MI RITORNA IN MENTE

PAOLO VALENTI, 90° Minuto

Sapreste riconoscere i proprietari o presidenti delle cosiddette ‘provinciali’? Anche i nomi non ci direbbero nulla e non ci sarebbe nulla di strano: non facciamo il tifo per loro. Ma per chi appartiene alla mia generazione, una volta, non era così. La mappa mentale del calcio era costituita da volti familiari, colori ben precisi e folclore annesso, che non guastava: era il nostro teatro. E così, il Pisa era soprattutto Romeo Anconetani: spargimenti di sale in campo e teste volanti di allenatori e staff che Zamparini levati proprio (beh, non proprio). L’Avellino era Antonio Sibilia: una sorta di ‘Padrino’ d’aspetto e di fatto; capelli lunghi, orecchini, tatuaggi e ti menava di brutto. A Catania, Angelo Massimino e gli aneddoti che abbondano e si sprecano: il più celebre, sull’amalgama mancante e ‘allora compriamolo’. Poi, i vari Manuzzi e Lugaresi a Cesena, Luzzara a Cremona, ma soprattutto lui: Costantino Rozzi‘Il Presidentissimo’ era l’Ascoli a tutto tondo. Basta cercare le sue foto su Google e potrete immaginarne la parabola in bianconero: i celebri calzini rossi, le esultanze in panchina, il battere i tamburi in curva. Non è soltanto un corollario: c’è tanta sostanza. Con Carletto Mazzone in panchina, nel ’73-’74, arriva la massima serie: per quasi un ventennio, una presenza più o meno costante. A narrarne le gesta, soprattutto lui: Tonino Carino proprio da Ascoli. Ti faceva sembrare ancora più piccola la provinciale tra le più piccole, in quello che era il vero circo mediatico del pallone: 90° minuto. Al torto arbitrale di turno, sembrava un bambino che si lamentava per la sparizione della merenda: la sudditanza psicologica colpiva e aveva la mano pesante. NapoliGenoa e Samp, la Juve: altri volti da associare ai club. Uno dei meno noti da Palermo: per Paolo Valenti, c’era a disposizione Luigi Tripisciano. Ricordo che il suo tono rassicurante rendeva meno amara la pillola da mandare giù, in caso di risultati avversi. E mentre noi stavamo incollati alla TV, i padri padroni della pedata davano il meglio ed il peggio di sé, tra dichiarazioni ad effetto ed effetti collaterali: a Pisa Anconetani, nel visitare lo spogliatoio del Milan, ebbe un incontro ravvicinato con Frank Rijkaard sotto la doccia e si rese conto che l’olandese era dotato in tutti i sensi. Capitò anche a Manuzzi: nel caricare la squadra prima del match, non si accorse che dietro aveva quel marcantònio di Sebastiano Rossi, nudo. Si gira, lo guarda nelle parti basse e dice: ‘che bel uzèl!’. Ma dietro questi riflettori puntati addosso alla domenica, c’era anche tanto lavoro: Rozzi era un costruttore edile e lui lo stadio l’ha realizzato per davvero. Il Del Duca nella sua città e non solo: Avellino, Lecce, Benevento. E si poteva alimentare la passione con la materia prima: i giocatori. Provinciali sì, ma basta sfogliare l’almanacco per vedere che non erano proprio squadrette: DirceuCasagrandeBierhoffTroglioBradyGiordano e valli ad espugnare. Mi ritorna in mente spesso, tutto questo, con un po’ di malinconia. Per la mancanza odierna dei veri personaggi del pallone e per aver perso soltanto per qualche anno il più grande di tutti: ‘il Presidentissimo’ per eccellenza, il vero Signore d’altri tempi, Renzo Barbera. Ma il suo non era un calcio urlato: puntava dritto al cuore. Ed io, ero troppo piccolo, per potermelo godere.

Dario Romano
ILPALERMO.NET

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