte del club, come il club è una parte di me’. È un legame indissolubile, che ci accompagna per tutta la vita. Ti fa gioire, soffrire, esaltare, disperare. E non ti lascia mai. Il vero tifoso lo sa: ha le settimane scandite da vittorie e sconfitte. È come una fede: comincia là dove la ragione finisce. Ma si possono amare due squadre contemporaneamente? Alcuni lo credono, anzi, vogliono farcelo credere. Sono tantissimi i tifosi palermitani della Juventus, questa Vecchia Signora che ha fatto della Sicilia lo zoccolo duro del suo stivale. Trent’anni di serie inferiori, per il popolo Rosanero, hanno fatto il resto. La storia è fatta di ricorsi, come il calcio: dopo tanti anni, torna finalmente un Palermo-Juventus, alla 23a giornata di una SERIE A che aspettavamo tutti come una manna. All’andata, fu un pareggione: quello che vorrebbero rivedere i tifosi con il cuore rosabianconero, così saranno tutti felici e contenti. È fortissima la formazione di Fabio Capello: vincerà il campionato in carrozza e sempre in carrozza, l’anno seguente, andrà in SERIE B. Sul biglietto di prima classe, ci sarà scritto: Calciopoli. Mentre sul copione di questo match, torniamo a Davide, che si prende tutta la scena. La noia porta sbadiglio e chi scende in un’arena non si cura della musica che vogliamo sentire: è lui che decide come ballarla e quella sera vuole farci ballare tutti. Al 12’, su una ribattuta difensiva, stoppa e calcia un pallone che ha un destino già scritto: traiettoria ad uscire, si alza e si abbassa, come fosse destinato all’incrocio. Ed invece, finisce nell’angolino. In porta c’è un fuoriclasse, ma lo sa anche lui: il fato è ineluttabile. Il boato che segue è assordante. Il piccoletto corre e porta la mano all’orecchio: sì, lo sente bene, sono tutti cuori Rosanero. Teneteveli tutti i vostri Golia, io mi tengo stretto il mio Davide, che il 05/02/2005, sul prato del Renzo Barbera, ha il volto e il piede sinistro fatato del mio eroe, Franco o Ciccio Brienza, che dir si voglia.

Dario Romano
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L’ALIENO

Si narra che durante un Fiorentina-Pistoiese disputato al Franchi, si sia andato ben oltre il più terrestre o terra terra del classico clamoroso al Cibali. Era il 27/10/1954 e la gara, da amichevole, divenne incredibile. Stiamo parlando di un incontro ravvicinato, testimoniato da chi stava sugli spalti e dai giocatori stessi. Non è uno scherzo: quel giorno, dei velivoli non proprio convenzionali furono avvistati in diverse regioni del Belpaese, da nord a sud. Il fenomeno fu accompagnato da un altro particolare, già noto agli esperti di ufologia. Il rinvenimento, nelle zone interessate, di una sorta di capelli d’angelo, quasi una ragnatela, al suolo. Realtà o abbaglio, resta un dato di fatto: al comunale di Firenze hanno visto gli UFO.

Cinquantadue anni e l’evento si ripete, ma con due giorni di ritardo. Siamo al ventinove dello stesso mese, lo scenario è lo stesso ma in calendario c’è un match di SERIE A e l’avversario è il Palermo di Guidolin, primo in classifica a sorpresa, ma non più di tanto. Stiamo parlando di uno squadrone, che ci ha fatto sognare più del lecito, ma non a torto. Riguardo l’avvistamento, segnaliamo la variante: si passa dal secondo al terzo tipo. Infatti, da presunti mezzi di locomozione volanti extraterrestri, stavolta allo stadio fiorentino si materializza l’alieno vero e proprio. Che poi il suddetto sia di bell’aspetto, con carnagione olivastra, capelli al vento, brasiliano e con tanto di nome e cognome, poco importa. Agli occhi dei trentamila spettatori abbondanti presenti e dei tifosi costretti a casa e quindi davanti alla TV adoranti, Amauri Carvalho de Oliveira, alias easy Amauri e basta, è un alieno buono per noi, brutto per gli altri e cattivo quando occorre. Stava volando, il Palermo targato Zamparini e Guidolin, tornato alla base dopo averci riportato in alto, nel calcio che conta. Stavolta davvero in vetta, quella che fa venire i brividi. Come una trasferta Fiorentina, nemica come e più di prima. Fa paura, la squadra di Prandelli, ancorata in bassissima classifica causa la penalizzazione, a meno diciannove, dovuta ai fatti di Calciopoli. La Juve è in cadetteria, i Rosanero da mammamia: sembra l’anno giusto per il gran botto. Ma l’esame è arduo, da autentica prova del nove. Niente male anche la sfida col lungagnone, ormai ribattezzato ‘Toni e furmini’. Ma a dare il via alle danze, ci pensa il centravanti del Samba, che salta di forza i birilli Viola e crossa con delicatezza, per quel rapace che di nome fa David e di cognome Di Michele. Un’arma letale, soprattutto per i copioni recitati fuori dal Barbera. Dove il piccoletto fa Golia e ci porta spesso in vantaggio, anche se siamo sotto arrembaggio. Non esulto più di tanto: non siamo al Bernabéu, ma anche all’Artemio 82 minuti più recupero sono lunghi da passare. Si tiene comunque botta, con nonno sempre all’erta. A spaventarmi, quell’Adrian Mutu che a quei tempi, mi perdoni, ho proprio odiato. Beh, ci ha comunque messo e ci metterà ancora del suo. Ma lo schiaffo arriva da Pasqual, un altro che al cospetto dei Rosanero sembrava vedesse rosso davvero e sapeva far male, giocando da nazionale. Il dolore è acuto, ma anche dal sapore amaro, perché la sua castagna non inganna il guardiaporta, ma carambola sul neo campione iridato e dispiaciuto. Scusa, Alberto. Fa niente, Andrea. E si ricomincia, con un piede dello stesso portierone a miracol mostrare ed un palo a farmi ammattire. Non mi dovrei crucciare: l’alieno sta facendo le prove. Come il rumeno, che su punizione esalta le doti ed i reni di un Fontana in forma strepitosa, aiutato dalla traversa. Tu chiamale, se vuoi, emozioni. Per me, anni di vita. Persi o guadagnati, a seconda dei casi. Se Frey interviene in extremis su Amauri o se nulla può, quando il numero 11 vola in cielo e tramuta in goal il cross di Zaccardo, l’altro campione del mondo. Un gesto atletico e tecnico imperioso, che sovrasta il capitano Viola dalla nuca fasciata. Non ci pensare, Dainelli. Pensa a Burgnich con Pelé: anche O Rei sembrava un marziano. Non piangere, Sébastien. Farà male anche a Buffon. Parte il balletto, ma occhio al cronometro: dieci allo scadere, per sperimentare in pochi secondi la caduta all’inferno e l’ascesa al paradiso. Si comincia con lo zampino di quel diavolaccio, che la tocca in mischia dopo una serpentina di quel Montolivo mai così vivo e vegeto. Ci resto Muto. Prima dell’estasi. Prima dell’avvento extraterrestre. Un alieno non può essere un alieno e basta, senza fare giochi di prestigio. La platea potrebbe essere in un campetto di periferia o chi si affaccia alla finestra, guardando il figliolo giocare a pallone. Mamma, guarda quanto sono bravo. Ne ho due davanti, ma è come un gioco da ragazzi. Una finta di qua, una controfinta di là, e poi danzerò pure attorno alla bandierina, neanche fossi Juary. Ma sono Amauri, posso anche segnare. Dainelli, Reginaldo, sbeffeggiati. Frey, infilzato. Beccatevi il diagonale. Per il tre a due finale. Tutti ad esultare. L’autore scompare, attorniato da maglie bianche dove spicca l’Aquila dorata, pronta a spiccare.

Questa è tra le partite del Palermo che non si possono dimenticare. Quella che ti ricordi dov’eri, con chi e cosa stavi facendo. Al Franchi, quel giorno, non hanno visto gli UFO, ma un alieno per davvero è sceso in campo. Quello di uno stadio, Mutu compreso, ammutolito. Tranne il tifoso Rosanero: che tocca il cielo, con un dito.

Dario Romano
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1932-1933

LA PRIMA IN A

Sono passati quattro anni dal cambio di denominazione della competizione: il torneo per eccellenza dello sport più amato e seguito del Belpaese passa da DIVISIONE NAZIONALE a SERIE A. La formula del GIRONE UNICO è la vera rivoluzione: coinvolge tutto lo Stivale in gare di andata e ritorno. Per i tempi, non proprio comodo: stretta e lunga, l’Italia, unita da un pallone a miracol mostrare. Potrebbe bastare, se non fosse per i venti di guerra all’orizzonte. Distraiamo le masse, presto inorgoglite da un cielo sempre più azzurro: il calcio è anche questo. Senso di appartenenza, campanilismo, ma ormai anche propaganda. Lo scopo dei più grandi: aggiudicarsi la coppa, di stile imperialista, che vedete in bella mostra. Non poteva essere altrimenti: felici e contenti, coloro che possono partecipare per la prima volta. È il caso del Palermo, che ha dominato la serie cadetta e debutta. Esito amaro: il dolce arriverà, più buono del previsto. I Rosanero mostrano nel petto un’aquila di tutto rispetto. Non è il logo ufficiale, che resta quello romboidale, davvero niente male. Ma a prevalere, sono i Leoni. Le Bianche Casacche non vivono più l’epoca d’oro, chiusa dieci anni or sono. Ma annoverano un virgulto dal futuro assicurato: il giovanotto da tenere d’occhio si chiama Silvio Piola. Non è il solo lungagnone a spiccare sul terreno di gioco: dalla parte opposta, figura ‘Il Vichingo’. Il brianzolo Carlo Radice, che ha trascinato il Palermo a suon di reti e per i vercellesi rappresenta il pericolo pubblico. Ad innescarlo, il nuovo arrivato: mica uno qualunque. Héctor Pedro Scarone Beretta è un campione. Certificato dal titolo iridato da poco conquistato, ma soprattutto per la fama che si porta appresso. A cominciare dall’apelido, che per un sudamericano vale quanto un passaporto. Lui è un grande: a detta di Giuseppe Meazza, semplicemente il migliore. E quindi i soprannomi si sprecano: ‘El mago’, ‘el Gardel del fútbol’, ‘la Borelli’. Sui primi due, facile giungere a semplici conclusioni. Sul terzo, emerge il capriccio: l’uruguayano è un fuoriclasse, ma oltre la ‘garra’ c’è di più. Dalla diva del cinema alla dea Eupalla, il passo è breve, ma Scarone è un colpo che vale da solo il prezzo del biglietto. Un pezzo da novanta, messo a disposizione dalla sagace opera del duo Barresi-Municchi: il Presidente ed il Direttore Sportivo di un Palermo ben attrezzato, dopo il salto in alto. Nel reparto avanzato, un punto fermo è l’argentino Américo Ruffino. Il tango, dalle nostre parti, da tentazione diverrà tradizione. L’ungherese Gyula Feldmann schiera i rosa con il ‘metodo’: è il modulo in voga. Archimede Valeriani in porta, in difesa due terzini d’antan, che non arano la fascia: Plinio Paolini e Luigi Ziroli. Guglielmo Piantoni e Alessandro Gambino i mediani, con Gennaro Santillo al centro. La cavalleria è tutta in avanti: lo stesso Radice, Giovanni Chiecchi, ovviamente Scarone, Ruffino e Antonio Blasevich. Origine jugoslava, vanta novanta gare e quaranta reti con l’Ambrosiana. L’ex nerazzurro, è un altro fiore all’occhiello. Non figura uno dei protagonisti indiscussi, per questa prima: si tratta di Ettore Banchero, già in campo al secondo appuntamento. L’attacco non è statico: tutt’altro. Anche i ruoli, spesso, svariano: puoi immaginare come punta avanzata Radice, per le caratteristiche fisiche da torre ed ariete. Ed invece, capita che giostri sulla destra: era il calcio di una volta. In Piemonte il Palermo tiene per più di un tempo: poi crolla nella ripresa. Le cronache raccontano di una prestazione all’altezza, ma si paga lo stesso il dazio. Nella ripresa, la Pro passa con Depetrini e Degara. Non segna Piola: non è ancora una notizia. Che arriva da Alessandria: cade la Juve, quella del ‘Quinquennio’. In Piemonte, il ‘Quadrilatero’ non è più forte come una volta: ma batte ancora. I Rosanero sono attesi a Roma, sponda Lazio: poi un altro debutto, nel nuovo Littorio. A Palermo, per il calcio, c’è un nuovo teatro. Ed una squadra nel salotto buono.

Dario Romano
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